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giovedì 12 marzo 2020

RACCONTI: PRESENTAZIONE


Durante le mie presentazioni alla scuola di scrittura creativa ho scritto e messo insieme circa trenta  racconti. Alcuni li ho pubblicati nella raccolta LA VITA E’ CAOS, perché sono eterogenei, ma soprattutto perché in ognuno c’è un protagonista che si misura con se stesso, con gli altri e con le difficoltà della vita ponendo in essere un suo escamotage esistenziale.
Alcuni sono in seconda persona, altri sono brevissimi, addirittura scritti in cento parole, impresa non sempre facile, altri traggono spunto da un’inserzione di giornale.
In tempo di Coronavirus e impossibilità di uscire ho deciso di riproporli sul blog e di condividerli poi sui sociali.
Eccoli:

L’UOMO CHE AVEVA FRETTA, un uomo che si trova nel posto sbagliato, al momento sbagliato.  
GIULIO ED IO, il racconto della difficile vita di una mamma con un  figlio autistico

ALLE ARMI
FRATELLI DIVERSI
SULL’ATTENTI, esercizi sulla narrazione in io, io periferico o  io inattendibile

SOLO UN PANINO E UNA BIRRA
TALEBANA D’AMORE
NON E’ BELLA, MA…
PROMESSA
SOTTO LA TOGA… NIENTE, in seconda persona
TRAMONTO
L’ORTOLANA
CHI SEI?
PASSO D’ELEFANTE
PAOLA E FRANCESCO, AMORE LONTANO, AMORE VICINO
IO ROMEO, E TU?,  Racconto per ragazzi
SERIAL WRITER, noir
OLIVE E VELENO, racconto giallo
NON SALIRE SU QUEL TRENO, sulle coincidenze e gli eventi che cambiano la vita

VARI IN 100 PAROLE:

STRILLOOOOO
SOTTO L’OMBRELLONE
TI HO AMATO
SILENZI
M’AMA, NON M’AMA
PER ME E PER TE
PARENTESI
SPESA A DOMICILIO

martedì 10 marzo 2020

PER LA SERIE: I MIEI RACCONTI TALEBANA D'AMORE


TALEBANA D’AMORE

La sveglia trillò puntuale ed inquieta sul mio comodino. La spensi subito per non  svegliare Nicola e andai in bagno a prepararmi. Accesi il cellulare e feci uno squillo a Rossella che, stranamente, rispose subito.
- ,  sveglia!?-
- Sì, sveglia e carica, cara. Passo prenderti tra venti minuti. Preparati e scendi giù.-
Ross mi aveva convinta, mettendo in campo tutte le sue innate doti di tenace rompiscatole, insistente ed  ossessiva, a fare questo “folle” weekend a Parigi. Per la verità, all'inizio, ero stata molto perplessa. Prendere un giorno di ferie, organizzare la casa, lasciare Nicola solo con i ragazzi in un periodo di superattività,... Ma alla fine lei e  le sue ragioni, che poi erano le mie, avevano avuto il sopravvento. Io ero stanca, spenta, stufa di occuparmi di casa, lavoro, famiglia, mamma. Nicola era sempre più distante ed egoista. Lui, il lavoro e il golf. Forse non tutti sanno che ci sono le vedove bianche del golf, le povere mogli dei golfisti, più povere di quelle i cui mariti giocano a carte o a calcetto o stanno per ore al bar. I golfisti sono dei veri stronzi, degli uomini tignosi che pensano ai tiri anche quando sono in bagno, che all'improvviso si alzano e vanno a provare un blaster in terrazzo o nel giardino di casa; che, una volta entrati nel mondo di questo sport vampiro, assoluto, totalizzante, non ne escono più;  uomini in gara con se stessi, fino alla fine, un record su quello precedente. Nicola credeva di sapere come giostrarsi tra me ed il golf, in un esercizio di equilibrismo costante; si illudeva  di sapere fino a che punto potermi trascurare. Ma non aveva capito un tubo. Ed io, prima di imboccare il viale senza uscita del divorzio da golf, avevo accettato l'invito di Rossella.   Scesi giù e la trovai alla guida della sua 500, pronta a partire per l'aeroporto.
- Ciao, dai  sali, non vedo l'ora... –
- Ross, mi fai rabbia, sai. Ma che cavolo pensi di fare, cosa vuoi trovare a Parigi?
È un semplice weekend, solo due giorni di riposo, di evasione dalle solite cose. Ma non  siamo più delle ragazze.-
- Laura, vuoi la verità? Non lo so cosa cerco, cosa m'immagino, cosa faremo. So solo che sono stufa. Non ce la faccio più. Devo evadere. Sono venti anni che ho archiviato me stessa, i miei  pensieri, le mie emozioni, i bisogni più intimi. Non  posso continuare così. Figli, casa, spesa, lavoro. Roberto è diventato insopportabile. È sempre stato quel che è stato. Egoista, strafottente, superficiale, sfuggente, ma ora sta esagerando. Entra ed esce di casa, non una parola, non un'attenzione, che so, un regalo, un fiore, un pensiero qualsiasi per me. Ormai dà tutto per scontato. Certo non gioca a golf come Nicola, ma è lontano, assente. Non so se ha un'altra, ma comunque è  troppo concentrato su di sé. Forse è il tempo che corre via, settimane che passano in un giorno, i 50 che si avvicinano. Allora giù con palestra, integratori, insalate, omega 3. A volte non lo riconosco, non ha mai fatto sport in vita sua.-
Rossella, al solito, come un fiume in piena, continuò sciorinare tutto quello che io sapevo già memoria e che, in qualche modo, affliggeva anche me. Un matrimonio appiattito, un marito egoista e poco attento, i figli e i mille impegni che ci avevano espropriato di una vita nostra. Non aveva torto, ma non eravamo più le ragazze di un tempo. Io ero cambiata più di lei. Ingrassata, stanca, trascurata. Ross, invece, diceva di star  male, sempre in conflitto, in un momento cruciale della vita, eternamente sull'orlo di una crisi di nervi, ma in realtà non si arrendeva e continuava ad avere costante cura di sé. Non era cambiata molto dai tempi del liceo, anzi, forse, era migliorata. Piccola, carina, magra, ben fatta, bionda mèchata, sempre truccata, manicure fatto. Non si arrendeva ed  era una patita ed al tempo stesso una vittima del controllo. Forse per questo spesso si diceva tanto stanca, perché non mollava nulla, né riguardo alla sua persona, né in casa. Il marito Roberto, invece,  era agli antipodi. Un uomo non bello, ma in forma, positivo, ottimista, simpatico, superficiale, disinvolto e un po’ menefreghista. Sì, forse un po' egocentrico lo era.  Lei, invece, dietro la sua apparenza di donna graziosa e vulcanica,  era pesante, un animo in pena, sempre a riflettere e a soppesare, anche ora che, secondo me, non c'era più nulla da fare e da decidere. Ogni volta che litigava con Roberto, ne faceva un dramma e metteva in scena il solito repertorio.
“Mi separo, non mi separo, … e poi le ragazze, mi ha fatto questo, mi ha fatto quello, ma così non si fa, io non ce la faccio più, ...”
Ogni volta pareva fosse sull'orlo di un precipizio, pronta a rivolgersi ad un avvocato per separarsi. Ogni volta ne parlava con me, con la mamma, la sorella, la cognata, la vicina di casa. Eppure Ross è una persona intelligente, ma non capisce che lamentarsi così tanto, con tutti, sciorinare le proprie cose non le fa onore e le fa disperdere energia preziosa, la fa andare fuori di sé, fuori asse. Ma è inutile ogni volta  ripeterglielo. È un’emotiva, un'incontinente verbale irrefrenabile. Non riesce e basta.
- Ross, abbassa la radio, per favore e non fare quella faccia, perché mi fai rabbia. Ricordati che non siamo due liceali in gita scolastica... –
- Già, ti ricordi?-
- Senti, è solo un weekend d'arte, capito? Cultura e riposo.-
- Sei una palla, Laura! Ricordi quella poesia che ti scrisse Fabio, vent'anni fa? Com’era?
Lalla,
fragile corolla di barriere,
non ti scordare di vivere.
Tu sei ancora così. Per non soffrire, per non avere problemi, ti sei dimenticata di vivere. Oddio, scusami...- fece lei, ma in fondo aveva ragione.
- Già, Fabio… , a volte mi domando come sarebbe andata con lui. Non era così egoista e duro come Nicola. Fabio era tenero e così innamorato di me!-
- Sì, mi ricordo le vostre telefonate. “Ti amo, prima!”, e poi  i “riattacca tu, non prima tu”. –
- Era dolce, ma era pure tanto indeterminato. Non mi dava nessuna sicurezza, nessuna garanzia, nessuna prospettiva per il futuro. Nicola invece era già laureato allora...-
- Lo stesso era Andrea per me. Così buono e disponibile. Accoglienza totale, pura accettazione. Ma mi dava l'impressione di essere davvero un fesso, che non avrebbe saputo affrontare le difficoltà della vita futura. E poi l'amore, l'amore... Perché ci innamoriamo sempre degli stronzi!? Forse perché pensiamo “è stronzo con me e lo sarà anche con gli altri, mi difenderà, mi proteggerà per tutta la vita”. Oppure perché ci piace ingaggiare una specie di lotta, con loro e con noi stesse, per riuscire a  cambiarli, a compiere un’opera di redenzione. Ma!  È una battaglia persa, inutile.-

lunedì 9 marzo 2020

RACCONTI: NON E' BELLA MA...


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NON E’ BELLA, MA…



Chi non ha una cognata stronza non può capire. Ma del resto, chi non ha una cognata stronza?
Nessuno. Magari veste panni della suocera o della matrigna o dell'amica invidiosa o rubamariti. Ma tutti ce l'abbiamo, la cognata stronza. Quella che si insinua nel tuo burro familiare, come si permette?, che  ruba il cervello di tuo fratello, se lo stende nel letto e sul pane e se lo mangia a colazione, pranzo e cena. La mia poi  è proprio terribile. Sembrava una ragazza normale, di borgata, una neutra, forse neanche tanto male, o una buona, che ne so?, senza né arte né parte, con un diploma del cazzo in ragioneria, personaggio in cerca d'autore.
A una festa del  quinto conosce mio fratello. Lo ipnotizza, lo irretisce, gliela dà. Quello non capisce più nulla. Comincia a portarsela sempre dietro sulla Simca verde scassata coi sedili ribaltabili. Ma che mai gli farà mai? Eppure gli basta. A lui basta. Decerebrato. Si sposano. Pretende un vestito orribile, di tulle bianco, con scarpe decolté alte, guanti, bouquet di rose, velo e tutto il resto. Che squallido. Anche una collana d'oro rosso con un pendaglio appeso sotto.
Il giorno del matrimonio me lo ricordo bene. Si acconciò con tutti boccoli in testa, ricadenti da una parte del viso fortemente truccato con le labbra fucsia. Volle celebrare il matrimonio nella chiesetta del suo quartiere. Già, perché la dovevano vedere tutti. Tutti quelli del suo brodo giovanile.
Il sagrato, orribile, una spianata d'asfalto rovente. Lancio di petali di fiori finti. Fittarono un appartamento mobiliato, primo ed ultimo nido d’amore,  con una cucina di formica marrone e arancione. A lei piaceva. Il piumone sul letto, di raso bianco, raso  finto coi volant.
Cominciò a mangiare mangiare mangiare. Fece il nostro primo nipotino, Pietro, che  si chiama come papà. Ingrassò 25 chili. Dopo un po' fece Marianna. Ingrassò ancora. Non è dimagrita mai più, anzi. Ha i capelli più scuri ora, unti, grassi, con la forfora. Quando va a fare la spesa o a far visite o a messa, mette ancora lo stesso rossetto fucsia e  il collier d'oro rosso al collo. Ha un culo enorme, grandissimo, che non entra sulle sedie e un  seno che le arriva alle ginocchia. Penso che non metta neanche il reggipetto. Lui la rispetta. Come stai? Ti serve qualcosa? Sì, l'acqua comprala tu che pesa. Cucina, rimpinza i miei  nipoti e mio fratello di robaccia da ingollare. Quest’anno a carnevale ha fatto le frappe fritte e le castagnole con la crema dentro. Sono finite in due giorni. Io credo che lei abbia messo tutti all'ingrasso per non sentirsi sola nel  suo schifo lardoso.
E credo che abbia deciso di far scomparire mio fratello dalla faccia della terra. Ormai non gli serve più. Ha raggiunto il suo scopo, di essere una donna sposata con figli, normale. Credo che progetti di ucciderlo, farlo a pezzi e cucinarlo, un po' per volta con il ragù della domenica.
Mia cognata è una stronza. Lui non lo sa o fa finta di non saperlo.
E io provo tanta rabbia perché mi ha rubato Umberto, il mio tesoro. Con lui non parlo più, non mi chiama, non mi pensa, mi trascura, non esiste che lei e i due proli. E la odio perché io sono più bella, più colta, più intelligente, più gentile eppure non ho trovato uno stronzo che mi impalmasse. Ma è possibile, mi chiedo, che lei ha un marito, mio fratello, l’uomo migliore del mondo dopo mio padre morto soffocato di tumore ai polmoni dopo quarantenni di fumo, ed io no?
La vita è strana e ingrata e stupida. Lei si è preso mio fratello e io sono rimasta zitella. Il mese prossimo compio quarantacinque anni. Lavoro, esco la mattina e ritorno la sera, con uno spacco di soli quaranta minuti per il pranzo, non ho un uomo, non tempo, non ho una casa mia, non ho figli, e dire che io li avrei fatti più belli dei suoi e che avrei saputo educarli meglio di lei. Vivo con mi madre che ha quasi ottant’anni e tanti acciacchi, devo assisterla, fare le pulizie, portarla dal medico, comprare le medicine, farle l’insulina e tutto il resto. Tra poco mia madre se ne andrà e io rimarrò sola come un cane. E non è giusto.
Ma in fondo mia cognata è solo una grande stronza e lui fa finta di non capirlo, che da quando l’ha incontrata ha riposto il cervello in un cassetto della loro orribile cucina marrone e arancione e va avanti, così, come un automa.  
Forse un giorno lo capirà.

domenica 8 marzo 2020

L'ORTOLANA


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L'ORTOLANA

L'ho rivista l'altra sera. Che brutta impressione mi ha fatto, povera Filomena.
Quarantotto anni suonati e la resa dipinta a fosche tinte sul volto. Un'espressione sfatta, stanca, stravolta. Contrariata. Vestita di nero o, comunque, di scuro, bassa, grassoccia, il ventre sterile più prominente del seno, quasi schiacciato sullo sterno pronunciato. Una scriminatura  netta nei capelli lisci, tinti di nero, grassi come sempre, evidenziava un centimetro circa di ricrescita grigia. Camminava con la borsa da una parte e una ventiquattrore scadente dall'altra, pesante e gonfia di carte. Erano le cinque mezzo del pomeriggio. Sicuramente andava allo studio. Già, perché Filomena, non contenta di lavorare al Genio Civile come dirigente, aveva anche un secondo lavoro. Il pomeriggio rientrava con l'autobus da Marino,  passava da casa a controllare la mamma, sola e malata e poi andava dall'ingegnere  Palumbo, una iena che la sfruttava per pochi soldi al mese, per fare i lavori più importanti, i calcoli più difficili, i disegni  più ardui e complicati. Perché mai, mi chiesi, fa questi sacrifici?
Ero in giro in macchina per commissioni con la mia piccola Francesca che parlottava da sola sul sedile posteriore. Sì, era dura anche per me. Il lavoro, la casa, i figli e un stronzo di marito. Ma non mi davo mai per vinta. Ogni giorno me ne inventavo una nuova. Frugavo nelle pieghe dell'animo e delle evenienze quotidiane e trovavo un briciolo di buon umore, un po' di amor proprio, la voglia di amarmi, di prepararmi, vestirmi, truccarmi, non buttarmi giù per la noia o la fatica o l’insoddisfazione.
Filomena, invece, era diventata una donna spenta, scontenta, sconfitta. Di umili origini, aveva fatto comunque la sua ascesa. La madre ortolana si sistemava ogni giorno con un carrettino a vendere broccoli, insalate e peperoni davanti al negozietto di alimentari del marito, Albertino. Si diceva che fossero come cane e gatto. Lei bella, alta, florida e rubiconda; lui, una buccia di cipolla, rattrappito, basso, magro, un po' curvo, quindici anni più vecchio della moglie. Perché litigassero tanto, pare per danaro, non l'ho mai capito. In fondo, entrambi lavoravano e guadagnavano qualcosa, si erano sposati e avevano avuto due figli, Vincenzo, geometra,  e  Filomena,  appunto. La più brava della classe,  della mia classe al liceo. Anche allora, più di trenta anni fa, Filomena appariva più vecchia, più grande della nostra età. Aveva un viso pallido e grigio, si vestiva con colori improbabili per una ragazza di quindici, sedici anni, di  grigio, bordeaux, celeste, polvere. Ma la ricordo sempre così, con un giaccone beige nel quale pareva caduta dentro. Grassottella ed eternamente,  inutilmente a dieta. Ma a scuola era un portento. Brava. La più brava. Non per particolare intelligenza. No. Un'intelligenza normale. Ma per ore e ore di studio. Sapeva tutto. Studiava tutto alla perfezione, tutto a memoria. Perché non lo so. Forse per ambizione, o per passione, per desiderio di riscatto sociale o per dovere. Chissà. Ma le versioni non le passava mai. Ogni volta che avevamo un compito in classe e le chiedevamo qualcosa, rispondeva:
-          Ancora non ci sono arrivata lì... –.
Non era mai arrivata al punto, al nodo gordiano della traduzione. Ma prima dello scadere del tempo, ricopiava in bella, rileggeva tutto con attenzione e consegnava. E prendeva sistematicamente otto. Aveva la passione della lettura, suo unico hobby, e spendeva tutti i suoi soldi, quelli che le regalava la vecchia nonna materna Clementina per qualche servizio reso e un po' di compagnia, in libri. Era abbonata al club degli editori o qualcosa del genere e pian piano si era formata una discreta di biblioteca, dal nulla.
Una volta fummo interrogate insieme, in geografia. Aveva imparato a memoria, una ad una, tutte le capitali dei 50 stati degli USA. La prof rimase piacevolmente sorpresa. Si complimentò. La guardava con ammirazione. Filomena non sbagliò un colpo. Mentre io, che la sera prima ero uscita con Claudio, feci una mezza figura confondendo l'emisfero australe con quello boreale.
Erano passati ormai più di trent'anni. Il padre di Mariella era morto. La nonna Clementina, con i suoi piedi tutti storti e bitorzoluti, pure. Il fratello si era sposato ed era andato via. Lei non si era mai fidanzata, né sposata. Non aveva amici.
Mi chiedevo se fosse ancora vergine. La mamma non coltivava più l’orto vicino casa. Si era ammalata di una malattia respiratoria rara e viveva chiusa in casa, spesso attaccata l'ossigeno. Filomena, dopo il liceo si era iscritta alla facoltà di Architettura. Si era laureata, con grande ritardo, ma con 110 e lode, come prevedibile. Aveva fatto un  concorso alla Regione senza riuscire e poi al Genio Civile e l'aveva vinto. Andava ogni mattina un pullman a Marino. Ritornava e andava allo studio dell'ingegnere Palombo. Usciva di lì per le otto, forse le nove di sera. Rientrava a casa, cenava, abbuffandosi di pane e  qualcosa. Avviava il pranzo per la mamma per l'indomani. Ritirava il  bucato steso ad asciugare la sera prima. Andava nel suo studio, sceglieva un libro  e se ne andava letto con quello. Dopo un'ora circa di lettura, caricava la sveglia per le 6.30 del mattino successivo, spegneva la luce e s'addormentava. Stanca e scontenta.
L'espressione che le si era scolpita sul volto, tradiva solo la verità.

sabato 7 marzo 2020

RACCONTI PER BAMBINI: IO ROMEO, E TU?


IO ROMEO, E TU?


Ascoltare la professoressa Gabriella si era fatto pesante. Cominciai a guardare fuori dalla finestra; un uccellino si era posato sul davanzale, picchiettava sulla soglia, beccava qualcosa. Poi d'improvviso volò. Io lo seguii con lo sguardo e anche i miei pensieri volarono via dall'aula.
“Oggi metto le scarpette nuove, quelle coi tacchi. Le provo per la partitella sul campo d'erba. Chissà come mi ci trovo... Ma mamma non mi manda se non finisco prima i compiti. Mhm, farò  inglese a ricreazione, così oggi faccio prima, …”.
- Ragazzi, su, un po' d'attenzione, tra poco c'è la ricreazione, vi farò uscire fuori in giardino, adesso però state tranquilli.
Mentre la prof ci richiamava all'ordine, bussarono alla porta. Era la preside che teneva per mano una bambina che non avevamo mai visto a scuola.
- Ragazzi, buongiorno, seduti seduti. Vi presento Afaf Faiza Bensalim. È la vostra nuova compagna. Viene dal Marocco e parla solo francese. Ma voi l'aiuterete vero?
La preside presentò la nuova alunna e l’affidò alla signora Gabriella che la condusse con dolcezza al primo banco libero.
- Vieni cara, sapevano del tuo arrivo. Je ne rappelle pas bien le francais, je l’ètudié à l’école molti anni fa, ma tu imparerai presto l'italiano, con i tuoi nuovi compagni, vero?
La nuova arrivata polarizzò l'attenzione di tutti. Era piccola, scura, con i capelli un po' spettinati, gli occhi grandissimi e neri, un po' lucidi. Aveva una gonnellina di jeans e un  dolcevita rosa che le stava un po' largo.
- Su, chi di voi studia francese? Chiedete qualcosa ad Afaf.
La ragazza capiva a stento il nostro francese elementare, ma ci ripeté il suo nome e ci disse che veniva da un paesino vicino Casablanca, che i suoi genitori cercavano lavoro in Italia e che erano arrivati dieci giorni prima, che aveva una sorella più piccola e due fratelli più grandi, tutti insieme qui in Italia.
“Chissà, pensai, sarebbe diventata la beniamina della professoressa di francese, che era sempre scontenta di noi e lamentava eterno mal di testa, tanto che l'avevamo soprannominata Moment".
Finita la ricreazione all'aria aperta, rientrando in classe, prendemmo posto ai nostri banchi. La professoressa ci disse che aveva per noi un grande progetto.
Alla festa di primavera, che la nostra scuola, intitolata a San Benedetto, organizzava ogni anno, avremmo rappresentato un'edizione riadattata di Romeo e Giulietta.
- Ecco, Eleonora, distribuisci agli amici le dispense. C'è il riassunto di questa famosa tragedia scritta dal grande William Shakespeare alla fine del cinquecento, in Inghilterra. Leggetele. Domani vi darò le parti rifatte per voi ragazzi. Ognuno  imparerà i vari ruoli. Poi sabato faremo le prove e sceglieremo tutti insieme chi sarà Romeo e chi Giulietta, chi farà il principe, il conte e la moglie, chi sarà padre Lorenzo, chi Mercuzio, chi Tebaldo. Sarà bellissimo, vedrete. Ci divertiremo. Tutti quelli che non reciteranno, canteranno nel coro o aiuteranno a preparare le scene e i costumi.
Il giorno successivo, a scuola le ragazze manifestarono tutto il loro entusiasmo per lo spettacolo. Ognuna di loro sperava di essere scelta per il ruolo di Giulietta. A noi maschi, invece, non interessava un granché la cosa. Avevamo voglia di partecipare alle prove, anche solo del coro, per sottrarci a più lezioni possibile.
- Ragazzi, allora questi sono i copioni. Claudio Maria, vieni qui. Ecco tutte le parti per i ruoli maschili. Distribuiscile ai compagni. E tu, Maristella, prendi i copioni femminili e consegnarli alle ragazze.
- Anche ad Afaf?
- Certo, si tratta di imparare le battute a memoria. Le sarà utile per la pronuncia. Allora mi raccomando, impegnatevi. Sabato le prove. Avrà la parte che reciterà meglio le battute e metterà più espressione nella prova. Qui non conta chi è più bravo, chi scrive meglio o ci sa fare con  la matematica. E’ un gioco. Metterete alla prova altre capacità, la spigliatezza, la memoria, la fantasia. Afaf, tu resterai a  scuola un paio d'ore in più nel pomeriggio, questa settimana. La professoressa Lina ti aiuterà con la pronuncia e la comprensione dei testi, così potrei dare giusta intonazione.
La settimana volò. Sabato mattina, alle 10,  tutte le classi confluirono nell'aula magna. I professori si divisero in gruppetti e cominciarono a chiamarci uno ad uno per sentirci recitare. Io me la cavai piuttosto bene. Aveva piovuto tutta la settimana e non ero potuto andare a  giocare a pallone. Allora  tra una partitella a Fifa 2013 alla Play e  un po’ di tv avevo memorizzato le parti. Specie quella di Romeo che era la più interessante. Se mi avessero preso avrei saltato quasi tutte le ore di matematica per un mese. Quella di padre Lorenzo, però, non mi era entrata troppo bene in testa. Forse perché non mi piacciono troppo i preti...
Alla fine dei provini, ci lasciarono un po' in pace ed avemmo il tempo di riaccendere i telefonini e stare su Ask. Avevamo creato una pagina tutta nostra, intitolata a quelli della I E.
Poi la preside richiamò l'attenzione di tutti, ci fece mettere a sedere, chi sulle sedie, chi a terra a gambe incrociate e ci parlò.
- Ragazzi, abbiamo esattamente un mese per preparare il nostro spettacolo. Verranno a vederlo tante persone importanti. E’ la nostra festa, la vostra festa, in onore di San Benedetto e della primavera che ritorna. Verrà a vedermi il sindaco e, forse, anche l'Abate. Ci teniamo a fare una bella figura. Le scelte sono state difficili, ma abbiamo deciso. Però faremo dei cambiamenti. I nostri Romeo e Giulietta non saranno più quelli di Verona di tanti e tanti anni fa, ma due ragazzi dei giorni nostri che si innamorano qui a  Cassino. Così non avremo neanche il problema dei costumi. E poi i balletti vi piaceranno anche di più. Le professoresse d'italiano si occuperanno di modificare un po' la storia per renderla più attuale. Allora sentite un po' e ditemi che cosa ne pensate.  Lorenzo Ricci vieni qui, tu sarai il conte Paride. Francesco Galeazzo vieni. Sarai Lord Capuleti. E tu, Maurizio Ferrino, da oggi sei niente meno che il Principe. Voi due, i gemelli, Antonio e Rocco Perrone, Mercuzio e Tebaldo. Andrea,  Andrea Cappelli, vieni qui. Pensavi di essertela scampata, eh? Invece, no. Sei padre Lorenzo e vacci piano con le confessioni. E  tu,  Claudio Maria avvicinati. Sì, proprio tu, appendi per un mese scarpette e pallone al chiodo,  sarai il nostro Romeo Montecchi.  Felice?
Diventai rosso come un peperone, credo, mentre gli amici facevano un coro di bu per incitarmi.
- E sì, preside, grazie, mi piace, mi piace l'idea, ma  non so se ce la farò…
Certo che ce la farai. Sei tanto bravo a giocare a pallone, ma a scuola si viene proprio per imparare a fare un po’ di tutto, anche quello che apparentemente non fa per noi.
Adesso tocca alle ragazze. Vediamo, vediamo un po’, chi sarà la tua Giulietta?
Guardai dietro di me. Eleonora e Carlotta avevano studiato così bene la parte, ci tenevano da morire. O forse Lucrezia?
-  Sarà una sorpresa per tutti voi. La nostra Giulietta è Afaf Faiza Bensalim. Questa bella storia, immortale,  per non sarà una tragedia, ma una commedia, con tanto di lieto fine,  sarà un elogio alla diversità e all'integrazione e il finale sarà un po' diverso da quello vero. La polverina che prenderanno i due fidanzati sarà solo un forte sonnifero e non un veleno. Ed ora all’opera e  buon lavoro a tutti!!!

venerdì 6 marzo 2020

RACCONTI: AL TRAMONTO

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                                                                 AL TRAMONTO


Nello spazio ristretto e noto della cucina, se ne stavano ognuna rinchiusa nel proprio recinto esistenziale, fingendo bonomia. La donna in realtà aveva fretta di andar via,  ma non voleva confessarlo, neanche se stessa.
- Ho pensato che a questo punto, forse,  potresti  prendere una donna, per un paio d'ore, ogni mattina.
- E per fare che?,  rispose piccata la vecchia, sistemandosi lo scialletto bordò sulle spalle.
- Ma non lo so, per un po' di compagnia, una persona di fiducia, che abbia le chiavi di casa, venga, apra, che ti aiuti ...
- Ma mi aiuti a far che, non ho capito?  Io non voglio nessuno.
- Lo vuoi un tè?
- Lo sai che non mi  piace quell’acqua sporca.
- Corretto? O preferisci un succo, non so, dell’acqua.
- Non voglio niente.
- Io, prima di uscire, prendo un tè caldo, con un po' di latte. Fa freddo fuori.
- Prenditelo.
- Tu proprio non lo vuoi?
- Se lo fai per te, dammene  un po', in una tazzina del caffè con poco zucchero.
- Ho pensato che potesse farti piacere, per compagnia, per fare la spesa.
- Ma non ho capito, mi vuoi affibbiare  una badante?
- Ma no, non si tratta di una badante. Di una donna di servizio, ecco, una che ti aiuti a fare le cose più pesanti in casa, che venga al mattino, apra,  veda se è tutto a posto.
- Hai paura che muoio di notte?
- Ma che dici,  se pensassi questo…
- Beh, che faresti?
- Niente. Sto solo dicendo che andrebbe bene avere una persona di fiducia con cui scambiare due parole,  che ti aiuti a lavarti, a tirar su le calze.
- Queste non sono cose da donna di servizio. Le calze riesco a mettermene da sola. Io cammino, ci vado da sola a fare la spesa. Non ho bisogno di niente. E poi una cosa è farsi lavare da una estranea, una cosa da una persona di famiglia.
- Lo so, ma tu  sai, è complicato.
- Ma io non ti chiedo niente, niente a nessuno. Cerco di non dare fastidio.
- Non è fastidio, è per stare tranquilli, per comodità. Lo fanno tutti, tutte le persone della tua età, della tua condizione.
- Ma togliti questa preoccupazione. Io sto bene così.
- Okay, come vuoi tu, se non ti va,  va bene così. Ora devo andare, scusami.
- Sì, vai, è meglio.
La donna mise il cappotto, prese la borsa e uscì.

            Appena sola, in macchina, cominciò a rimuginare e fu assalita dai sensi di colpa, fastidiosi e violenti come i crampi sotto il piede.

Ma tu dimmi come fai ad essere così stronza e a stare tranquilla. Impossibile.
In effetti, ti sentivi uno schifo. Avevi tentato miseramente e senza riuscirci di scrollartela dal groppone, c’avevi provato facendo una figura meschina. Aveva capito tutti i tuoi malcelati pensieri e si era urtata.
Il fatto che fosse sola e anziana e che potesse accaderle qualcosa, qualsiasi cosa, da un momento all’altro, non ti faceva sentire per niente libera e serena, ti creava ansia, sensi di colpa, mentre  te ne andavi di qua e di là e non solo per dovere e lavoro, ma anche a far spese, con le amiche, a teatro, a giocare a carte. Non potevi far finta di nulla, avevi il tempo per tutto, per tutto, finanche per il manicure settimanale e non per lei. Quando lei era stata tutto quello che era stata e con tutti e senza smettere mai fino alla fine.
Ora era sola, vecchia e fragile. Poteva cadere in casa, inciampare, avere un’ischemia, un problema qualsiasi e tu spesso le urlavi in testa, che non capiva, che era lenta, che avevi da fare, “e dai mamma, sbrigati però, che non ho tempo adesso, ma tu parli per dire o per perder tempo?”.
E certo che parlava tanto per parlare. Sola in casa tutto il giorno, avrebbe voluto uscire, andare a fare una passeggiata col sole, scambiare due chiacchiere. Non osava chiederlo, ma era nel suo carattere e nella sua mentalità desiderarlo. Non voleva dar fastidio, mai ne avrebbe dato. Ma tu avresti dovuto fare senza che ti fosse chiesto. Portarla dal medico ogni tanto, farle la spesa, andarle a fare una visitina ogni giorno per due chiacchiere, magari fingendo un motivo, farle una telefonata, chiederle un consiglio, domandarle una vecchia ricetta di famiglia, accompagnarla a messa il sabato pomeriggio. Invece ti stizzivi ogni volta. Era più forte di te.
Dio mio, come sei crudele. Lo sai benissimo a cosa sta pensando adesso, “sono di peso, sono stanca, ho vissuto abbastanza, se la morte si vendesse, me la comprerei”. Eccome ti devi sentire tu con una mamma così, che scomparirebbe dalla faccia della terra pur di non dare un briciolo di fastidio, discreta, mai un lamento.
Però, in fondo è stata una sua scelta vivere come ha vissuto. Avrebbe potuto fare diversamente, meno sacrifici, un vestito in più, pensavi per addolcirti la pillola.
E tu mica adesso puoi immolarti per lei.
In fondo, avevi la tua famiglia, il lavoro e mille altri impegni. Ma sì, domani le avresti semplicemente proposto di trasferirsi a vivere da te. Lei avrebbe rifiutato, naturalmente, finché avesse avuto un briciolo di forza e di ragione non avrebbe accettato. Poi avresti cercato di essere un po’ più calma, più disponibile, di non perdere la pazienza ogni volta, ma adesso non ti potevi rovinare il momento, stavi andando a ritirare la tua pelliccia nuova, regalo di mamma per Natale e non vedevi l’ora di provartela. Un visone dorsato gold che ti stava d’incanto. Che bello!
Il crampo al piede, per quanto spinoso, come era venuto, così t’era passato.  

giovedì 5 marzo 2020

PER LA SERIE: UN'INSERZIONE, TRE RACCONTI FRATELLI DIVERSI

FRATELLI DIVERSI




Ero quasi euforico. Andai in ufficio presto e cercai di liberarmi il prima possibile. Passai dal bar a prendere un latte caldo e mi avviai con l’automobile verso Elbasan. Dopo pochi kilometri, cominciò a nevicare. Entrai nella prima aria di servizio che trovai sulla via e feci montare le catene da neve. Avevo avvertito Erika che non sarei tornato per il pranzo. Avevo tanta voglia di rivedere mio fratello. Speravo davvero stesse meglio. Poverino, povero Gazlind. La sua fragilità di sempre, la sua sensibilità erano state minate alle fondamenta da troppi scossoni. La guerra, i disagi, la morte di mamma e di papà. Eravamo rimasti soli, soli nella nostra grande casa. Adulti, sì, ma segnati dai lutti e dalle scene orribili cui avevamo dovuto assistere. Io avevo ancora gli incubi. Spesso Erika mi svegliava nel cuore della notte:
- Adamat, Adamat, svegliati. Va tutto bene, è finita, stai solo sognando.
Mi svegliavo, l'incubo si dissolveva. Bevevo un po' d'acqua, ma i rospi  che l'inconscio aveva riportato alla memoria non andavano giù. Chissà cosa doveva passare Gazlind  se io stesso stavo ancora così male, mi chiedevo, avanzando verso la meta, con prudenza, considerate le condizioni della strada, man mano che salivo in altitudine. Povero Gazlind. Ma forse, finalmente, ne stavamo venendo fuori. Speravo nell'esito della nuova terapia. L'avrei riportato a casa con me, se non oggi stesso, qualche giorno prima del Natale.
Mio fratello non aveva retto a tutti gli urti della vita, lui, una persona sopra le righe, sempre con la testa tra le nuvole, tra le sue note, sensibile, delicato. Gazlind aveva studiato al conservatorio di Tirana e si era diplomato col massimo dei voti in Pianoforte e Composizione. Solo, schivo, riservato. Eternamente single. Poi era arrivata la guerra. I serbi avevano distrutto le nostre vite, turbato giorni e notti. Avevamo dovuto arruolarci. Gazlind, per orgoglio, per lealtà verso la patria, la famiglia e l'onorabilità del nostro buon nome, non volle nemmeno tentare di essere riformato, di fare il servizio civile ed era partito per il fronte, una settimana prima di me. Per tutto il tempo aveva scritto alla mamma una lettera alla settimana. In coda ad ogni lettera, le aveva dedicato una canzone, una melodia, una sinfonia, motivando la scelta con poche, dolci, appropriate  parole di figlio tenero e devoto. Ma la guerra lo dilaniava dentro. Ogni granata, ogni sparo, ogni esplosione dilaniava un pezzo d'anima di Gazlind. Lui taceva, si isolava sempre più,  incamerava dignitosamente. Ma dentro di lui si era aperta una come voragine, nascosta all'esterno da riserbo e buona educazione. Poi la mamma era stata attinta da una fucilata a tradimento, all'uscita dalla chiesa; papà, l'anno dopo, era stato stroncato da un infarto ed io, fratello più piccolo, avevo cercato di rimettere insieme i pezzi delle nostre vite e di ricominciare tutto da capo con Gazlind.  Iniziai a svolgere la professione di avvocato e a lui procurai  lezioni private. Quando suonava il piano o  insegnava  il solfeggio ai ragazzini, Gazlind si rianimava, riviveva. Lo stimolai a fare il concorso per entrare nell'orchestra del Teatro Nazionale. Aveva difficoltà a studiare, a reggere il ritmo di lezioni, studio ed  esami. Ma riuscì. Gazlind era troppo bravo. Le sue dita volavano sui tasti dando vita ad arie di ogni genere. Al piano il ragazzo magro, sottile, diafano, con i capelli corti e neri e  la pelle chiara e trasparente diveniva tutt’uno con la sua musica, ora forte e fragorosa, ora struggente e leggera, ora potente e penetrante. Acquistava personalità. Intanto, a teatro Gaz aveva conosciuto Mirlinda, un’étoile del corpo di ballo. Si erano innamorati e sposati nel giro di soli sei mesi. Tutto sembrava andare per il meglio, quando Gazlind cominciò ad avere i suoi primi disturbi. A volte si chiudeva in se stesso, a volte aveva crisi quasi convulsive e faceva scenate, oppure accusava malori e restava tutto il giorno a letto. I fantasmi della guerra, che in me  erano quasi dissolti, nella sua testa avevano ripreso corpo, anzi, lo possedevano. Nel giro di due mesi, Gaz perse lavoro e amore. Fu licenziato dal teatro e Mirlinda  lo lasciò, partendo per una tournée. Esplose. Io non capivo come gestire la cosa e lo feci ricoverare. Dopo tre settimane di degenza in ospedale a Tirana, il dottor FUSJI, lo psichiatra  che lo aveva in cura, proposte di tentare a sbloccare la situazione e di praticargli  l'elettroshock. Rimasi perplesso, mi documentari, consultai altri professionisti. Era l'ultima chance per cercare di farlo riavere, di tornare in sé. Così firmai l'autorizzazione.
La mattina fissata per l'intervento ero lì in ospedale per sostenere mio fratello. Fu terribile. Gazlind rimase prostrato e sedato  per tutto il giorno, delirando, nella stanzetta dell'ospedale,  al buio,  con me che gli tenevo la mano, come avrebbero fatto i nostri genitori, se ci fossero stati ancora.
L'indomani ebbi il permesso di portarlo a casa per un periodo di riposo. Dopo qualche settimana di convalescenza, senza grossi risultati, i dottori mi consigliarono di ricoverarlo nell'ospedale psichiatrico di Elbasan per un periodo di riabilitazione.
I pensieri e i ricordi mi avevano fatto compagnia ed intanto ero pressoché arrivato in prossimità dell'ospedale. Avrei prima parlato col dottor Bosi, poi sarei  andato a prendere Gaz per portarlo a fare  un giro nel parco della città e riaccompagnarlo in ospedale,  dopo pranzo, per il pomeriggio.
Quando arrivai in ospedale, il dottore era occupato. L'infermiera mi condusse direttamente nella stanza di Gazlind.
Lo salutai e dopo poche battute rimasi sconcertato. Aveva tra le mani un foglio, un'inserzione scritta a mano, che mi consegnò perché la facessi pubblicare nella Gazeta.

Uniformi militari acquistò fino al 1945 in contanti da privati e commercianti berretti elmettii caschi coloniali elmi colbacchi cavalleria fez cinturoni spalline medaglie frecce distintivi  militari d'epoca fotografie e documenti ecc. max serietà riservatezza telefono 3683225507

- Sto preparando la nostra riscossa, Adamat, io stesso guiderò le truppe e tu sarai il mio secondo, mi disse convinto, con gli occhi spiritati.

Fu un colpo allo stomaco.
No, Gazlind non  era guarito, come avevo sperato all’inizio del mio viaggio. Presi coscienza della cosa in un attimo e lo condussi fuori di lì. Non vi era più alcuna ragione di lasciarlo in ospedale. Sarebbe tornato a casa con me.
Avrei amato per sempre e comunque il mio fratello diverso.




mercoledì 4 marzo 2020

PER LA SERIE UNA INSERZIONE TRE RACCONTI ATTENTI!


SULL’ATTENTI



Stamattina Lucia mi ha rimproverato come al solito, per nulla.
- Sfaticato, perdigiorno, da quand’è che t’ho detto di ritinteggiarmi la cucina e di mettere un po’ d’ordine del garage, eh? Sempre in giro, sempre al bar, a giocare a carte, a perder tempo, parassita. Fa’ qualcosa, diamine, non sopporto di vederti così.
Aspra, arcigna, cattiva, non la riconoscevo più. Mi ero innamorato e  avevo sposato una ragazza dolce, con una faccina d'angelo, capelli neri e occhi azzurri, la pelle chiara e liscia, immacolata. Ed ora mi ritrovavo un’arpia in casa, sempre arrabbiata e scontrosa. Certo, povera Lucia, le avevo offerto ben poco.
Lei  è una brava fiorista e ha lavorato a lungo nel laboratorio di allestimenti floreali di Claudia Barile. Poi, da quando ci siamo sposati, la nostra vita è un po’ cambiata, gli orari sono  diversi e Lucia si è sentita costretta a lasciare il suo lavoro, che spesso la teneva fuori la sera o nel week end, per prepararmi pranzo e cena a orario. Ma non ha voluto restare a casa. Ha cercato altre occupazioni per  mesi e non ha trovato nulla in  part-time, così  ha ripiegato andando a fare le pulizie ad ore. All’iniziò ho cercato anche di dissuaderla.
- Ma che c’è di strano?, - mi ha risposto,- in fondo è la cosa che so fare meglio.
E così ha cominciato questa sua nuova attività, da cui peraltro non ricava un granché.  Credo che si senta frustrata ed io del resto non posso darle nulla di più.
Ho avuto una vita dura, io, come e più di lei.
Lucia almeno ha avuto entrambi genitori, un fratello ed una sorella. Sono andati avanti per anni facendo grossi sacrifici, ma anche riuscendo a risparmiare e a fare progressi. Quando lei era bambina, sono  emigrati in Svizzera. Infatti, Lucia detesta il tedesco,  la neve e il freddo. Poi  sono ritornati in Italia e si sono costruiti una bella casa, piccola, ma autonoma. I genitori hanno preso a fare i venditori ambulanti, a commerciare vestiti nelle strade e nelle piazze, ai mercati e alle fiere del circondario. Lei ha continuato a  patire ristrettezze e sacrifici. In mancanza della madre,  sempre fuori al lavoro, quale figlia maggiore, faceva la brava donnina di casa, andava a scuola, puliva  e preparava il pranzo per il fratello  e per la sorella minore.
Ma Lucia ha studiato e ha sempre aspirato a qualcosa di più;  preso il diploma di ragioniera, aveva seguito un corso da fiorista e aveva trovato presto lavoro dalla Claudia, nel suo negozio per arredi floreali.
Poi un giorno andò al mercato per sostituire la mamma malata e conobbe me. Forse, dentro di sé ora maledice quella giornata, chissà.
Io, invece, ho avuto tutt'altra vita. Ho perso mia madre quando avevo solo due anni e sono cresciuto con mia sorella Margherita che si è presa cura di me. Ben presto ho dovuto smettere di studiare, dopo aver fatto due tre anni di scuola superiore come perito elettrotecnico. Ho avuto necessità di guadagnare qualcosa, di contribuire alle spese di casa e così sono andato a fare il pescivendolo con mio cognato. Tutto il giorno in giro, la mattina presto a comprare il pesce dai pescatori e il resto del giorno a pulire e vendere pesce, a fare le consegne, casa per casa o nei ristoranti, con ogni condizione climatica, al freddo o al caldo,  sotto la pioggia, sempre con quell’odore odioso nelle narici. Poi ho conosciuto Lucia. Ci siamo innamorati e abbiamo deciso di sposarci. Non avevamo nulla, ma  abbiamo messo su una casetta che tutt’ora teniamo in affitto, preso poche cose essenziali per incominciare la nostra vita insieme. Per pagare la pigione ogni mese facciamo i salti mortali. Lei ha lasciato il suo lavoro di grafica e io quello di pescivendolo. Ora lei va per quattro ore ogni mattina a far pulizie ed io  mi arrangio come elettricista.
Intanto, dopo tre anni di matrimonio, figli non ne sono venuti. I mesi, anzi gli anni sono passati. Abbiamo fatto un po’ d’esami, ma nulla da fare. L’unica possibilità sarebbe provare un’inseminazione artificiale eteronoma, o come diavolo si chiama. Ma la fanno solo all’estero, in Spagna, in Grecia, in Svizzera. Dovremmo pagarci viaggio e soggiorno, ospedale e donatore. Non se ne parla proprio e così  ho promesso a Lucia che le regalerò un collie. Lo desidera tantissimo. Appena mi rifarò con le carte, glielo comprerò. Ho già parlato con l’allevatore. Mille e trecento euro, poi un po’ di addestramento e la Lassie sarà sua. Però,  ho un altro grande  desiderio nel cassetto, la mia passione. Io adoro la vita militare, le uniformi, i cappelli, le armi. Ai tempi fui riformato per una malformazione della cassa toracica, mi pare. Ora ho cominciato a collezionare qualcosa, ma di nascosto. Se mi scoprisse Lucia, non so cosa mi farebbe. Ho già un po’ di roba, tutta stipata in garage. Quando sono sicuro che lei non c’è, che è uscita per un bel po’, che è andata a trovare la mamma o la sorella, scendo giù, metto un po’ di musica adatta e mi vesto da generale. Che soddisfazione, quando recito così mi sento potente, tutti sono ai miei ordini. Potrei dare una scudisciata  perfino alla mia tiranna.
Intanto ho appena finito di fare un impianto. I pensieri m’hanno tenuto compagnia. Ho passato l’intera giornata a passare i fili di rame nei cavi. E’ venuto il padrone dell’appartamento e mi ha saldato. Settecento euro, quattordici banconote da cinquanta, l’una sull’altra. Ho già pensato darò duecento euri a Lucia per le spese di casa; gli altri li terrò per comprare il cane da regalarle per il nostro anniversario.
Passo dal bar per una birretta. Ci sono tutti gli amici nella sala sul retro, già piena di fumo.
Improvvisamente Baffone riceve una chiamata da casa. Deve andar via. Si libera un posto al tavolo del poker.
-          Dai, Bruno, siediti, gioca tu.
-          No ragazzi, davvero non posso, sono in bolletta, faccio io con tono avvilito.
-          Ti facciamo credito.
E’ un occasione troppo ghiotta. Mi siedo e inizio a giocare. Perdo un piatto ricco. Il mio full servito di donne si scontra con un colore di Dante. Sono disperato, ma subito dopo ho l’occasione di rifarmi con una mano di telesina. Ho un poker di Jack. Vinco ottocento euro, chiamo il giro e ce ne andiamo via. Domani è venerdì e non posso far tardi.
Tornando a casa, mentalmente riconto tutti i soldi. Forse riesco, prima di marzo,  a metter insieme quel che serve per il cane e per la mia passione.
Ho già in mente l’inserzione da mettere sul giornale. Me l’annoto sul cellulare.

Uniformi militari acquistò fino al 1945 in contanti da privati e commercianti berretti elmettii caschi coloniali elmi colbacchi cavalleria fez cinturoni spalline medaglie frecce distintivi  militari d'epoca fotografie e documenti ecc. max serietà riservatezza telefono 3683225507

Torno a casa. Lucia non c’è. Mi arriva un sms. E’ andata dalla mamma per farle un’iniezione.
Mi fermo in garage. Appanno la saracinesca e mi metto l’ultima divisa che ho comprato il mese scorso da un vecchio alpino di Ferrara.
Mi specchio, impettito e soddisfatto e batto i tacchi.
-          Attenti!!!

-          Attenti a che,  brutto scemo, ti ci mancava questa, ma che hai nella testa?
Lucia, rientrata prima del previsto, ha visto la luce filtrare dalla finestra del garage, è entrata e mi ha beccato.
Che figura, penso con la coda tra le gambe, riponendo il cappello con la piuma d’aquila.
Per un po’ addio sogni di gloria!


* * * *
             

E CONTINUANO I VIAGGI

      Altro filo conduttore della mia vita sono divenuti i viaggi.  Adoro viaggiare e cerco di farlo come posso, con Claudio, con tutta la f...