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lunedì 6 marzo 2023

SEPARAZIONE E DIVORZIO

Sono sicuramente una persona "all'antica" ma interpreto in maniera molto critica i risvolti sociali di alcuni punti della cosiddetta riforma Cartabia della Giustizia, introdotta con Decreto Legislativo n. 149 del 10 ottobre 2022. 

Un tempo il divorzio non era conteplato nel nostro ordinamento, quello di cui al codice civile del 1942, codice antiquato e di morale fascista per alcuni, considerato il momento di compilazione e pubblicazione (16 marzo 1942). 

Successivamente, è noto, dopo molte battaglie, venne introdotto anche in Italia, cattolica e apostolica, distante anni luce da quanto accadeva già da tempo in altri Paesi d'Europa, il divorzio con la legge n. 898 del 1 dicembre 1970. 

Le polemiche e i mal di pancia non terminarono e nel 1974 venno indetto il referendum abrogativo che ebbe l'esito che conosciamo. 

Con buona pace di tutti, le separazioni e i divorzi sono aumentati nel tempo in maniera quasi esponenziale e la normativa è stata rivista per adeguare l'ordinamento al costume. 
Prima il tempo della separazione prescritto per poter ottenere il divorzio era di 5 anni, in seguito di tre; di poi la riforma del 2015 ha ridotto il termine a un anno nel caso di separazione giudiziale e sei mesi nel caso di separazione consensuale.

Con la nuova riforma si è andati ancora più avanti. 

Dalla relazione illustrativa del Ministero della Giustizia pagg. 75 e ss. si legge: "...A seguito dell'entrata in vigore della l. 6 maggio 2015, n. 55, che ha previsto la riduzione dei termini per proporre domanda di scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio dalla data della comparizione dei coniugi nell'udienza presidenziale del procedimento di separazione, è emersa con sempre maggiore urgenza la necessità di dettare disposizioni che possano prevedere un coordinamento tra i due procedimenti, nonché ove opportuna la loro contemporanea trattazione..." e ancora  "...La possibilità, sia per il ricorrente sia per il convenuto, di proporre contemporaneamente domanda di separazione e di divorzio nel medesimo giudizio, garantirà economie processuali, considerata la perfetta sovrapponibilità di molte delle domande consequenziali che vengono proposte nei due giudizi...". "... Negli atti introduttivi del procedimento di separazione personale le parti possono proporre anche domanda di scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio e le domande a questa connesse. Le domande così proposte sono procedibili decorso il termine a tal fine previsto dalla legge, e previo passaggio in giudicato della sentenza che pronuncia la separazione personale").

La ragione di tale accelerazione verso lo scioglimento del vincolo matrimoniale dunque sarebbe l'economia processuale, il dover far presto, il non occupare i tribunali con cose che appaiono quasi futili e pretestuose. 
Ebbene, questa società e questo nostro ordinamento cambiano molto, troppo velocemente per me. Io non riesco a stare dietro a questa evoluzione che fa anche del matrimonio e della famiglia un bene di facile ed effimero consumo. 
Non sono un'illusa sull'amore eterno e sono convinta che il matrimonio abbia funzioni più sociali, economiche ed egoistiche che amorose e sentimentali. 
Proprio per questo l'istituto si è giustamente evoluto. 
Prima occorreva soprattutto per procreare con certezza di patermità e per dare sostentamento alla donna e accudimento all'uomo; poi si è modificato verso la parità dei ruoli, invero mai raggiunta, almeno dalle mie parti. Ma adesso mi sembra che davvero si esageri. Tutto free, tutto smart, tutto troppo veloce. 
Ci si piace, si sta insieme, si fanno magari dei figli, non si va d'accordo, si decide di lasciarsi. Neanche un po' di tempo per riflettere, per cambiare idea, per far passare la luna storta. Macchè, in uno separazione e divorzio e via verso nuove avventure. 

Mi spiace perchè la famiglia è un grande valore umano e sociale che andrebbe meglio tutelato assieme ai figli. 
 


lunedì 8 marzo 2021

Donna oggi

 


Già, la festa della donna, anzi la Giornata Internazionale della Donna, questo si ricorda oggi, si sottolinea, si festeggia. Ma ha ancora un senso? 

Credo di sì, purtroppo, e dovremo continuare a porre l'accento su questa giornata finchè la parità tra uomo e donna non sarà raggiunta, al netto di tutte le sacrosante differenze tra i generi. Continueremo a farci gli auguri e continueranno a farci gli auguri con quel ramoscello giallo strappato a una bella mimosa in fiore finchè per fare le stesse cose, guadagnare lo stesso compenso, avere le stesse libertà non dovremo faticare di più e di più. 

E come se non bastassero le mille difficoltà "ordinarie della vita quotidiana, ci sono anche i soprusi più gravi, le violenze, le uccisioni, gli uxoricidi che testimoniano il sentimento di possesso da parte di certi uomini nei confronti delle "proprie" donne, come loro fossero solo poco più di un oggetto grazioso che deve esistere per compiacerli. 

Ma senza arrivare a queste forme più aberranti e gravi di discriminazione, che sfociano in reati, va detto e ridetto ci sono le "piccole" discriminazioni della vita di tutti i giorni, quelle che ci incatenano a doveri familiari e domestici pressanti, che ci tarpano le ali della libertà e del tempo. 

Perchè noi, no, non siamo padrone del nostro tempo e della nostra vita come i nostri compagni di viaggio. 

Nel momento in cui decidiamo di amare ed avere dei figli, nella maggior parte dei casi, dobbiamo rinunciare ad altro, alle ambizioni, alla carriera, a far tardi la sera al lavoro, ad assumere impegni troppo pressanti. 

Noi diamo la vita, cediamo il nostro corpo vivo a una funzione della natura, alla continuazione della specie, senza alcun ristoro se non la vita stessa che mettiamo al mondo. Assistiamo alla deformazione del nostro corpo, nel dubbio che possa ridiventare lo stesso di prima, partoriamo nel dolore e subito dopo cominciamo a fare nottate insonni, ad allattare per mesi, litri e litri di latte, a vegliare i nostri cuccioli, passo dopo passo, in ogni evenienza della vita, finchè diventano adulti ed oltre. 

E oltre a fare figli ci occupiamo della casa, della famiglia, a volte allargata. 

Alcune donne, se solo provano a lamentarsi del ménage quotidiano, si sentono dire: 
- In fin dei conti che fai? Un lavoro che vale 6-7 euro l'ora... 

Allora, per quanto a volte possa apparire stucchevole, questa giornata deve essere celebrata ancora a sottolineare le differenze tra uomo e donna, le differenze che resistono allo scorrere dei secoli, all'avvento del progresso, alle mille innovazioni tecnologiche,  all'evoluzione culturale e sociale. 

A volte chiediamo aiuto e ci troviamo a ripetere banalmente "ma butta almeno l'immondizia! " 

E ci sentiamo rispondere "ma non me lo hai chiesto". " Se manca qualcosa in casa comprala tu". "Ma io che ne so... ". 

Poverino, lui, il maschio,  non lo sa, perché il più delle volte vive in casa come in un hotel, a pensione completa. Al massimo pensa a pagare la stanza. 

E così noi ci ritroviamo a fare non solo il triplo,


in termini di tempo speso ed energie impiegate, ma siamo anche le uniche responsabili dell'andamento domestico e familiare. Sopportiamo anche il carico mentale dell'organizzazione di tutto. 

Anche se riusciamo a delegare a qualche esponente familiare del sesso forte una singola azione, siamo le architette, le ingegnere della casa. 

E ci dividiamo, letteralmente, facendoci a pezzi, perdendo sonno, caricandoci di ansie, privandoci di un briciolo di tempo libero, tra pulizia della casa, spesa, cucina, bucato, educazione dei figli, assistenza scolastica, giardinaggio, commissioni, evenienze sanitarie, cura dei genitori anziani, 


imprevisti, rapporti sociali, visite mediche e di cortesia, chi più ne ha più ne metta, e lavoro. 

Già, lavoro, questa chimera che abbiamo dovuto lottare per ottenere, per avere due soldi nostri un tasca, un briciolo di indipendenza e dignità. E non saremo, salvo rare eccezioni, mai abbastanza brave, non saremo mai il capo, non guadagneremo mai lo stesso. Perché mentre loro fanno solo quello, salvo intrattenere qualche relazione con gli amici e fare un po' di sport, noi -anche al lavoro- saremo rapite animo e corpo da mille pensieri che ci porteranno dritte alla cena da preparare, ai panni da stirare appena a casa, al pane che manca in dispensa, al pranzo da avviare per l'indomani, al figlio che ha preso 5 in filosofia, alla mamma da accompagnare dal medico,... 

Tanta la strada che è stata fatta, tanta quella da fare, perché il nostro compagno non ci risponda più alla richiesta di aiuto, candidamente, sinceramente, "ma io non lo sapevo, io non ci ho pensato, tu non me l'hai chiesto". 

Io sono una donna antica ormai, del XX secolo, e ho agito finora pedissequamente, scioccamente, come mi hanno insegnato a fare, ma spero che le donne di oggi e di domani possano vivere con i propri compagni rapporti diversi, fifty fifty, per avere la possibilità di dedicarsi quanto loro alle proprie passioni e volare alto in questa irripetibile avventura che è la vita. 

lunedì 3 febbraio 2014

CRISI: VINTAGE E USATO


In questi ultimi tempi va tanto di moda il vintage, l'usato, il baratto. Sicuramente la cosa è dovuta alla crisi economica imperante, ma è una tendenza che può essere anche "etica" e divertente, in contrasto con l'accanito consumismo usa e getta che ha caratterizzato gli ultimi decenni del secolo scorso.

In effetti, le cose possono essere riusate creativamente, riciclate, scambiate o vendute a buon prezzo.  E all'uopo spuntano come funghi nelle città mercatini dell'usato in franchising o i cosiddetti swap party, ovvero eventi organizzati ad hoc per scambiarsi cose che a noi non servono più, ma che possono essere di utilità per qualcun'altro. A me la cosa piace molto, uno perché adoro i mercati e le fiere di ogni genere, nei cui banchi mi perdo per ore per cercare l'affare a buon mercato, due perché così posso disfarmi delle cose che in casa non uso più senza troppi sensi di colpa.


martedì 28 gennaio 2014

ITALIA: PASTA, PIZZA E NON SOLO

Pasta e pizza ci distinguono nel mondo.
Se si dice Italia, si pensa mare, sole, arte, bellezza, e pasta e pizza, appunto.
Sono cibi semplici e poveri, in origine cibi da strada, alla portata di tutti, oggi forti simboli della nostra identità gastronomica nazionale.
Non si conoscono con precisione le loro origini.
Secondo alcuni l'uso della pasta, meglio, degli spaghetti, venne importato in Italia dalla Cina da Marco Polo, secondo altri risalirebbe addirittura al medioevo.
Viene da lontano infatti l'uso di un impasto di farina con acqua, a volta con l'aggiunta di uova e zucchero. Anticamente si parlava di pasta ogni volta che si voleva indicare un impasto siffatto, dolce o salato che fosse. Era alla base della dieta dei poveri, insieme al cavolo, dieta protrattasi nei secoli.
Nel '700, i ricchi europei in viaggio in Italia (tra questi Goethe) alla scoperta di bellezze naturali ed artistiche annotavano di straccioni, lazzari o lazzaroni, antesignani degni attuali scugnizzi,  che si nutrivano per strada di un piatto di pasta lunga, che mangiavano con le mani.
Inizialmente, la pasta veniva mangiata in bianco, con appena un po' di pepe, di olio o  di formaggio. Il sugo di pomodoro arrivò dopo.


Altro simbolo forte della nostra identità è la pizza, nota per essere stata offerta durante una visita a Napoli, nel 1899, a sua maestà la regina Margherita di Savoia , moglie di Umberto I, da cui prende il nome nella più popolare e gustosa delle sue mille varianti.
Ma la pizza in realtà è ben più antica e deriva il nome dalla greca PITTA o dal turco PIDE, una focaccia in uso in tutto il bacino del Mediterraneo, fatto di farina, acqua e olio o altro grasso.

Queste specialità ci hanno fatto grandi nel mondo, sono semplici, economiche, nutrienti e gustosissime. Fanno parte della nostra storia sociale e della nostra cultura. Vanno conosciute e celebrate e non solo mangiate!!!

mercoledì 12 giugno 2013

ASTENSIONISMO

Le ultime elezioni amministrative e la fase del ballottaggio hanno confermato una tendenza: l'astensionismo. La metà degli italiani non è andata a votare. Questo fatto è assai consueto in America, ad esempio, ma poco da noi. In Italia è fatto abbastanza nuovo e tendenza in aumento. La cosa, dunque, fa riflettere, per importanza politica e fatto di costume. Che significa astenersi dal voto? Rinunciare ad un diritto dovere civico così importante, segno di autodeterminazione di un popolo? Secondo me significa disaffezione dalla politica e da chi dovrebbe rappresentarci. Di più. Significa, pensare che il voto sia inutile, significa che i candidati non riscuotono fiducia, rispetto, attrazione. I politici, i partiti, i proclami, i programmi ci hanno stufato. Gli italiani vogliono fatti e non parole. Leggi, misure e decreti concreti che innovino il mondi del lavoro, dell'economia, che creino servizi, assistenza, benessere. La politica è in crisi. E' avvitata su se stessa. Tutta le nostre vecchie istituzioni repubblicane sono in crisi e chi siede sugli scranni del potere sembra essere sordo alle esigenze dei cittadini che ricambiano con una rivolta silenziosa, voltando la faccia da un'altra parte.

E CONTINUANO I VIAGGI

      Altro filo conduttore della mia vita sono divenuti i viaggi.  Adoro viaggiare e cerco di farlo come posso, con Claudio, con tutta la f...