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sabato 11 febbraio 2023

La culla

L'ultima volta che sono stata in Grecia, ad Atene, è stato 40 anni fa, con mamma e babbo. 






È stata la prima e l'ultima volta che babbo si è concesso ed ha concesso un'uscita fuori porta alla sua seconda famiglia. Gli altri figli erano ormai grandi e pressoché sistemati  e quindi babbo si era sentito  autorizzato a partire solo con mamma e me.

Credo che mamma avesse sempre desiderato un momento del genere, tutto nostro.

Prenotarono un viaggio di una settimana nella capitale greca perché io avevo frequentato il primo anno del liceo classico, avevo studiato un po' di greco e di arte  ellenica,  l'Acropoli, il Partenone e  l'Eretteo  con il nostro professore di storia dell'arte Tonino De Luca.  

Chissà se è vivo ancora. Era tanto bravo, lo ricordo con piacere.  Prendemmo da Roma un aereo dell'Alitalia, un Boeing 747, arrivammo nella capitale, ci trasferimmo in taxi  in albergo, un albergo bello, di tre o quattro stelle situato nella piazza centrale, di fronte al palazzo governativo mi sembra, dove vedevo sostare le guardie impegnate nel loro ufficio e nel cambio allo scoccar dell'ora, in costume tipico ellenico, con tanti di zoccoli.

Prendemmo posto in un'unica stanza, su in alto, ove godevamo di una bella vista. Ricordo che facevamo per lo più  colazione, pranzo e cena nel ristorante panoramico dell'albergo.

Mamma e babbo mi portarono a visitare l'Acropoli,  il Partenone,  l'Eretteo, l'Agorà, il Museo Nazionale, Capo Sunio, il porto del Pireo, la Plakka, i resti della città antica, culla della nostra civiltà...

giovedì 15 settembre 2022

Il fascino di Elisabetta


Non so perchè le vicende dei reali mi abbiano sempre tanto affascinato, forse sono per me ormai adulta come le fiabe per una bambina, un volano per sognare, Kate Middleton

una nuova Cenerentola.

I Windsor


come i Grimaldi  Casiraghi,

i miei preferiti, sono le icone forse distorte e patinate della vita che tra gioie e dolori, difficoltà e bellezza, libertà e doveri mette a dura prova tutti, indistintamente.

E così la gioventù scapestrata di Stefania e Carolina di Monaco


è la giustificazione di ogni acerbo sbandamento; la morte disgraziata di una diva come Grace Kelly

è la prova che tutti siamo sottoposti alla tessitura delle Moire; l'incidente di Diana

è strazio che nessuno perdona; la fine di Elisabetta II

è la conferma dell'ineluttabilità della morte. Se è morta lei allora davvero dobbiamo morire tutti, forse in modo meno glorioso e sicuramente senza corona e corteo.  

La morte della regina mi è davvero dispiaciuta; ho seguito molto i servizi in tv e ho sbirciato continuamente su Instagram. Mi ha commosso, nonostante la tarda età e la prevedibilità della fine imminente (mamma è quasi coetanea e...). 

Ho cercato di darmi una spiegazione. Intanto mamma, classe "28, nata monarchica, forse ancora tale, mi ha contagiato questo vivo e affettuoso interesse, poi appunto il sogno, la sublimazione della realtà.

Qualcuno ha detto che il trapasso di Elisabetta in fondo è stato solo la morte di una vecchia signora. E' vero, ma che signora. Per ciascuno di noi è difficile vivere una vita dignitosa e lineare, lavorare per tanti anni, mediare nei rapporti familiari. Figurarsi cosa deve essere stato per lei vivere sovraesposta per settanta lunghi anni, piena di privilegi, ricca senz'altro, ma con tanti doveri. Lavorare ogni giorno, muoversi in una corte piena di persone non sempre fedeli e discrete, calibrare ogni passo, fuori e dentro casa, misurare ogni parola, ogni gesto, ogni espressione del viso, alzarsi, vestirsi, tenersi aggiornata, leggere la posta, rispondere, incontrare persone, da scolaresce a capi di stato, viaggiare, non andare mai al mare, non indossare mai un costume da bagno o un jeans, non poter litigare col marito Filippo


ad alta voce, sopportare le intemperanza di Diana e Carlo,

accettarne la scandalosa separazione, vigilare sui nipoti, leggere pettegolezzi che riguardavano la sua famiglia su tutti i tabloid inglesi e internazionali, uno per tutti, Sarah Ferguson

che si faceva ciucciare l'alluce da un petroliere texano sul bordo di una piscina, accettare l'uscita di scena di Harry

per via di un'attricetta d'oltreoceano, subire il vergognoso scandalo del figlio Andrea,...

E tutto senza apparentemente scomporsi, senza mancare agli impegni, senza pensare di abdicare. 

Ognuno di noi è impegnato sin da piccolo a capire cosa vuole fare da grande e poi a cercare di realizzare le proprie inclinazioni. Lei no. Ha accettato senza muovere ciglio benchè giovanissima il ruolo prestigioso, unico e gravoso che la storia le aveva riservato senza mostrarsene mai seccata.  Ha accettato e ha eseguito, sempre, senza farsi sconti. 

La grandezza di questa donna, l'unicità di Elisabetta II per me risiede nella coerenza al dovere, nella linearità, nell'abnegazione, nell'adempimento della funzione senza tentennamenti per un lungo, lunghissimo arco di tempo, durante il quale le è capitato di tutto: una guerra mondiale, molti viaggi, la Brexit, tanti incontri con primi ministri indigesti,


le gaffes dei suoi, scandali, morti, tradimenti. 

E lei lì, al centro della scena,


con i suoi vestiti colorati impeccabili, i cappelli, la borsetta, le scarpe nere, i capelli acconciati, il rossetto rosa, il sorriso, rassicurante, imperturbabile come l'orlo dei suoi vestiti all'interno del quale venivano cucini pesetti perchè l'abito cadesse a piombo e non svolazzasse con un colpo di vento. Ecco, è come se quei pesetti lei li avesse avuto anche dentro, nei pensieri e nel cuore, per evitare colpi di testa. A renderla ancora più fantastica lo humour, il prestarsi per il bene e la popolarità della monarchia a scene come quella con James Bond e l'orsetto Paddington. Ce lo vedremmo Mattarella a fare una cosa così? Assolutamente no e invece lei si è concessa e scommetto che si è sinceramente divertita per fare da sponsor al suo Paese e alla monarchia, quindi a beneficio dei suoi familiari e dei suoi connazionali tutti. 

Forse avrebbe voluto essere solo una gentildonna di campagna, andare a cavallo, giocare coi cani. Ha fatto altro, egregiamente, è stata la prima della classe, insuperabile, irraggiungibile. 

Se ci fosse ancora Manzoni, sono certa, scriverebbe ancora un'ode come quella al grande Napoleone. Ella fu...

Addio Lillibet, adesso riposa in pace. 

giovedì 26 novembre 2020

EI FU


Maradona si è spento, è morto il campione assoluto del calcio, un uomo e un atleta genio e sregolatezza. Se n'è andato a sessant'anni, ancora "giovane", ma ormai svuotato di ogni significato esistenziale, oserei dire, annullato dalle malattie e dalle dipendenze, dalle abitudini di vita eslege, completato il suo naturale ciclo vitale. Forse è stato tanto virtuoso nel calcio quanto viziato nella vita di tutti i giorni. Donne, spese folli, cocaina, alcol hanno fatto da contrappasso terreno ai virtuosismi esibiti in campo da gioco. 
Non ho mai seguito granché il calcio in genere e Maradona in particolare, ma ne ho sentito parlare sempre in maniera entusiastica da mio marito, sincero tifoso del Napoli, e dai miei figli, ne ho letto e ieri sera ho seguito vari servizi in tv e il film documentario di Kusturica, davvero interessante, che lo restituisce al pubblico per quello che era, un artista del calcio, un ragazzino povero e sfortunato, nato in una famiglia numerosa, che riesce a tenere il pallone incollato al piede e a fare meraviglie per la gioia propria e dei tifosi. 
Diego Armando iniziò a giocare nella squadra di calcio del padre ma fu notato per la sua eccezionale bravura e presto passò alle squadre Juniores degli Argentinos e del Boca. Poi solcò l'Oceano e approdò al Barcellona e finalmente al Napoli, ove coniugò le qualità del fuori classe col tifo, il calore e l'affetto della città che condivideva col campione una natura singolare e prodiga e che gli dedicherà lo Stadio. E divenne leggenda, acclamato, osannato, strapagato, discusso. Nel corso della carriera si è prestato a polemiche, ad amicizie discutibili, a licenze non comuni per un atleta, ma in fondo el pibe de oro non aveva nulla di comune. La consacrazione assoluta l'ebbe nel Mondiale Messicano del 1986 con i due gol segnati  contro l'invisa Gran Bretagna, quello di mano chiamato "la mano de Dios" e "il gol del secolo". Quella partita, di per sè calcisticamente memorabile,  si tinse dei colori della rivalsa  politica contro gli inglesi della Thatcher che avevano prevalso sugli argentini che nel 1982 avevano tentato di riprendersi le Isole Malvine. Maradona vi fece espresso riferimento e non esitò a dire, qualche tempo dopo, che "Carlo, sì, quello d'Inghilterra" avrebbe voluto conoscerlo ma lui aveva detto di no: non avrebbe potuto stringere una mano insanguinata, sporca del sangue dei suoi connazionali. 
Tutt'altro provava per Fidel e per il mito del connazionale Che Guevara, i rivoluzionari che si erano opposti con forza al capitalismo e alle mire espansionistiche degli Stati Uniti verso l'America Latina. Ma  se Maradona giudicava in maniera negativa il capitalismo, in qualche modo ne era asservito con cachet milionari, spese folli, evasione fiscale. Eppure un fuori classe  va giudicato con altro metro, anzi  visto con altro occhio, quello che guarda solo la grandezza assoluta del campione che è stato giudicato il più grande del mondo (insieme a Pelè?). Perchè anche la sua vita privata, con cinque figli da quattro donne diverse e fugaci relazioni, suggerirebbe   altro apprezzamento. Cadute, risalite, infortuni, malattie, interventi, droga, al campione è mancata la retta via, la disciplina, la costanza. Forse nessuno gliel'ha mai insegnata e lui non ha saputo autoimporsela, ubriaco del suo stesso valore di calciatore, consapevole di non aver bisogno come gli altri di allenarsi e fare sacrifici per stupire il suo pubblico e se stesso, quel ragazzino commovente che intervistato in un campetto polveroso del villaggio in cui viveva in una sorta di capanno con una famiglia di dieci persone, un 10 fatale, disse di avere un sogno: giocare i Mondiali e vincerli. 
Non a tutti accade di poter esprimere e realizzare sogni così, anzi, forse a nessun altro dopo di lui, il Napoleone del Calcio Mondiale. 




Ei fu. Siccome immobile. 

Stette la spoglia immemore
Orba di tanto spiro,
Così percossa, attonita5
La terra al nunzio sta,

Muta pensando all’ultima
Ora dell’uom fatale;
Nè sa quando una simile
Orma di piè mortale10
La sua cruenta polvere
A calpestar verrà.

[Lui folgorante in solio

Vide il mio genio e tacque;
Quando, con vece assidua,15
Cadde, risorse e giacque,
Di mille voci al sonito
Mista la sua non ha:

Vergin di servo encomio
E di codardo oltraggio,20
Sorge or commosso al subito
Sparir di tanto raggio:
E scioglie all’urna un cantico...


domenica 31 maggio 2020

AMICI



Oggi ho riflettuto su una cosa: l'ultima pizza che abbiamo mangiato prima del lockdown agli inizi di marzo è stata con Carlo e Loredana presso Rosso Cardinale. La prima pizza che abbiamo mangiato con gli amici dopo il lockdown è stato ieri sera, di nuovo con Carlo e Loredana e sempre da Rosso Cardinale. Allo stesso modo per il pranzo della domenica. L'ultima gita fuori porta che abbiamo fatto a  inizi marzo è stata con Claudio e Maristella a Napoli
e oggi, appena è stato possibile riuscire, siamo andati ad Agnone presso la Locanda Mammì, sempre con Claudio e Maristella. 


Non è un caso. Amicizia è condividere e stare bene insieme.
Prima di rinchiuderci, vivevamo i nostri momenti liberi in compagnia di amici.  Appena abbiamo potuto cominciare a uscire di nuovo, abbiamo scelto esattamente le stesse persone, segno che l'amicizia, l'affinità, il piacere di stare insieme, il condividere gli stessi interessi, il  parlare la stessa lingua e delle stesse cose sono balsamo per l'anima. Amicizia è fiducia, confidenza, svago, sostegno, consiglio, condivisione, stima, disponibilità, sincerità, perle rare. 

E CONTINUANO I VIAGGI

      Altro filo conduttore della mia vita sono divenuti i viaggi.  Adoro viaggiare e cerco di farlo come posso, con Claudio, con tutta la f...