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martedì 25 febbraio 2020

SAGGEZZA ANTICA, INFINGARDAGGINE MODERNA

Mia nonna Giuditta che era una donna antica e saggia mi diceva "mittǝt i pann ra fessa ca calzǝn buon a tutt quant". 
Ho sperimentato nel corso degli anni che è vero, saggio e comodo.
Far finta di non vedere, di non sapere, di non capire a volte solleva da situazioni incresciose.
Ma ho notato a mie spese che c'è gente che, pur non avendo avuto l'insegnamento di nonna mia, è "autodidatta", conosce l'adagio e ne fa uso abbondante e sfrontato.
Perché il troppo storpia.
Quando si fa sempre finta di non sapere e  di non capire, non si è saggi, si è solo infingardi, fintamente sbadati per evitare gli oneri e i confronti dei rapporti con gli altri, che dovrebbero essere sempre paritari e simmetrici.

PASSATA LA FESTA...

...gabbato il santo. 

Ieri Ale s'è lamentato: "Mamma quando è stato il mio compleanno (il 17 gennaio) ero a Roma a studiare e tutti mi hanno fatto gli auguri solo con una telefonata." 
"Vabbè Ale, dai, mamma e papà sono venuti a trovarti e ti hanno portato all'Alexander Platz...".
"Lo so, ma quando sono tornato a Venafro mi aspettavo qualche regalo, invece tutti si sono dimenticati o hanno fatto finta...".
"Hai ragione caro, ma che ci vuoi fare? Sai come si dice? Passata la festa gabbato il santo!"

venerdì 16 marzo 2018

ancora animali nei proverbi



Non contare i polli prima che siano nati.

Non dire gatto finché non l’hai nel sacco.

Cane non porta soma e asino non caccia lepre (ad ognuno secondo le proprie competenze e inclinazioni).

La vespa punge anche da morta.

Anche le pulci hanno la tosse.

Gli asini litigano e i barili si sfasciano (talvolta le conseguenze della azioni ricadono su chi non ha colpa).

La cora è dura a scurtcà (in dialetto venafrano vuol dire: la coda è difficile, dura da scorticare. E’ un’espressione che si usa relativamente alla parte finale di un lavoro, spesso più complessa o faticosa).

Meglio un asino vivo che un medico morto.

Uccello nato l’aiuta il cielo.

Chi caccia due lepri non ne piglia nessuna.

Quand la volp nn arriva all’uva ric ch’è cerva (in dialetto venafrano vuol dire che la volpe, quando non arriva a cogliere e rubare l’uva, dice che è acerba. In effetti, il detto proviene dall’antica forma in latino non dum matura est, nolo acerbam sumere, tratta dalla versione di Fedro della famosa favola attribuita originariamente ad Esopo “La volpe e l’uva”, in cui la volpe, non potendo arrivare all’uva, piuttosto che ammettere la propria incapacità, preferisce disprezzare il frutto. Equivalente in napoletano è: 'A gatta quanno nun po' arriva a 'o lardo, dice che fete, la gatta quando non può arrivare al lardo dice che puzza).

Quando il gatto non c’è i topi ballano o anche dove manca il gatto, il sorcio balla.

I ciucc r Peppa F’chella, novantanove r’fiett e la cora frac’ra (in dialetto venafrano letteralmente significa: l’asino di Peppa Fichella, novantanove difetti e la coda fradicia. E’ un’espressione che si usa con riferimento ad una persona malaticcia, con tanti acciacchi).

'A femmena è comme 'a gatta: scippa e fuje (in dialetto napoletano, la donna è come il gatto: graffia e fugge).Risultati immagini per gatto immagini

'A gallina fa l'uovo e a 'o gallo ll'abbrucia 'o culo (
in dialetto napoletano la gallina fa l'uovo e il gallo soffre).

'A femmena nun se sposa 'o ciuccio pecchè le straccia 'e lenzole (in dialetto napoletano la donna non sposa un asino solo perché le straccerebbe le lenzuola).

'A gatta 'e zi' Maria nu poco chiagne e nu poco ride (in dialetto napoletano: la gatta di zia Maria non sa se ridere o piangere).

'A sciorta d''o piecoro: nasce curnuto e more scannato (in dialetto napoletano: la fortuna del montone: nasce cornuto e muore scannato).

A vocca 'nchiusa nun traseno mosche (in dialetto napoletano con la bocca chiusa non entrano mosche, ovvero non si dicono sciocchezze).

'A vipera ca muzzecaje a muglierema, murette 'e tuosseco (
in dialetto napoletano: la vipera che morse mia moglie, morì avvelenata).

L’uccello in gabbia, se non canta per amore, canta per rabbia  ovvero Auciello 'ngajola, canta p'arraggia e nun canta p'ammore, in dialetto napoletano.

Cu n'uocchio frije 'o pesce e cu n'ato guarda 'a gatta
(in dialetto napoletano  con un occhio frigge il pesce e con l'altro guarda il gatto).

Dicette 'o pappice 'nfaccia 'a noce: damme tiempo ca te spertoso pur a te (in dialetto napoletano significa letteralmente: disse il verme alla noce: dammi tempo che buco pure te. Dunque il verme della noce, che a Napoli assume un termine tutto suo, pappece per l’appunto, impiega diverso tempo prima di perforare il guscio della noce, per poi nutrirsene, data la sua durezza. Questo modo di fare è usato come allegoria della pazienza, dell’attendere con calma, prima di vedere i frutti del proprio operato. Ma questo  proverbio può  assumere  anche una connotazione più vendicativa. Può essere inteso come un invito ad attendersi qualcosa, una premeditata vendetta o uno sgarro a lunga durata).

Facimmo ambressa, ca 'o gallo canta matina (in dialetto napoletano significa: facciamo presto che il gallo canta in giungere della mattina, cioè sbrighiamoci).

Fa' 'o gallo 'ncoppa 'a munnezza (in dialetto napoletano  significa: fa' il gallo sulla spazzatura, si dice di persona che si vanta senza motivo).

giovedì 15 marzo 2018

...ancora gli animali nei proverbi


Olio di lume e lingua di cane guariscono ogni male.

Ogni scarrafone è bell 'a mamma soja (in dialetto napoletano significa che ogni scarafaggio è bello per la sua mamma. Famosissimo adagio partenopeo che fa riferimento all’amore materno, incondizionato, in virtù del quale ogni figlio è bello e caro per la mamma, indipendentemente dalla bellezza e, in senso lato, dalle qualità  oggettive).

Non si possono insegnare nuovi trucchi a un vecchio cane.

Cercar l’asino ed esserci a cavallo.

Quand i ciucc nn vo vev è inutl a ciufulià (in dialetto venafrano significa: quando l’asino non vuol bere è inutile fischiare, suonare il ciufolo -per convincerlo a fare il contrario-. Si suol dire, ad esempio, al cospetto di un ragazzo che non vuol studiare, non vuol capire, per cui è inutile adoprarsi. Si dice anche in napoletano "Si o ciuccio nun vo' bevere hai voglia e ciufulià" ).

Meglio un uovo oggi che una gallina domani.

Asino, campana e poltrone non si muovono senza bastone.

Da un asino ricavi un calcio e da uno stolto una cattiva risposta.

Attacca i ciucc addò ric i puatron (in dialetto venafrano significa lega l’asino dove ti dice il padrone, cioè esegui gli ordini che ti sono dati, senza discutere; si potrebbe aggiungere: anche se ti sembrano sbagliati).

I cuan r taverna nn fa ben a massaria (in dialetto venafrano il cane di taverna non vive bene in masseria, cioè il cane randagio, non si adatta a vivere presso una masseria, come animale domestico. Si dice di persona che fa vita di strada).

Chi nasce asino non raglia da mulo.

I ciucc viecch mor alla stalla ri fess (in dialetto venafrano vuol dire che  l’asino vecchio muore nella stalla del fesso, cioè bisogna disfarsi delle cose vecchie, ad esempio delle autovetture, prima che non funzionino più).

I ciucc porta la paglia e i ciucc z la magna (in dialetto venafrano vuol dire: l’asino porta la paglia e l’asino la mangia. Si dice di persona che agisce per se stessa, che si avvantaggia delle sue azioni).

L’asino raglia quando non ha né avena né paglia.


mercoledì 14 marzo 2018

...ancora gli animali nei proverbi

Gallina vecchia fa buon brodo.

Il lupo perde il pelo, ma non il vizio (le cattive abitudini tardano a morire).

Tale è il gregge qual chi lo regge.

Ch  tanta uall, ‘n z fa mai juorn (in dialetto venafrano vuol dire con tanti galli –a cantare- non fa mai giorno. Morale: quando sono troppi a comandare è difficile arrivare ad una  conclusione).

Chi va a caccia senza cane, torna a casa senza lepre.

Il gregge unito costringe il lupo al digiuno (l’unione fa la forza).

Chi è stato morso dalla vipera teme anche la lucertola.

Campa cavallo che l’erba cresce.

Chi acchiappa’ l pesc z’  mponne la cora (in dialetto venafrano vuol dire chi prende i pesci si bagna la coda, cioè stando a contatto con l’acqua si rischia di bagnarsi. E’ l’equivalente di chi va al mulino si infarina. Ovvero alcune cose sono diretta conseguenza di altre).

La gatta frettolosa fece i figli ciechi.

Chi ama il proprio cane deve amarne anche le pulci.

Z r’spetta i cuan p’ i puadron (in dialetto venafrano significa si rispetta il cane per il padrone. Cioè spesso bisogna sopportare una persona, nostro malgrado, per rispetto nei confronti di un'altra. Questo proverbio, come molti altri, ha il  suo corrispettivo in altri dialetti del sud  Italia, ad esempio Si rispetta u cani pa facci du patruni si dice in Calabria e Rispettà 'o cane p' 'o patrone in Campania).

Nell’olio, nel vino o nel mare il pesce vuol sempre nuotare.


L’uccello in gabbia, se non canta per amore, canta per rabbia.

I ciucc che nn cresc è semp p’l’triegl (in dialetto venafrano significa che l’asino che non cresce sembra sempre un puledrino. Le persone piccole di statura sembrano sempre giovani).


venerdì 23 febbraio 2018

GRANI DI SALE







CANI, GATTI E COMPAGNIA


Gli animali nei proverbi e nei modi di dire



  



Da Esopo a Fedro a La Fontaine e, in seguito, fino a noi, quante volte e con che vis espressiva comportamenti umani sono stati dipinti, descritti, capiti, ironizzati facendo raffronto con comportamenti e caratteristiche  animali?
Spesso. Perché l’uomo, che si arroga la superiorità assoluta in questo universo, sovente  è… incredibilmente e involontariamente bestiale!






A lavar la testa all’asino, si spende tempo, acqua e sapone.

A caval donato non si guarda in bocca.

Il verme tenero rode il legno duro (la costanza è premiata nel raggiungere anche gli obiettivi più ardui).

Tanto va la gatta al lardo, che ci lascia lo zampino.

I cuan moc’ca i sctracciat (in dialetto venafrano il cane morde lo straccione, cioè –in sostanza- guai su guai. Le persone o il destino si accaniscono contro i più deboli, contro coloro che appare più facile vincere).

Cuan e cuan n z moc’cn (in dialetto venafrano i cani non si mordono tra loro, ovvero i simili si usano riguardo, rispetto reciproco).

Can che abbaia non morde.

Z’han ‘ncuntrat ciegl e botta (in dialetto venafrano significa letteralmente si sono incontrati uccello e botto, colpo, s’intende a caccia; il proverbio indica una casualità fortunata, un evento che si è verificato senza merito di chi ne beneficia).

Chi pecora si fa, il lupo se la mangia.

Il gatto di credenza, quello che fa pensa (a volte si attribuisce agli altri il proprio modo di pensare e di fare, talvolta ingiustamente).

M si miss a cuavagl a n puorc (in dial. venafrano, significa mi hai messo a cavalcioni ad un maiale, cioè mi hai disonorato).
  



giovedì 22 febbraio 2018

GRANI DI SALE

GRANI DI SALE


Raccolta di Detti e Proverbi
  


Giuditta Di Cristinzi









A nonna Giuditta Rossi,
donna antica e saggia

  










PREFAZIONE

Adoro i modi di dire e i proverbi, vecchi e nuovi, in lingua italiana, in dialetto, in latino o in lingue straniere.

La parola proverbio viene dal latino proverbium, derivato a sua volta da verbum, «parola».
Come tutti sanno, il proverbio è un breve motto, di larga diffusione e di antica tradizione, che esprime, in forma stringata e incisiva, un pensiero o una regola desunti dall’esperienza.
Nei proverbi e negli aforismi si racchiude tanta verità, tanta saggezza spiccia.
Nella vita guai a fare banali generalizzazioni e manicheismi, a dividere con rigidità bene e male, verità e bugia, guai a rinunciare, in qualsiasi momento, al ragionamento, alle spiegazioni, al senso dell’evolversi  dei costumi, all’esperienza.
Ad ogni modo i proverbi aiutano, chiariscono, semplificano, sintetizzano, tramandano. Esprimono il senso comune o, meglio, tanto buon senso, tante collaudate verità, tanta saggezza popolare e antica. Insieme ai modi di dire, aiutano ad asserire, a colorire con intelligenza i discorsi, a trovare spiegazioni senza faticare troppo. Sono utile rinvio per l’oratore pigro e  per l’educatore tradizionale, stampella argomentativa e  sostegno dialettico a buon mercato,  filosofia di vita alla portata di tutti, cultura popolare, diffusa, non racchiusa nelle pagine dei libri, tra le mura degli atenei, nelle menti dei colti, non per questo meno pregevole. A volte più proverbi vanno nella stessa direzione, altre volte si contraddicono l’un l’altro.
Sono stata abituata in famiglia a farne  uso e consumo.
Mia madre e mia nonna, donne antiche e sagge, ne facevano (e mia madre ne fa ancora) largo utilizzo. Avevano sempre pronto quello giusto, calzante all’occasione o  alla persona, talvolta in base al mestiere svolto dal protagonista momentaneo del discorso. Spesso erano motti in dialetto venafrano, per lo più mutuati dalla vicina tradizione orale campana.
Per far loro omaggio, voglio provare a scriverne una raccolta, leggera, non pretenziosa, non esaustiva, non alfabetica o enciclopedica, seguendo un sottile filo conduttore, in base agli argomenti a me più cari o maggiormente significativi e ricorrenti.
Molti li conosco. Con l’occasione altri ne ho cercati.
La maggior parte dei proverbi e modi di dire raccolta è in lingua italiana; diversi sono in versione dialettale, più spesso venafrano-molisana o napoletana. Alcuni, assai pochi per la verità, sono in latino, in francese o in inglese. Altri  sono integrati da un pensiero, una riflessione, una spiegazione del tutto soggettiva.

Buona lettura!


                                                                           GDC




mercoledì 21 febbraio 2018

Voglia di scrivere

Ho voglia di scrivere e di pubblicare ancora.
Ma stavolta si tratterà di una cosa completamente diversa.
Una raccolta di proverbi.

domenica 18 ottobre 2015

venerdì 29 marzo 2013

Il pianto

Il pianto frutta, Futtchiagnenn, Lacrime di coccodrillo, Sangue e lacrime, Lacrime amare, Dolci lacrime, Valle di lacrime, lacrima Christi, ...

E CONTINUANO I VIAGGI

      Altro filo conduttore della mia vita sono divenuti i viaggi.  Adoro viaggiare e cerco di farlo come posso, con Claudio, con tutta la f...