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sabato 26 aprile 2025

Il fuoriclasse



Lo  chiamavano il fuoriclasse e non era perché sapeva tirare bene in porta per fare gol, no. Piuttosto lui amava i motori e avrebbe voluto fare il pilota o almeno il meccanico.

Forse neanche la mamma gli voleva bene, non era mai riuscita a  volergliene davvero. Lei era troppo giovane e occupata a correre dietro al marito birichino per pensare ai figli, tanto meno al fuoriclasse, un pestifero che nessuno sopportava, un guaio in più in una vita che non le aveva risparmiato nulla, dalla morte del padre in poi. Dunque meno lo vedeva meglio stava. Lo considerava una sorta di punizione divina per chissà quale peccato commesso. 

Mi fai tirare la faccia, gli gridava contro quando tornava da scuola, dai colloqui con i professori o quando qualcuno bussava alla porta in cerca di scuse e riparazione per qualche sua malefatta presto smascherata. 

Fu così che, dopo le scuole medie, anzi dopo quelle più semplici dell'avviamento al lavoro, la madre Amalia pensò di richiuderlo per cinque anni nel seminario. Lì sarebbe stato con Nicola Bianchi, Aldo Furlano e Gennarino Russo. Loro volevano studiare, le madri gli avevano inculcato ambizione e desiderio di miglioramento; speravano di prendere la maturità classica e continuare l'università a Napoli, ognuno per la sua strada. Chi si vedeva già avvocato, chi medico, chi ingegnere. 

E allora Amalia aveva pensato, forse con questi e con i preti si raddrizza. Ma la messa in latino e le litanie non facevano per suo figlio, tantomeno le grammatiche di greco e la tavola degli elementi che non erano proprio il forte di Peppino come non lo era tutto il resto, in un liceo ancora di un certo rigore. 

Gli insegnanti, pur di non averlo tra  i piedi e di non far subire continue distrazioni ai compagni, avevano cominciato a cacciarlo fuori dalla classe il più possibile, nemmeno come punizione ma come tacita tregua, come liberazione da un elemento di disturbo. Del resto anche per i compagni non era più solo motivo di gradito divertimento, ma a volte di eccessivo fastidio. 

In effetti Peppino non era cattivo né stupido, ma proprio non ce la faceva a stare fermo e attento. Dopo un po' di tempo nel banco,  cominciava ad agitarsi, a scuotere i piedi e le gambe, a stracciare fogli di carta dal povero quaderno con la copertina nera e i bordi rossi, a fare pallini e a lanciarli appena il professore si voltava verso la lavagna, a fare piccoli aeroplani che faceva volare sulla testa del compagno più concentrato e studioso o verso la finestra aperta a primavera, a chiedere di andare in bagno. Dopo le tante ore a scuola e la messa e il catechismo con don Albino, i liceali seminaristi tornavano a casa, purtroppo per Amalia, la gran parte per fare ancora  compiti, versioni ed equazioni, Peppino per bighellonare nel rione, smontare e rimontare ogni meccanismo in cui si poteva imbattere. 

Il padre era via tutto il giorno, dietro gonne altrui e alla ricerca di un modo per sbarcare il lunario, la vecchia nonna cafona andava in giro a distribuire il latte per il paese con una grande latta di alluminio e un bicchierone per i travasi tra le mani grosse e tagliuzzate di lato, secche e stanche per le quali nessuna fatica era mai troppo. La sorella più grande, Magda, sedeva alla finestra, Berta filava, la sfotteva Peppino, cuciva e ricamava, aspettava e sperava in un corteggiatore prima che tutte le membra cominciassero a volgere in giù ma la dote non c'era e il corteggiatore non arrivava...

Peppino si allontanava un po', anche per non sentire i richiami stizziti della mamma, Peppì vuoi studiare un poco? Ma che ci vai a fare al seminario, mo ti mando a lezione a don Antonio. Ma i soldi non c'erano per le lezioni private e lui da don Antonio non ci andava. Il tempo passava e giugno si avvicinava, l'anno stava finendo e Peppino di latinorum aveva imparato poco o nulla. Capra.  

Quando uscirono gli scrutini, un giorno prima di San Nicandro, la festa del santo patrono,  Amalia non ci volle credere al miracolo, alla santa manna e alle sue stesse preghiere. Così disse al marito Mario, tu fai  quello che vuoi tutti i giorni, dalla mattina alla sera, stai sempre fuori, ma oggi a sct uaglion pensac t. Vai al seminario e vai a vedere i quadri, vedi Peppino che ha fatto quest'anno che io non ce la faccio. N teng curagg. 

Mario non rispose, non contestò, annuì, prese il caffè, andò in bagno, si rasò bene il viso malandrino, mise un po' di brillantina nei capelli,  indossò il pantalone buono, liso ma ben stirato da Amalia, la camicia bianca, la cintura di cuoio, le scarpe estive bucherellate sulla tomaia, si accese una sigaretta e scese le scale. Passò davanti al Caffè di Cardone, salutò diversi paesani e poi prese la salita verso il seminario, incrociò altri padri che sicuramente erano andati a svolgere la stessa funzione, andare a vedere i quadri. Le mamme erano a casa a cucinare per la festa. Salutò ancora qualcuno, colse sguardi evasivi, arrivò in cima alla salita di  Corso Garibaldi ed entrò nel seminario passando davanti a Dino, il bidello, che forse già sapeva. 

Si diresse verso il cortile porticato e trovò sulla destra affissi i grandi fogli di carta con i responsi di un anno scolastico che al figlio Peppino doveva essere sembrato una ingiusta e inspiegabile punizione, come e più di quelli precedenti. Cercò la classe, scorse i nomi, quello suo, il suo cognome, preceduto dal nome di Giuseppe e colse subito la scritta in rosso, forte, netta, inequivocabile: RESPINTO. 

Maledizione, si sentì mortificato davanti a tutti gli altri genitori che discutevano o si congratulavano. Maledizione alla quella cazzo della moglie Amalia, un'ambiziosa che chissà che voleva, che riscatto cercava, da quando il padre era morto di spagnola ed era caduta con tutta la famiglia in bassa fortuna. Peppino non era fatto per la scuola ma era n brav uaglion. L'avrebbe preso a lavorare con sé, basta scuola, lo avrebbe portato sul suo furgoncino, ai mercati, nei paesi attorno, si sarebbero pure divertiti, gli avrebbe insegnato tante cose e tutto sarebbe andato meglio. Bisognava solo farlo capire alla moglie. La vera testa di zucca era lei, che voleva  il figlio professionista. Teneva la povera Magduccia sua sacrificata sul balcone a infilare gli aghi e Peppino chiuso nei banchi, un mondo al contrario. Certo la colpa era pure sua, troppe assenze, altri pensieri, buoni e cattivi, ma la famiglia ormai non funzionava più così. Doveva occuparsene anche lui. Sarebbe tornato a casa e avrebbe parlato a tutti, a tavola, a ora di pranzo. Avrebbero fatto così, Peppino a lavorare e Magda a scuola, e basta. Amalia avrebbe borbottato per un po' e poi avrebbe accettato. Doveva stare zitta. 

Mentre ragionava su queste cose, stringendo un'altra sigaretta tra le labbra segnate da una piccola cicatrice, arrivò di nuovo davanti al caffè di Cardone. C'era animazione, tante persone che parlavano ad alta voce e andavano avanti e dietro. Arrivò lì davanti, si avvicino a Carminuccio  Iannarelli e chiese che è successo? Zitto, che è sparita la macchina del sindaco, la macchina nuova, una 1100 bianca fiammante. Stamattina è passato, l'ha sfoggiata davanti a tutti, ha suonato il clacson, ha caricato tre, quattro persone ed è andato a fare un giro verso Ceppagna. Poi è tornato, l'ha parcheggiata davanti alla funtana ed è venuto qui per offrire il caffè a tutti. Poi è andata a riprenderla per tornare a pranzo a casa e la macchina non c'era più. 

Mentre Carmine spiegava, qualcuno notò che si alzava un polverone dalle parti della falca. Pochi attimi dopo si materializzò una macchina bianca da quella parte. Si fermò all'incrociò e si parcheggiò esattamente dove qualche minuto il sindaco aveva parcheggiato la sua 1100 bianca nuova fiammante, ora tutta impolverata. Tutti guardavano, il sindaco e gli amici più stretti andarono in quella direzione e anche Mario, che aveva già capito, si aggregò alla piccola processione. Mentre camminavano, lo sportello di sinistra si aprì e Peppino il fuoriclasse scese dalla vettura soddisfatto. Guardò verso il paese e vide gli uomini che andavano verso di lui. scorse il padre e scappò via.  

domenica 20 dicembre 2020

Coranovirus...

 https://www.amazon.it/dp/B08R11G9M7/ref=cm_sw_r_wa_api_8OD3FbYFXQ0MX

Scrivo, scrivo, scrivo e alla fine voglio pubblicare. Perché la verità è che non su scrive per se stessi, si scrive per essere letti. E così ho deciso, quasi all'improvviso, di pubblicare una raccolta di racconti che avevo nel cassetto, alcuni più vecchi, altri nuovi, alcuni brevi e brevissimi, altri lunghi. Tutti nati dalla mia ✒penna, dalla mia fantasia, dal mio cuore, dal desiderio di scandagliare le realtà e e l'animo umano, a volte contorto e insondabile per la varietà di pensieri ed emozioni che ci animano. 

I racconti più recenti sono TRAGEDIA GRECA, un giallo della serie LE INDAGINI DELL'ISPETTORE COSTA, ambientato nel 1949 nella mia Venafro, al liceo classico, dove un professore che interpreta Socrate in una rappresentazione di fine anno muore avvelenato dalla cicuta e Coronavirus, sicuramente ispirato dalla situazione che viviamo, trasfigurata dalla mia fantasia in un intrigo internazionale. 

Per questa occasione ho scelto Amazon, forse incoraggiata dai miei figli. 

Del resto mi piace sperimentare cose nuove né avrei potuto presentare diversamente il volume che si snoda in 268 pagine in cartaceo. È disponibile anche la versione e-book a pochi euro. 

Spero di avere tanti lettori e spero che Coronavirus e gli altri racconti vi piacciono. 

Attendo sincere recensioni. 

E se non avete voglia di lettere, regalatelo 🎁 per Natale🎄🎅🔔❄

martedì 17 marzo 2020

SOLO UN PANINO


Risultato immagini per panino e birraSOLO UN PANINO E UNA BIRRA

Maria uscì di casa e si avviò verso la bottega di alimentari all'angolo. Entrò. Il negozio era vuoto. Adelina uscì fuori dalla tenda fatta con corde e pezzetti di bambù. Un vecchio ventilatore al soffitto muoveva lento le pale stanche.
- Buongiorno Maria, come va oggi?
- Va come va.
- Che ti do?
- Due chili di pasta, un chilo di pasta lunga e uno di pasta corta, un po' di sgombro e due chili di pane, una bottiglia di salsa di pomodoro e due litri di latte.  Poi, come tra sé, - E per stasera, per stasera che faccio? Ma…
- Dammi dodici uova e delle pesche. Stasera faccio una bella frittata con le patate.
- Altro?
- Una bottiglia di vino rosso. Segna  tutto. Alberto viene il 30 e ti paga.
- Adelina, fammi il piacere, mentre mi prepari la spesa, io mi siedo lì dietro, va bene?
- Certo, figlia mia. Riposati un po'. Stai tranquilla cinque minuti.
- E per favore, Adelina,  fammi un panino con la mortadella e aprimi una birretta. Mi metto lì dietro a mangiare e questa roba che la pago io, da parte.
Aveva tirato via qualche spicciolo dai pantaloni di Alberto. Fiacca si buttò a terra, sui gradini del retrobottega  e aspettò che Adelina  le portasse la colazione. Detestava compiangersi, ma doveva fare qualcosa. Sì, c'avrebbe pensato su e avrebbe fatto qualcosa, a breve, qualcosa di risolutivo.
Aveva solo 19 anni quando si era sposata. Tutto poteva sembrare anche normale. Invece, la situazione era precipitata. Lui aveva cominciato a bere, dopo il lavoro, e ad alzare le mani quando era nervoso e le aveva fatto fare dieci figli, dieci come le dita delle mani, delle  sue mani stanche e nodose.
Ora si andava avanti a fatica. Alberto non lavorava più tutti giorni, ma tutti giorni beveva. I ragazzi più grandi avevano cominciato a fare qualcosa e a portare un po’ di soldi a casa. Gianni e Luigi lavoravano, ma lei sapeva che presto se ne sarebbero andati via, per la loro strada e a lei toccava ancora tirare  su i più piccoli. Gloria ed Elisa erano cresciute ed erano proprio due belle ragazze. Ma chi poteva farsi avanti per loro? Qualche povero spiantato di basso livello come il padre Alberto e non era giusto, non era affatto giusto. Ma lei sapeva bene la fretta che le ragazze hanno a quell’età.
Adelina le diede il panino e la birra e la guardò, senza parlare, senza chiedere nulla.
- Maria, guarda, metto una manciata di caramelle nelle buste, per i ragazzi.
- Grazie.
Poi prese  un coltello bello grande cominciò ad affilarlo con un altro più corto. Maria guardò quelle lame argentee  ed opache appoggiate sul vecchio bancone di legno, un po’ unto.
Lui è a casa.
- Maria prendi un’albicocca, sono dolci.
- No, grazie, ora devo andare, ho  parecchio da fare. I ragazzi tornano da
scuola ed io prima devo sistemare tutto.
Prese le busta della spesa, una per parte, e si avviò verso casa.

lunedì 16 marzo 2020

A PASSO D'ELEFANTE


Risultato immagini per ELEFANTE IMMAGINI
PASSO D’ELEFANTE

Questa mattina, in macchina, andavo a fare la spesa, ho visto per strada, da dietro, un uomo e una donna, giovani. Non è la prima volta.
È da un po' che li vedo in giro. Lei non la conosco. Mai vista qui ad F..  Lui sì, o meglio, so come si chiama, da che famiglia proviene.
Bene, se ne vanno in giro a tutte le ore del giorno, come se non avessero altri impegni, non un lavoro, non un daffare qualsiasi. Lei sottobraccio a lui. Lui cammina deciso, tarchiato, sicuro, coatto, capello corto, tattico, maniche della camicia arrotolate sul bicipite gonfio. Lei, una sagoma.
Quando mesi fa ho incominciato ad incrociarli, lei si poteva guardare. Bassina, ma  normale, adeguatamente coatta, come il  partner. Poi, man mano, nel corso del tempo, è lievitata. Un chilo, due, cinque, dieci o forse più. E’ diventata una ghiattona, ma sicura di sé, tronfia, altezzosa. Se ne va in giro abbarbicata quel po’ po’  di uomo che si ritrova a fianco, orgogliosa, sguardo alto davanti a sé.
Oggi, come ho detto, li ho visti  da dietro.
Pom pom, pom pom. Due grosse cosce che le impedivano di tenere in piedi uniti, si muovevano ritmicamente, pesanti e sguaiate, come le zampe di un elefante. Pom pom, pom pom. Sempre altera. Ma di che, mi chiedo. Dell'uomo suo, dell'elevata conquista fatta? Boh. Non so se sono sposati o fidanzati, ma sicuramente sono conviventi, in una casa popolare, presso la bislacca famiglia di lui.
Padre spazzino in pensione,  colpito di recente da un ictus e trasportato per tutto il paese dai familiari su una carrozzella;  madre quasi calva,  fratello magrissimo, anoressico, sempre in giro a braccetto con la madre, già disertore durante il servizio militare di leva. E una sorella. Già, anche una sorella, che però adesso non c'è più. Allontanata di casa perché molestata sessualmente, se non proprio violentata, dal padre da bambina.
Ricordo che anni anni fa, ci fu un mezzo scandalo. Partì una denuncia anonima e ci fu un processo a carico del padre. Fu condannato e incarcerato per un po'. La ragazzina fu mandata in una casa famiglia, poi affidata ad una coppia della buona società del capoluogo. Poi  rientrò a casa ed in seguito fu allontanata di nuovo, o andò via volontariamente,  ormai maggiorenne e madre di un bambino. Non si sa di chi.
Degrado totale. Ignoranza. L'uno contro l'altro armati, eppure uniti da una casa popolare, una pensione e un sussidio di disoccupazione. Non credo che nessuno di loro lavori. Sono in giro tutti, a qualsiasi ora del giorno e lei, zampa di elefante, deve essere felice e orgogliosa di aver conquistato, per ora, il suo quotidiano sfilatino con la mortadella.

domenica 15 marzo 2020

PAOLA E FRANCESCO


Paola e Francesco, amore lontano, amore vicino.

Paola era alla finestra a guardare un po' distratta, un po' attonita, lo spettacolo della pioggia battente. In genere le restava indifferente, ma in quella serata solitaria la faceva indulgere a pensieri agrodolci. Pioveva sempre più forte, l'acqua batteva violenta sui vetri, scorreva sui tetti rossi, puliti, scrosciava dai canali, cadeva schizzando nelle grosse pozzanghere sulla via.
Aveva mille pensieri, prosaici e poetici, tutti insieme, affastellati nella testa insieme agli impegni per il giorno dopo e l'idea del suo ennesimo compleanno, serie “anta”, che si avvicinava. Tempo di bilanci e ancora di qualche progetto.
Solo la tv le faceva un po' compagnia e il suono di un vecchio refrain di trent’anni prima, l’avvolse nell'ala malinconica del ricordo. E così Paola volò lontano, ancora una volta a quell'estate magica e irripetibile del “67,  tempo in cui l'ardore della giovinezza e la voglia di vita dominavano i giorni.
Appena chiusa la scuola, come sempre, Paola si era trasferita in Toscana, nella villa di campagna dei nonni, con la mamma e il fratello Giulio. Il papà, rimasto in città per lavoro, andava a trovarli ogni fine settimana. Sembravano attenderli i soliti giorni tranquilli, vuoti, scanzonati e un po' noiosi di tutte le estati. Ogni anno si celebravano gli stessi riti: le passeggiate in bici, le partite a ping pong, l'andare tutti insieme alla  messa festiva delle undici, per poi tornare a casa per il pranzo domenicale e, infine, la grande scampagnata di ferragosto. Cominciava a stufarsi della routine estiva e già desiderava finire il liceo per iscriversi all'Università, a Firenze, alla facoltà di filosofia, sua passione da sempre, per andare via di casa e conoscere cose e persone nuove. Ma quell’estate fu inaspettatamente diversa.  Giulio, di due anni più grande, doveva prepararsi per gli esami di maturità e così portò con sé in campagna l'amico Francesco, per studiare insieme. I due trascorrevano la gran parte del tempo, quasi dieci ore al giorno, sui libri. E Paola si sentiva ancora più sola e annoiata. Si alzava tardi, il sole già alto, passeggiava un po' col nonno, aiutava la mamma fare le marmellate per l'inverno e leggeva romanzetti di Delly. Quando nel pomeriggio, in cerca di un po’ di fresco, si sedevano sotto il portico, tutti presi dalle chiacchiere e dalle piccole faccende, sentivano le voci di Giulio e Francesco che recitavano Cicerone e Euripide. I ragazzi al tramonto si concedevano un'ora di svago, prima di cena. Si allontanavano un po' da casa per dare due calci al pallone e scaricarsi correndo, stancandosi fisicamente, per riposare la mente. Francesco a Paola cominciava  a piacere e del resto prendersi una piccola cotta e fantasticare un po' era  un modo per annoiarsi di meno. Si conoscevano da anni ormai, ma quell'estate, priva di altre occupazioni, lo scoprì. Lui era carino, l'affascinava. Scuro di pelle, con gli occhi neri neri, i  capelli un po' lunghi e disordinati. Intelligente, educatissimo, eppure non convenzionale, garbato, ma ferreo negli impegni di studio. Dopo i primi giorni di quasi indifferenza, Paola cominciò a chiedersi se lui si fosse realmente accorto almeno della sua esistenza, del suo essere cioè una ragazza loro coetanea, peraltro abbastanza carina e non un elemento quasi inanimato di quel tranquillo paesaggio di campagna. Cominciò ad avere un po' più di cura nel vestirsi e nell’aggiustarsi i capelli. Ma Francesco e Giulio continuavano a stare chiusi in camera a studiare. Una domenica pomeriggio, sul tardi, andarono al fiume per una nuotata e l'invitarono ad andare con loro. Si divertirono a schizzarsi a vicenda con l'acqua corrente, gelata. Mentre si asciugavano, Paola e Francesco incrociarono gli sguardi. Un tuffo al cuore, un'emozione che forse la fece arrossire. Non era più solo una cotta e forse non era unilaterale, pensò. Lo svago serale dei ragazzi, intanto, si era trasformato in passeggiate nel pioppeto o in chiacchiere sul dondolo, sotto il portico, mentre attendevano la cena. Paola conobbe meno meglio Francesco. Era tenero, ma fermo, giocoso e allegro, ma tanto determinato. Aveva grandi progetti per il futuro. Laurearsi in medicina e diventare cardiochirurgo. Ma anche in lui l'ambizione spesso lasciava spazio all'insicurezza di riuscire e forse questo alternarsi di pensieri e umori lo rendeva ancora più affascinante e determinato. Una di quelle sere, mentre Giulio era col nonno nell’orto, finalmente Francesco la baciò, sotto il glicine e quell’inebriante profumo si fuse al suo.
Che emozione. Prima, vera, primavera della sua vita!
Inatteso si dichiarò a lei facendole cento, mille promesse, senza tener conto che non si può essere totalmente padroni della propria vita e che tante cose oltre l'amore erano tra loro. Gli altri, la scuola, gli studi futuri, l'età, i progetti.
-          Paola, ti amo. Mi sono innamorato di te. Non so più da quando, ma sai, tuo fratello, i tuoi… Sono entrato in casa vostra come amico di Giulio e non volevo mancare di rispetto a nessuno. Vedrai, lo dirò io a tuo padre…


Un lampo e il fragore d'un tuono, la pioggia che si faceva più insistente, riportarono Paola alla realtà, così diversa. Quanto tempo era passato.
Si stiracchiò, passò davanti allo specchio, si rimirò facendosi una smorfia e scivolò, sola e stanca tra le lenzuola. Al mattino fu svegliata dalla luce che s'insinuava fastidiosa nella stanza e dal profumo del caffè servito al letto, premura resa.
Suo marito, rientrato dal lavoro, d'abitudine la svegliava così, dolcemente, ormai da anni. Paola doveva vestirsi, fare qualche faccenda e andare a scuola, perché aveva compito di storia e  due ore di lezione di filosofia, tutta da spiegare. Infine, nel pomeriggio, doveva andare  a prendere i suoi ragazzi di ritorno da una gita scolastica. Ma tutto questo non prima di aver scambiato quattro chiacchiere con suo marito, stanco di una notte di lavoro al policlinico, reparto cardiochirurgia.
Sì, ce l'avevano fatta. L'ansia di vivere era ormai vita vissuta e l'amore di adesso ancora lo stesso di allora.
Come fosse la prima volta, come buongiorno, Paola baciò... Francesco

sabato 14 marzo 2020


Risultato immagini per BAMBINI POVERI PER MANI NELLA NOTTE MAMMA
PROMESSA


Andando a piedi, nel cuore della notte, con le tue poche cose chiuse in fretta in una busta di plastica verde, verso casa della nonna, una mano aggrappata alla giacca di Carlo, una stretta, tutta sudata, nelle grinfie di Pina, ti chiedevi che male avevi fatto mai.
- Muoviti, cammina, vedi che sta per piovere...
Avresti voluto gridare che non ce la facevi più, che non riuscivi ad andare più veloce di così, avresti voluto dirle di tornarsene a casa, di lasciarvi da soli lì, per strada, nel buio, che tu e Carlo ve la sareste cavata da soli, che conoscevate la via e che l’avreste trovata la casa della nonna. Ma ingoiasti le lacrime salate che ti bruciavano il visino tenero e tirasti in su col naso anche le parole che, lo sapevi, sarebbero state inutili e avrebbero irritato, se possibile ancora di più,  Pina.
Tuo fratello Carlo ti camminava a fianco, in silenzio, ubbidiente, apparentemente insensibile all'ennesima scenata, ma di sicuro stava male come e più di te. Lui era stato sempre così, impassibile, pareva un soldatino in riga, come al funerale della mamma.
Basta, avevi deciso. Anche se tuo padre e Pina avessero fatto pace, non saresti  ritornata mai più in quella casa dove ti sentivi di troppo.
La Pina pensava solo alle sue bambine e voi eravate un peso che, dopo i primissimi tempi di vita insieme, lei usava solo come merce di scambio o come arma di ricatto col marito. Del resto, tuo padre non faceva nulla per farla star zitta, per tenerla buona. Beveva e beveva. Continuava a rincasare tardi e a non portare mai abbastanza soldi a casa. Quella notte poi aveva proprio esagerato. Era tornato alle due, dopo una scazzottata forse, sanguinante. Aveva tentato di afferrarla, le aveva sporcato il letto. Pina si era ribellata. Avevi sentito solo le sue urla, quando lui, fuori di sé dalla rabbia, l'aveva minacciata di buttarla giù dalla finestra.
Ti eri svegliata, spaventata da morire. Ti eri ricacciata ancora più giù tra le lenzuola lise, fingendo di dormire. Ma lei ormai era infuriata.  Aveva aspettato che tuo padre, sfinito, s’addormentasse per vendicarsi, come al solito. La storia andava avanti da troppo tempo. Ma forse quella era la volta buona. Forse si lasciavano davvero. Ti dispiaceva un po' solo per le bambine. Camilla e Carlotta, in fondo, erano le tue sorelline, più piccole e  più fortunate, avevano la mamma loro. Ma il babbo, quello lo condividevate ed era un disastro per tutti.
Per fortuna la stanchezza e il sonno erano più forti dei cattivi pensieri. Quando  Pina diede la prima scampanellata al portone della nonna, eri rassegnata e tranquilla, come la superficie di uno stagno che nasconde sabbie mobili.
- Chi è?- fece la voce nota, bassa e impastata, dagli scuri della finestra al primo piano.
- Maria, siamo noi, scendete.
- Che è successo?
- Nonna, siamo noi, - fece Carlo come ravvivandosi.

- Vostro genero ne ha fatta una delle sue, ma per me è l'ultima. Io lo lascio. Domani mattina lo sbatto fuori di casa. Le gemelle restano con me, ma questi è meglio che li riteniate voi. Quella bestia non è in grado di badare neanche a se stesso.
Ti avviasti su per  le scale grigie. Povera nonna, non era le bastato perdere la figlia, ora doveva anche ricominciare tutto daccapo e prendersi cura di due ragazzini.
Ma no, promettesti alla tua stella lassù.
“Saremo noi che ci prenderemo cura di te, nonna cara.”




venerdì 13 marzo 2020

SOTTO LA TOGA...


SOTTO LA TOGA… NIENTE



Quella mattina saltasti su come un grillo, ti  preparasti velocemente, ma con cura. Certo lei ti  piaceva proprio, accendeva le tue fantasie, anzi il desiderio.
-          Ciao cara, buona giornata.
Un bacio frettoloso sulla fronte, ma non sfuggisti lo sguardo di tua moglie. Avevi paura di essere sgamato.
Poi via in ufficio a preparare la cartella e di là dritto in udienza. Quando la vedevi filare lungo il corridoio, con la toga addosso, ti intrigava anche di più, ma capitava di rado, per fortuna. Le udienze civili, la dottoressa Bruni, le teneva sempre in borghese, con quei suoi tailleurini bon-ton e un filo di perle, l'aria quasi sempre un po' distratta di chi sembrava capitato lì per caso, come venuto da un altro pianeta. E quanto ti  sorrideva o salutava con garbo gli altri, tirando giù gli occhiali sul naso, scatenava le tue fantasie. La bocca si schiudeva su una dentatura bianca e un po’ irregolare, con un incisivo leggermente accavallato in avanti.
Rasato alla perfezione, profumato, ma non troppo, eri deciso, l’avresti invitata a pranzo. Avevi aspettato fin troppo, tenendoti sul vago.
- Caffè?
- Sì, dai, facciamo una pausa, che ne ho proprio bisogno. Alle dodici ho una prova con cinque testi e chissà quando finirò. Oggi tocca a me offrire.
- Mi piace parlare con lei sa, - le avevi confessato ammiccando una volta, - mi dà l'impressione di capirmi, di poter condividere certi pensieri, certe riflessioni non proprio comuni.-
- Grazie, - aveva risposto semplicemente lei, sempre un po’ distratta e sopra le righe. Per davvero o per posa o per difesa, questo dovevi ancora scoprirlo. E poi  giù con le sue solite elucubrazioni sociologiche ad alta voce sulle relazioni umane. A te, maschio vigliacco, in realtà non te ne importava niente di quelle stupidaggini. Volevi solo provarci, al momento giusto però, quando fossi stato sicuro di non prendere un palo. Ma poi, ad un certo punto, avevi capito che questa certezza non l'avresti avuta mai. Che speravi che te lo scrivesse nero su bianco come un’ordinanza con tanto di data e timbro di cancelleria? E così ti eri deciso. Lunedì l'invito a pranzo. Prima d'ora mai con un magistrato. Solo l’idea di esserci arrivato vicino, già ti ringalluzzita. Neanche l'ombra di un rimorso verso Paola. Non avrebbe mai saputo. Aveste avuto entrambi, tu e la dottoressa Bruni, l'interesse a tenere la cosa segreta. Chissà come si mette in questa cosa vostro onore. Curiosità, imbarazzo, un po’ d’ansia ad prestazione. Dai, non  fare ragazzino, dai che ci sta!
Macinasti velocemente i passi dal parcheggio fino all’ingresso del tribunale, arrivasti tutto gasato all'ascensore, cercando di celare ogni emozione e di sembrare il più normale possibile, ma ti veniva da fischiettare.
-          Che piano? - fece il tipo alto in fila appena davanti a te.
-          Terzo, ho  udienza della dottoressa Bruni.
-          Ah, bene, vado anch'io da lei, ma non conosco la strada,  disse,  che aula?
-      La sei. 
-          Bene, farò una sorpresa,  - rispose quello senza esserne stato richiesto,  mentre tu lo guardavi forse con espressione interrogativa. Che sorpresa ?
-          Sa, sono il marito, - disse il tipo, ignaro, gelandoti con solo tre parole.
Un attimo per realizzare.
Bene, pensasti deluso, sentendoti un gran cretino, sotto la toga… niente.
Almeno per oggi.


giovedì 12 marzo 2020

RACCONTI: PRESENTAZIONE


Durante le mie presentazioni alla scuola di scrittura creativa ho scritto e messo insieme circa trenta  racconti. Alcuni li ho pubblicati nella raccolta LA VITA E’ CAOS, perché sono eterogenei, ma soprattutto perché in ognuno c’è un protagonista che si misura con se stesso, con gli altri e con le difficoltà della vita ponendo in essere un suo escamotage esistenziale.
Alcuni sono in seconda persona, altri sono brevissimi, addirittura scritti in cento parole, impresa non sempre facile, altri traggono spunto da un’inserzione di giornale.
In tempo di Coronavirus e impossibilità di uscire ho deciso di riproporli sul blog e di condividerli poi sui sociali.
Eccoli:

L’UOMO CHE AVEVA FRETTA, un uomo che si trova nel posto sbagliato, al momento sbagliato.  
GIULIO ED IO, il racconto della difficile vita di una mamma con un  figlio autistico

ALLE ARMI
FRATELLI DIVERSI
SULL’ATTENTI, esercizi sulla narrazione in io, io periferico o  io inattendibile

SOLO UN PANINO E UNA BIRRA
TALEBANA D’AMORE
NON E’ BELLA, MA…
PROMESSA
SOTTO LA TOGA… NIENTE, in seconda persona
TRAMONTO
L’ORTOLANA
CHI SEI?
PASSO D’ELEFANTE
PAOLA E FRANCESCO, AMORE LONTANO, AMORE VICINO
IO ROMEO, E TU?,  Racconto per ragazzi
SERIAL WRITER, noir
OLIVE E VELENO, racconto giallo
NON SALIRE SU QUEL TRENO, sulle coincidenze e gli eventi che cambiano la vita

VARI IN 100 PAROLE:

STRILLOOOOO
SOTTO L’OMBRELLONE
TI HO AMATO
SILENZI
M’AMA, NON M’AMA
PER ME E PER TE
PARENTESI
SPESA A DOMICILIO

TALEBANA D'AMORE L'EPILOGO


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...SEGUE 
Sabato mattina mi svegliai presto ed uscì a fare colazione. Lasciai Rossella che dormicchiava. Ci ritrovammo nella hall dell'albergo solo verso le 10.30. Era gasatissima.
- Guarda mi ha mandato un SMS. “Mi ha fatto piacere conoscerti. Mi piacerebbe rivederti”.-
- Oddio, e non dirmi che gli hai risposto. Andiamo al Louvre, smettila.-
- Laura, gli ho risposto. Lo vedo tra un'ora. Non mi dire  niente. È la mia vita. Siamo sole qui, solo tu ed io. Per un giorno sono libera e voglio essere solo me stessa e fare una cosa che mi fa piacere e basta-.
Controbattere sarebbe stato inutile. Rossella aveva deciso di vivere il weekend parigino a modo suo. Nulla avrebbe potuto fermarla. Forse solo Roberto in carne ed ossa, ma non il pensiero di lui. Si erano fatti troppo male, a vicenda, negli ultimi tempi. Litigavano in continuazione. E se io non facevo qualcosa del genere, né lo desideravo, era solo perché sono fondamentalmente diversa, pigra, passiva, schematica. E perché ho tanta paura di soffrire. Rossella, invece, era sempre stata una donna inquieta. Generosa, sveglia, vivace, passionale, problematica, cervellotica, imprevedibile, volubile. Gli anni erano passati. Lei aveva fatto scelte di vita adulta, aveva rinunciato a tante cose per il lavoro e per la famiglia. Ma, nel profondo di sé, credeva di  aver solo adempiuto ad una sorta di mandato sociale e familiare. È una persona fuori le righe. A suo modo geniale e contraddittoria. Era stata profondamente innamorata di Roberto. Me lo ricordavo bene. Ma ora qualcosa tra loro si era spezzato. Quella specie di contratto stipulato quasi venti anni prima, si era rivelato insoddisfacente per lei. Quante volte mi aveva detto e ripetuto che non aveva funzionato, che lei aveva dato e fatto tutto ciò che ci si aspettava da lei, ma che non aveva ricevuto altrettanto. Ed era delusa, dispiaciuta, ma anche arrabbiata, come se Roberto l'avesse truffata, come se le avesse tolto qualcosa a tradimento. Con la metro arrivammo alla stazione del  Louvre e ci sedemmo all'aperto, fuori da un bar, a prendere un caffè. Io volevo rivedere con calma tutto il museo. Lei avrebbe fatto la sua passeggiata con questo Jean Claude. Alle 11.30 precise lo vedemmo spuntare dall'uscita della metro, di fronte a noi, vestito in maniera più formale che il giorno prima. Aveva una camicia a righini sul rosa, leggermente sbottonata e senza cravatta, jeans e scarpe sportive, con  una giacca blu chiaro su. Lo invitammo a sedere con noi, ma lui propose di andare. Li salutai e li vidi allontanarsi nel viale, sotto i platani. Subito dopo si diedero la mano. Poi lui le mise un braccio intorno alle spalle. Rossella si rifugiò, si rilassò in quell'abbraccio e insieme sparirono all'orizzonte.
* * * * *
- Allacciate le cinture di sicurezza e chiudete i tavolini di fronte a voi, s’il vous plait-, raccomandò un'hostess truccatissima e attempata.
- Ross, ti prego, spegni il cellulare, smettila, torna in te. Tra poco saremo a casa.- Rossella mi guardò con gli occhi pieni di lacrime.
- Guarda, guarda che SMS  mi ha mandato... “Plus une chose est parfaite, d'autant plus parce que le plaisir et la douleur”. Quanto più una cosa è perfetta, tanto più causa piacere e dolore. Dio, Laura, Jean Claude è una persona meravigliosa. Come posso tornare a casa e far finta di nulla? È stato tutto così, ... così bello.-
- Rossella, se ti ho permesso di fare una cosa del genere è perché sapevo come tu fossi in crisi. Ho pensato che, in fondo, una distrazione ti avrebbe fatto bene. Ma ora basta. È finita. Tienilo con un bel ricordo, un segreto tra noi, come quando eravamo ragazze. Una cosa bella cui pensare quando sei giù.-
- Tu non mi capisci.-
- Ti capisco, ma così non va, cara, sei caduta in una storia impossibile. E lo sai.-
- Come farò, come farò ora.-
Decollammo e mentre io pensavo al rientro a casa, Rossella guardava giù. Parigi si allontanava e si faceva sempre più piccola. Anche il ricordo avrebbe dovuto  affievolirsi col tempo, come il panorama  rimpiccioliva con la distanza, ma la mia amica era preda dei suoi fumi. Non la vedevo così da tanto tempo. Tutto il viaggio di ritorno fu racconto, lacrime, pensieri, domande, evocazioni, attimo per attimo, di quelle magiche ventiquattrore trascorse con Jean Claude. Mi raccontò tutto, ma non per mettermi a parte dei suoi segreti, quanto piuttosto per fissare nella sua memoria ogni attimo.
Jean Claude l'aveva abbracciata ed aveva subito cominciato a parlarle. Si erano detti tutto l'uno dell'altra, per quanto possibile in poche ore. Lui aveva 51 anni e di cognome faceva Peeters, come il padre, un belga che non vedeva da più di trent'anni. La madre e il padre si erano separati quando lui e la sorella erano piccoli. Ne aveva tanto sofferto. La madre,  parigina doc, li aveva tirati su da sola, con mille sacrifici. Lui aveva cominciato a lavorare a diciassette anni, continuando a studiare. Si era laureato. Ora lavorava in un'ottima compagnia di servizi alberghieri, dov'era stimato e ben pagato. Era un immobiliarista, o meglio così si era definito. Forse, aveva pensato Rossella, comprava immobili, per colmare le sue insicurezze di ragazzo. Per un lungo periodo, intorno ai quarant'anni, aveva lavorato nel Canada francese, dove aveva comprato una casa. Altri due appartamenti li aveva a Parigi, in centro, uno a villa Montmorency, in ristrutturazione, dove si sarebbe trasferito in estate, un altro al Marais.  Jean Claude era single,  aveva la passione per il cinema e per l'italiano. Da autodidatta aveva imparato a parlare piuttosto bene.
- È stato come se lo avessi conosciuto da sempre. Credevo che i francesi fossero più chiusi, più riservati rispetto a noi italiani, invece mi ha detto tutto di sé, con naturalezza, con tanta voglia di parlare, di aprirsi. Subito dopo esserci incontrati, ha chiamato un taxi e mi ha detto che mi avrebbe portata in un caffè chic, dove si beveva un buon espresso all'italiana. Entrati nel locale, mi ha fatto sedere, mi ha preso la mano e  ha continuato a parlarmi. Mi ha mostrato un anello d'oro, che portava al mignolo della mano destra, con le sue iniziali, ultimo regalo della madre anziana. Anch'io ho cominciato a parlargli di me, del mio matrimonio triste, arido, degli egoismi di Roberto, delle sue assenze, del mio daffare quotidiano, della mia solitudine. Però ero perplessa. Non ho mai tradito. “Must be happy”, mi ha detto lui con candore, con convinzione. Siamo usciti dal caffè, mano nella mano. Ci siamo fermati ad un semaforo ad aspettare il verde per attraversare, ci siamo guardati negli occhi e ci siamo dati un bacio. Laura, mi sono persa in quel bacio. Ho perso la nozione del tempo, dello spazio. Quando ho riaperto gli occhi, gli ho detto: “Andiamo a casa tua”.
“Vuoi venire da me? Sicuro?”, mi ha chiesto appena sorpreso.
“Si”.
Siamo passati dall'altro lato della strada. Ha chiamato un taxi, ha dato l'indirizzo. Ci siamo seduti ed io ho cominciato a toccarlo, ho infilato le dita tra i bottoni della camicia, ho preso a sfiorargli il petto. Ho perso la testa completamente. Appena arrivati, siamo scesi, ero come inebriata. Ha cercato le chiavi del portone. Ingresso, scale strette, porte, ancora scale, ancora chiavi. Finalmente ha aperto, siamo entrati ed è stato di una tenerezza unica.
 “Sai, è la casa di un uomo solo, di uno scapolo, c'è disordine”.
Sono entrata nella sua stanza,  in penombra, ho slacciato le scarpe, lo lasciate in un angolo. Poi ci siamo avvicinati sul lettone bianco e ci siamo spogliati completamente, con foga. Lui ha cominciato a baciarmi dappertutto ed io mi sono sciolta, persa in un piacere dimenticato o mai provato prima, non so. Abbiamo provato una, due, tre volte,  ma lui non è riuscito.
“Scusa, sono emozionato.”
Poi si è abbandonato a me ed ha letteralmente perso i sensi, ripetendo qualcosa di incomprensibile, mentre io facevo tutto da sola. Ci siamo trattenuti un po' sotto il piumone. Mi ha sussurrato nell'orecchio parole dolci, in francese, sfiorandomi la pelle, graffiandomi dolcemente, muovendo le unghie e i polpastrelli in circolo.
“Ma chère, mon amour, c’è feeling, n’est ce pas?”.
“Oui, c’è feeling, come faremo? Come farò?”.
Dio, Laura. È stato così, così... Alle tre dovevo ritrovarmi con te  in albergo. Gli  ho chiesto di accompagnarmi, così ci siamo preparati e siamo venuti in hotel. Poi  non ricordo più nulla. So solo che abbiamo preso la metro. Ci siamo seduti,  io mi sono appoggiata al suo petto, come incantata. Lui mi lisciava i capelli in silenzio.-
- Rossella, hai fatto bene, non dico di no. Ti sei concesso un bel momento, di pura evasione, ma ora non devi pensarci più, devi andare avanti. Devi guardare alla tua vita, a casa, a Roberto. Devi pensare a quello che di lui ti piace, che ti è sempre piaciuto, quello che ha fatto innamorare.-
- Non lo so più, ora mi fa solo arrabbiare, ho lasciato correre troppe cose, per troppo tempo.-
- Ma che vorresti fare, lasciare tutto e tutti e correre dal tuo Jean Claude? Lasciare le ragazze, vivere a Parigi, sola con lui o pensi che ti seguirebbero? Ragiona. E poi credi che Jean Claude ti vorrebbe a Parigi con sé?
- Uffa, ragiona, ragiona. E quello che mi ha ripetuto lui stamattina. Che dobbiamo ragionare, che siamo persone adulte .-
- Vedi, anche lui ti dice di essere razionale, di mettere da parte le emozioni. In poche ore, ha cambiato registro.-
- Forse, ma se è davvero una persona affidabile e coscienziosa come credo, come sembra, cos'altro dovrebbe dire? Però è stato lui, quando ieri alle tre mi ha riaccompagnato in albergo, a chiedermi di dormire insieme. Ed è stato magico. Mi sono sentita così in colpa con te, Laura. Ti lasciata da sola per tanto tempo.-
- Non importa. Siamo stati insieme abbastanza. Tutto il pomeriggio di ieri e poi a cena. Ma mi rendevo conto che eri troppo inquieta, che morivi dalla voglia di rivederlo.-
- Sì, è vero, non resistevo, non volevo perdere un solo minuto. Scusami.-
- Ma dai. Mi avete ficcato in quel taxi e voi, dove siete andati?-
- Oh, da nessuna parte. Anch'io credevo mi portasse in un locale, a bere qualcosa. Ma abbiamo preso la metro e siamo andati subito da lui. In casa, aveva lasciato le luci e la tv accese su un canale  italiano. Ci siamo seduti sul divano e ha cominciato di nuovo a parlarmi di sé. Mi ha detto tante cose;  poi ha tirato fuori dal frigo una bottiglia di champagne.
“Ti va di bere qualcosa? Sai,  solo per rilassarci un po'”.
“Sì, certo.”
Poi ci siamo messi a letto, verso le  due,  dopo aver chiacchierato tanto. Abbiamo fatto l'amore a lungo. Lui era disteso,  tranquillo e mi è sembrato bravissimo, esperto. Nulla era casuale. Credo non fosse solo l'esperienza del cinquantenne, ma le sue riflessioni, le sue letture, l’attenzione per me. In un angolo della stanza aveva una libreria piena di volumi, anche in italiano. Poi ci siamo addormentati, così, nudi e abbracciati. Anzi, in realtà, io non ho dormito affatto. Ero così presa, così ansiosa. Avevo caldo, avevo freddo. Gli ho dato il tormento per tutta la notte, credo, ma lui è stato così opportuno in tutto. Oh, Laura, non puoi capire. Come farò?-
- Ma come farai Ross. È stata un'avventura, un flirt. Basta, è finita, andata. Stamattina ti ha riportato in hotel e vi siete salutati, stop. Chiuso. Dai, stiamo atterrando.-
Dopo pochi minuti atterrammo a Roma. Rossella mi accompagnò a casa con la sua macchina e rientrò.
Ebbe per giorni un umore  altalenante. Ci sentivamo spesso. A volte guardava finanche le figlie con  senso di fastidio. Le riteneva in qualche modo responsabili delle sue rinunce. Altre volte guardava la sua bella casa con giardino e pensava che tutto ciò che aveva in fondo era meglio di quel che avrebbe potuto avere con Jean Claude. Lui le aveva detto di dover lavorare ancora per circa dieci, dodici anni,  poi aveva intenzione di vivere un po' Parigi,  un po' in Canada, un po' di Costa azzurra, dove stava acquistando un'altra casa. Rossella era affascinata da tutto ciò. Si immaginava già come la  matura signora Peeters, cosmopolita, pronta a girare il mondo, ad arredare le case di Jean Claude, a  parlare in francese o in inglese. Continuò a tartassarlo con telefonate, messaggi e mail, fin a quando lui smise di rispondere.
Lei, un po' a causa delle continue liti con Roberto e della sua infantile delusione, un po' a causa del  temperamento romantico, gli scriveva cose eccessive, assurde. Con me si confidava, ma credo, per pudore,  solo in parte. Faceva riferimenti assurdi a Madame Bovary, ad Anna Karenina, alla passione bruciante che provava, simile ad Attrazione fatale. Il poverino le rispose in modo molto sensato e  sempre più laconico.
“Dobbiamo ragionare, grazie delle belle parole, grazie di tutti i tuoi complimenti, non credo di meritarli. Non sappiamo se, frequentandoci, se stando insieme, saremmo andati d'accordo... . Devi pensare alle tue figlie... . Non voglio essere la causa della tua rovina”.
Gli inopportuni riferimenti letterari alle sue eroine, suicide per passione, avevano colto nel segno o, meglio, avevano messo in fuga il bel francese. Ma Rossella è un'integralista d'amore. È stata così. Per lei non ci sono  mezze misure.
Voleva tutto, tutto subito. Per tutta la sua inquieta e tormentosa estate, continuò a mandargli messaggi eccessivi, messaggi che rimasero puntualmente senza risposta. Grazie a Dio, il belga aveva buon senso per tutti e due o, forse, era spaventato dall'enfasi di Rossella e dall'idea di potersi scontrare  con un geloso marito italiano. Rossella e Roberto continuarono a litigare. Lei tirò fuori tutto il veleno, tutto il rancore accumulato in venti anni. Rinfacciò a Roberto le sue uscite, i suoi viaggi da scapolo, le sue disattenzioni. Lui si sentì colpito, ferito, seccato, dispiaciuto e colpevole. Si difese, poi  reagì chiudendosi a riccio.
Le cose sembravano dover precipitare da un momento all'altro.
Io, da buona amica, cercai di parlare con entrambi, di ricordare le loro responsabilità di genitori e i bei tempi andati, il loro amore dei primi giorni, l'elettricità che sprigionavano. Poi chiesi a Nicola di parlare con Roberto, da uomo ad uomo.
Una sera Rossella mi invitò ad uscire a cena.
I nostri mariti erano presi dalle partite di Champion.
- Sai, mi disse Rossella, abbiamo parlato. Roberto ha smesso di resistermi, di controbattere. Mi ha detto che cercherà di starmi più vicino, di essere più presente in casa. Vogliamo andare avanti. Cercheremo di ritagliarci un po' di tempo per noi, tra i tanti impegni di lavoro e di famiglia. Ed io ho capito che lo amo ancora. Amo solo lui, così diverso da me. Jean Claude è stato solo un vento di primavera. Nulla in sé e per sé, ma solo l'occasione che mi ha risvegliata all'amore, alla passione, che mi ha fatto sentire di nuovo donna, desiderata, viva. Ma questa cosa, la voglio vivere solo con mio marito.-          - Sono felice per te Rossella. Non poteva andare meglio. Hai combattuto, hai strillato, litigato, recriminato. Volevi  tutto o niente e hai vinto. Alla fine hai avuto ragione tu. Talebana  d'amore. -

E CONTINUANO I VIAGGI

      Altro filo conduttore della mia vita sono divenuti i viaggi.  Adoro viaggiare e cerco di farlo come posso, con Claudio, con tutta la f...