domenica 10 settembre 2017

Mi hai fatta morire dentro di te
Crudo abbandono

GIUDITTA DI CRISTINZI: Ricetta

GIUDITTA DI CRISTINZI: Ricetta: Scaccia la paura e la paura della paura. Per qualche anno le cose basteranno. Il pane nel cassetto e il vestito nell’armadio. Non dire mio...

Ricetta



Scaccia la paura
e la paura della paura.
Per qualche anno le cose basteranno.
Il pane nel cassetto
e il vestito nell’armadio.
Non dire mio.
Hai preso le cose solo in prestito.
Vivi nel tempo e capisci
che poche cose ti servono.
Accasati.
E tieni pronta la valigia.
È vero quello che dicono:
ciò che deve succedere, succederà.
Non andare incontro alla pena.
E quando arriva,
guardala tranquillamente.
È effimera come la felicità.
Non aspettare nulla.
E abbi cura del tuo segreto.
Anche il fratello tradisce
se si tratta di te o di lui.
Prendi la tua ombra
come compagna.
Scopa bene la tua stanza.
E saluta il tuo vicino.
Aggiusta il recinto
e anche il campanello alla porta.
Tieni aperta la ferita dentro di te
sotto il tetto delle cose che passano.
Strappa i tuoi piani. Sii saggio
e credi nei miracoli.
Sono iscritti da tanto tempo
nel grande piano.
Scaccia la paura
e la paura della paura.

Mascha Kaleko

lunedì 17 luglio 2017

Un'intuizione

Capii che il nostro rapporto era malato di un male inguaribile e che la faccenda sarebbe stata risolta solo con la morte di una di noi due.
Capii che quello  era solo un anello di un'ininterrotta perversa  catena.

mercoledì 17 maggio 2017

GUAZZABUGLIO DI GENTE E PENSIERI RECENSIONE DEL PROF. GIUSEPPE NAPOLITANO A "SOLO UNA DONNA"

Guazzabuglio di gente e di pensieri

Curiosa del mondo e dell’uomo che lo abita, affacciata alla finestra del mondo di tutti i giorni (peraltro, anche per l’incombente necessità del suo lavoro), non perde tuttavia il contatto con la vita privata: Giuditta Di Cristinzi sa bene come esporsi, come mostrarsi, come manifestarsi, conservando comunque la consapevolezza della sua natura – la propria femminilità vissuta senza conflitti, anzi nel pieno rispetto delle esigenze che la vita reclama (anima e corpo, e – si licet  ethos ed eros). Così scrive per affermare e confermare – ce ne fosse ancora bisogno, considerando la miopia di certa umanità con la quale si convive e con la quale ci si confronta e bisogna fare i conti – che, malgrado donna, o per fortuna, ha voglia di vivere in una sua dimensione, e difenderla, e parteciparla.
La famiglia ha un posto predominante, nella sua produzione poetica, ma è vissuta non senza fastidio per i momenti (vivi nella memoria e nel presente) che minano quella che si vorrebbe una pace protettiva, trasformando invece il familiare cantuccio pascoliano in un “nido dorato di spine” (o un “carcere dorato”, addirittura). Giuditta non ha paura di confessare le sue debolezze, ma nemmeno teme (quando lo sente necessario, per amore di onestà intellettuale) dire le cose come stanno se non stanno bene – almeno come lei vorrebbe che andassero per andare bene. È capace, se occorre, “di inventare bugie colorate di fiaba”, come fa con i suoi bambini (quando hanno paura), ma sente pure la forza di “stracciare le convenzioni”, se la opprimono troppo (e le fanno paura). Perché ha la forza di una personalità formata con l’impegno della conquista, ed ora non vuole perdere il suo posto nel mondo: poeta e donna, professionista rispettata e mamma adorata, ma comunque se stessa, sempre.
Non capisce la logica del compromesso, non sa che farsene di vuote formule d’occasione, tanto meno quando scrive poesie. “Quanto di tempo ho perso / e di me, per assecondare gli altri?” – non è una domanda retorica e non lo ritiene giusto, nemmeno con i familiari, con le persone che ama, poiché da tutti si aspetta la stessa disponibilità che lei stessa offre agli altri. Anche in poesia, perciò, può affermare di essere libera, di porsi al di là delle mode e delle convenzioni – “nel cielo eterno” della poesia sente di dover “spiccare il volo” e proiettarsi oltre il confine dei giorni comuni.
Sa purtroppo di essere “solo una donna” (ma “sono solo una donna che scrive poesie” – può sembrare un alibi: è una bandiera), sa di essere – e spesso di essere ingiustamente considerata – debole, addirittura inaffidabile, ma reagisce con fermezza e convinzione. Di fronte, a volte, avverte “un muro di gomma”, anche dove non lo si crederebbe, anche in presenza di chi si conosce e si fa sfuggente per un malinteso. Allora bisogna recuperare, ricostruire con pazienza i fili di un rapporto. Mai cedere, mai cadere. Se pure minaccia di ritirarsi “in un guscio / e abitare i miei pensieri”, sa che non lo farà, pronta ancora a sopportare e respingere altri attacchi, a sfidare la vita proprio quando non le dà quel che si aspetta. D’altronde, gli anni passano “volando, come un battito di ciglia”, e perdere tempo (a chi più sa, più spiace) è da sciocchi. Ogni ora va vissuta, e meritata.
Perciò non si butta niente, anche se la vita è una successione di “parentesi” più o meno assaporate, qualche volta di fretta, qualche volta sciupate… ma si va “avanti / seguendo il solco del mio solito cammino” (riconoscendo le proprie orme, ripercorrendo i propri passi, riacquistando sicurezza dagli errori). La vita è quella che si vive, infatti, non quella che ci sarebbe piaciuto e non abbiamo saputo o potuto o voluto… La vita è quello che facciamo. È quello che siamo (“guazzabuglio di gente e di pensieri”, scrive Giuditta). La poesia di Giuditta Di Cristinzi è “un parto” lacerante, “ma si impone” – le si presenta cioè inalienabile, e chiede, impone, di uscire, di essere affidata, parola che urge, alle onde magnetiche sulle quali scorre il pensiero quando si fa messaggio, comunicazione, comunione.
Il poeta sa che non può esimersi dal trasmettere continuamente i segni del codice, fidando nella sua leggibilità – nelle capacità di decodifica che hanno i suoi destinatari –, anche a scapito della chiarezza profonda, perché non sempre colui che si connette ha la chiave per aprire davvero, e si limita a cogliere appena la superficie delle parole che riceve. Peccato: se la poesia è tale, parla di uno e parla a tutti; racconta una vita sola che può valere per altre vite; dice quel che non tutti sanno come dire. Giuditta chiude il suo libro con una serie di “Epigrammi e motti”, e quasi in chiusura mette un “Aforisma” di icastica densità espressiva, una dichiarazione di guerra a chi non sa (o non ricorda più) di essere uomo: “Chi non è sereno, sparge veleno”. Lei, ovviamente, ben conscia della sua natura umana, con i pregi e i difetti che la contraddistinguono, e tuttavia disposta (passio et ratio) a misurarsi a misura d’uomo (col manzoniano juicio!), custodisce il suo equilibrio, sparge miele d’amore sulle ferite del mondo, e dona – nel darsi con parole di poesia – tutta se stessa, a chi sappia accoglierla con fiducia.

Giuseppe Napolitano


    

venerdì 12 maggio 2017

L'ispettore Costa va a scuola...

Aggiungi didascalia
Con grande piacere, dopo aver presentato il mio primo romanzo giallo ad un pubblico adulto nelle città di Venafro, Isernia, Monteroduni e Cassino, porterò la mia creatura, l'ispettore Costa, a passeggio nelle scuole italiane a incontrare gli studenti.
Sabato 13 maggio, infatti, si terrà presso l'Aula Magna dell'ISISS A. GIORDANO una conferenza con i ragazzi frequentanti il VA e il VB del Liceo Scientifico dal titolo "Incontro con l'autore".
Parlerò della genesi del giallo, dell'ambientazione in terra di Molise nel primo dopoguerra, dei segreti della scrittura di genere e risponderò alle curiosità dei ragazzi.
Nelle prossime settimane porterò il giallo nelle scuole di Cassino ove è stato adottato come libro di narrativa.

Su STRAGE D'ANIME

Pubblico di seguito la nota che Amerigo Iannacone, scrittore, poeta e critico letterario, ha voluto scrivere sulla mia ultima raccolta di versi. Recensione pubblicanda sul FOGLIO VOLANTE. Lo ringrazio "pubblicamente". 


Strage d’anime

Una delle piú gravi tragedie di questo scorcio di terzo millennio, forse la piú grave, è quella dei profughi che fuggono dalle guerre, dalla povertà, dalla fame, e vengono a morire nel mare Nostrum. Una tragedia di fronte alla quale nessuno può rimanere indifferente. Tanto meno una persona sensibile come Giuditta Di Cristinzi. Ed ecco che, appunto, la poetessa  venafrana dà alle stampe una nuova raccolta di poesie, la sesta, dal titolo emblematico Strage d’anime.
Messi ad esergo, questi versi: «La poesia del viandante è triste / Come è triste il cuore / Di chi / Lascia casa e va / Senza sapere dove approderà.»
«Il sangue che arrossa ogni giorno le acque del Mediterraneo – scrive Beppe Costa in postfazione e non si può che condividere – ha la sua complessa, orribile, disumana ragion d’essere nella enorme ricchezza economica di pochi. Questa poesia non teme di schierarsi al fianco, vicino al cuore, degli ultimi, gli umiliati, gli offesi, i rifiutati, le cui vite vengono spente con una indifferenza che fa rabbrividire. Tuttavia proprio questa poesia ci fa affermare che fino a quando ci saranno poeti disposti a cantare la sofferenza, il dolore e la morte, e a riviverli in sé facendoli propri fino in fondo, in modo tale che la vita e l’umanità possano infine vincere in ciascuno di noi, non ci vergogneremo di dirci esseri umani.»
Ecco, Giuditta Di Cristinzi si schiera dalla parte di chi non ha nulla, dalla parte di quei poveri cristi che sperano nella vita e spesso trovano la morte.
Il linguaggio è semplice, volutamente semplice, quasi da articolo di cronaca.
Ed ecco, sotto il titolo “Notte”, una poesia che quasi ci fa vedere un ragazzo durante l’angosciosa traversata: «Sento di avere la febbre / Dentro questa notte di luna piena / Tremo e ho sete / Disteso, coperto / Solo da pallide stelle / Le onde paiono cullare / Il mio tormento / Ho paura / Giungerò / Alla fine di questa notte?»


Giuditta Di Cristinzi, Strage d’anime, L’Erudita, Roma 2017, pp. 66, € 12,00. Poesie. ISBN 978-88-6770-209-1.