martedì 15 maggio 2018

FINCHE' LA BARCA VA

Mentre Di Maio e Salvini continuano a litigare, direi quasi a giocare come due bambini, il debito pubblico italiano è preoccupantemente cresciuto e ha superato la quota di 2.300 miliardi di euro, una cifra che non so nemmeno immaginare. 
Come si può pensare ad aumentare la spera pubblica e ad abbassare le tasse? Ancora due anni così e si dovra tornare a un governo tecnico più drastico di quello di Monti e Fornero. 
In Italia siamo abituati ad andare finché la barca va ma la barca potrebbe affondare. 

domenica 13 maggio 2018

NON LASCIARMI

Cosa potrebbe accadere se la scienza superasse i limiti dell'etica?
Intenso e lento, sconvolgente e rassicurante, attuale e classico, Non lasciarmi è un libro che fa riflettere e che consiglio a tutti, giovani e adulti. Una mirabile visione del premio Nobel Ishiguro che dovrebbe fungere da monito al desiderio di onnipotenza dell'uomo e da invito alla accettazione dei nostri limiti.

venerdì 6 aprile 2018

BEI FILM

Ieri sera, facendo zapping, mi sono soffermata sul canale IRIS che non vedo mai perché in genere rifuggo da tutto quel che è Mediaset e che mi ricorda Berlusconi.
Per la seria Ritratto di donna, in onda ogni giovedì, trasmettevano il film Malena, che avevo già visto a cinema anni fa, al momento di uscita nelle sale, non apprezzando abbastanza.
Sono stata rapita subito dalla sconvolgente e totalizzante bellezza della Bellucci, dalla poesia in cui fluttuava l'intera storia, dal tema musicale di Ennio Moricone, dallo sguardo trasognato del giovane Giuseppe Sulfaro nei panni di Renato Amoroso, amoroso davvero.
Alcune scene sono state girate con lo sfondo del  barocco siciliano, alcune alla Scala dei Turchi, in una sapiente mescolanza di bellezze naturali e architettoniche accostate a scene di violenza, abbandono, guerra e distruzione.
Ma quello che su tutto la fa da padrone è il senso dell'incanto del ragazzo verso la sua musa, ispiratrice di vita, di crescita, di amore, di trasporto e buoni sentimenti contro tutto e tutti.
La storia è la sua iniziazione alla vita. I pettegolezzi delle comari del paesino siciliano, le invidie, la prepotenza predatoria dei maschi, la fame e la solitudine della protagonista, tutto fa da sfondo all'innamoramento viscerale, totalizzante, sognante, ossessivo del ragazzo, rapito completamente dalla realtà.
Incuriosita vado a cercare su internet e vedo che la pellicola non è piaciuta solo a me (!).
Giustamente ha fatto incetta di  meritati premi, alla fotografia, alla colonna sonora, quale miglior film straniero, ai costumi, al registra, all'attore esordiente, al montaggio, alla scenografia.
Insomma, ho pensato tra me, de gustibus... fino ad un certo punto. Quando una cosa è bella, è bella e basta e alle cose italiane capita spesso.


WEEK END DI PASQUA

Con un nutrito gruppo di vecchi amici e con tutta la mia numerosa famiglia, accomodati in due capienti van, venerdì scorso siamo partiti finalmente alla volta del sud ad esplorare bellezze mai viste prima.
CASTEL DEL MONTE
Prima tappa Castel del Monte, miracolo di simmetria e simbolismi, ottagonale castello svevo voluto da Federico II, stupor mundi.










TRANI: CATTEDRALE 
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Seconda tappa, il mare e Trani, gioiello pugliese di pietra chiara. La cattedrale, il castello, il palazzo di giustizia, le piazze, i palazzi gentilizi, tutto lastricato con la stessa materia,  ricchezza e simbolo del luogo.
TRANI: processione
Lì abbiamo mangiato pesce cotto e crudo e abbiamo assistito alla processione del venerdì santo: niente da invidiare alla famosa processione dei pasos di Siviglia.


MATERA
Terza tappa Matera.
Da anni desideravo visitare questo gioiello a lungo misconosciuto, osannato da Carlo Levi, scelto da Pasolini per giravi il "Vangelo secondo Matteo" e in seguito ancora set cinematografico di altre fortunate pellicole.
Matera, capitale della cultura 2019, è una città situata su un affioramento roccioso, per lo più un insieme di case scavate nella roccia calcarea con il sistema del "vuoto nel pieno", nel  Sasso Caveoso e nel Sasso Barisano, separati dal burrone Gravina, scavato dall'omonimo fiume.
La città vecchia è punteggiata di case, grotte e chiese rupestri ricche di affreschi. Appare come un presepe, affascinante di giorno, suggestivo al tramonto, magico la sera con le luci rosa e arancio che lo colorano di bagliori poetici.
Matera è stata dichiarata Patrimonio Mondiale dell'Umanità tutelato dall'UNESCO.
Lì abbiamo visitato anche il Museo Nazionale di Palazzo Lanfranchi e quello di Palazzo Midolo (la prima domenica di ogni mese l'entrata ai musei è gratuita), la Cattedrale, San Pietro e San Francesco. Animato di turisti il corso, affollati i ristoranti, noi abbiamo scelto le prelibatezze locali proposte da  Le Baccanti, un locale molto caratteristico dove ci hanno servito tra l'altro crema di fave e cicoria, piatto tipico del posto,  in uno spazio ricavato nella roccia viva.
Tavolata a Le Baccanti 

CASA NELLA ROCCIA SASSO CAVEOSO: ricostruzione 


Con gli amici 

giovedì 5 aprile 2018

L'ITALIA E GLI STRANIERI

(UN MIO SCRITTO PER LA PIATTAFORMA ARTE E CULTURA.COM)
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L’ITALIA VISTA DAGLI STRANIERI?
di
GIUDITTA DI CRISTINZI

Ho sempre l’impressione, soprattutto quando vado all’estero, che gli stranieri ci guardino in maniera del tutto preconcetta e parziale, come se ci vedessero dal buco della serratura e avessero di noi solo una  visione di prospettiva limitata.
Per molti siamo mafia e maccheroni, mandolino e mammoni, italiani brava gente, ma un po’ facili e imbroglioni, siamo ‘O sole mio o al massimo un popolo di navigatori, santi e poeti.
Ma non è così.
Siamo innanzitutto un popolo immerso nella più sfolgorante bellezza naturale e artistica. Se è vero che l’arte –in tutte le sue sfaccettature- sta all’uomo come la natura sta a Dio, noi siamo la genìa più profondamente ispirata. E basta fare un giro per le vie di Roma, per le calli di Venezia, le  strade di Firenze, affacciarsi sul golfo di Napoli, respirare il profumo delle zagare di Sicilia, mangiare un cannolo con la ricotta, assaporare in bocca la scioglievolezza di una lasagna alla bolognese o il gusto di una parmigiana di melanzane un po’ arrostita, inebriarsi con un bicchiere di un buon vino rosso per comprendere quanto l’assunto sia vero.
Ma l’Italia non è solo questo, no davvero. Questa è solo la facciata, il volto noto del Bel Paese, come ebbe a dire Petrarca. Gli italiani sono geniali, intelligenti, intraprendenti, intuitivi, lavoratori. Gli italiani hanno gusto, sono gentili e umani, allegri e originali, hanno il senso della famiglia e della solidarietà, dell’accoglienza e della beneficenza, hanno cultura e ingegno. Gli italiani sono quelli virtuosi della Ferrari e della Fiat, quelli che hanno inventato, a Napoli, capitale dell’anima, il caffè sospeso. E ancora,  sono quelli delle frequenti crisi di governo e della Costituzione più bella del mondo, sono gli eredi degli antichi romani, i pronipoti di Cesare, i figli di Roma caput mundi, sono quelli che vivono un po’ all’ombra del Papa, sono quelli che hanno alle spalle le Alpi e di fronte il mare e i chilometri di costa più belli del pianeta.   
No, non la penso come Dante, l’Italia non è serva di dolore ostello, nave senza cocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello.
L’Italia è patria e mamma, è casa e nido, è il bello e il buono ed io ne sono –forse anacronisticamente- figlia adorante e grata.


IL VERLASCE per L'ANTOLOGIA PERRONE L'ERUDITA IL MOLISE CHE ESISTE

IL VERLASCE
di
Giuditta Di Cristinzi

Risultati immagini per FOTO VERLASCE VENAFROLa mia cartolina viene da Venafro, città in cui sono nata e vivo, nobile e storica, aperta e vicina al Lazio e alla Campania, nodo stradale, trafficata, amena, baciata dal buon clima.
L’immagine, un po’ sbiadita,  è quella del Verlasce, antico anfiteatro romano posto al centro del quartiere in cui sono cresciuta. Dopo un passato glorioso che fa risalire la sua origine al primo secolo dopo Cristo e ce lo fa immaginare teatro di crude lotte tra gladiatori e fiere, incitati da migliaia di spettatori, negli anni “70, età in cui l’ho vissuto, era ridotto a un insieme, un’ellisse per la precisione, di stalle di proprietà di privati, contadini e allevatori del posto, in cui erano tenuti attrezzi e mezzi agricoli, polli, galline, tacchini, conigli, pecore, agnelli, asini e cavalli, mucche e maiali. Diciamo pure che l’odore che vi si aspirava non era dei più gradevoli, eppure quell’afrore mi è caro alla memoria.
Era diventato ormai il teatro dei giochi dei bambini del vicinato, svaghi semplici, fatti di niente ovvero di tanta fantasia: nascondino, gallo zoppo, giochi con le pietre e con le mani, scorribande e gare in bicicletta dopo le quali si finiva spesso in lacrime e con le ginocchia sbucciate.
I contadini che l’abitavano negli immediati dintorni erano persone per bene, grandi lavoratori, braccianti agricoli, gente all’antica che si alzava all’alba, al canto del gallo, che andava alla stalla a mungere le vacche e a raccogliere le uova fresche e che subito dopo si recava in campagna sulle trainelle, le antiche carrette di legno tirate da un cavallo o più spesso da un mulo recalcitrante.
Cresciuta e studentessa, dal mio cantuccio, dietro il vetro del balcone dove mi rannicchiavo a leggere e scrivere  li vedevo passare e li sentivo incitare o frenare gli animali con uno scudiscio e a versi: hiiii, haaaa.
Pelle abbronzata in tutte le stagioni dell’anno, mani grosse, rovinate di fatica, lavoro quotidiano mai interrotto da ferie, vacanze, ponti, festività o  malattie.
Nel Verlasce  si svolgevano straordinari e corali i riti della vendemmia a ottobre, dell’ammazzata del maiale a gennaio, della preparazione della conserva di pomodori ad agosto, della raccolta e della pulitura delle olive a novembre, della preparazione del mais messo ad asciugare sotto il sole, davanti le case,  mosso di tanto in tanto con un’apposita pala lunga e piatta.
Molti coltivavano il tabacco e lo rivendevano al monopolio di stato. Una volta raccolto, in lunghe foglie verdi, veniva messo ad essiccare. Mi piaceva partecipare a questa consuetudine estiva a casa o meglio nel fondaco dei genitori di un’amica. Si metteva una lunga pertica di legno tra una sedia e l’altra, si legava un spago da una parte e con un grosso e lungo ago, simile a quello che si usava per cucire i materassi, si infilavano le foglie di tabacco e le si lasciava cadere una a destra, un’altra a sinistra, fino ad arrivare all’altra estremità della pertica. In seguito queste corolle di fumo futuro venivano messe su in alto, in un deposito arieggiato ad essiccare.
Ormai tutto questo Verlasce non c’è più e anch’io sono andata via. I moderni e potenti trattori hanno preso il posto delle trainelle, gli animali sono scomparsi, allevati lontano dall’abitato, i polli che finiscono sulle nostre tavole non sono più quelli ruspanti ma quelli di batteria, le stalle travolte dal terremoto dell’ “84 sono ancora diroccate e solo alcune costruzioni sono state oggetto di restauro, tutti gli accessi sono chiusi alle macchine, nessun vecchio gioca più a morra sotto il pioppo secolare, nessun bambino corre in bici, la fontanella non manda più acqua per abbeverare i cavalli.
Quando torno al Verlasce a trovare mia madre rivedo la cartolina sbiadita negli anni, penso a chi non c’è più e vengo presa dalla malinconia. Chiudo gli occhi per un attimo, assaporo il gusto dolce amaro dei ricordi di giovane e bambina e vado avanti per il mio cammino.





I V’rlasc
r
Giuditta Di Cristinzi


I song r Sant R’nat e ri V’rlasc, quand i Verlasc eva V’lasc addaver, prima ri tarramot.
Nell’antichità eva n’anfiteatr romano, begl ruoss, c z traseva ra tre part, i  ra via Quinto Vibio.
I eva criatura, c pazziavam a nascondino, a vrecc, a uall zuopp, iavam incoppa all b’c’clette, pigliavam la rincorsa ra na sagliuta v’cin a n puagliar. N puagliar, e mica eva un sul! Tutt i Verlasc eva pagliar e stall. N’addor!!!
Caglin, uall, pecura, vacch, vicc, cunigl, puorc.
Ai mes r gennaj f’braij ogn tant z senteva alluccà, n’acut, stev’n a accir a n puorc, tutt’ insiem, un aiutava a nat e nat aiutava a un. Raccugliev’n l sang p fa i sang’nat e po’ magnav’n tutt nsiem.
Z P’ppin e z Catarina jev’n in campagna tutt le matin priest ncoppa a na trainella, semp a faticà, gent r na vota. ‘Ndrea e Assuntina, Maria e Cosm, tal e quale, brava gent, faticatur.
Nova p’gliavam l latt frisch ra lloro e l faciavam volle ncoppa ai gas, altro che pastorizzato! Prima ra Lsandr e Rosina e po’ appriess, rent alla stradina, in ordine, a man a man ca z l’vavn l vacch.
I V’rlasc eva pur na scorciatoia p nn passà pi sctop,  addò c sctevn semp tanta macc’n.
Gl’uom’n sott a n chiupp, v’cin alla funtanella,   jucav’n a morra o c l bocc o z tratt’nev’n rent a na cantina.
Z m’tteva man a turn p smaltì n poc r vin. E m’ttavam man pur nova, bastava na fraschtella for ai cuarag e z spargeva la voce. Mamma t’neva i quartin, i miez litr, i litr. Gl’uom’n jucava’n a cart, b’vevn, z magnavan che cosa r cuc’nat rall m’glier.
Mo i Verlasc n c scta cchiù. Ra quant è fatt i tarramot ri 1984, l stall so chius, gl’an’mal z gl’hann l’vat, scta tutt mman alle Belle Arti e chisa quand z fa journ!