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venerdì 17 novembre 2023

AMORE

Alfonsino allo studio
Rapporti a luci rosse

Quasi amici


I miei cuccioli, cane e gatto, non si amano, ma pur di stare in braccio a me sopportano la vicinanza. 


 

venerdì 15 settembre 2023

BENESSERE A 360 GRADI

Anche oggi voglio parlare di benessere, benessere a 360°, benessere che coinvolge corpo e mente. 

Ho aderito da tempo infatti a una visione olistica della vita. 

Olistico è un termine che viene dal greco (io adoro spiegare il significato delle parole attraverso l'etimologia e avendo fatto studio classici, mai dimenticati, facendo ricorso alle reminiscenze scolastiche di latino e greco, riesco spesso a comprendere il significato delle parole senza necessariamente consultare il vocabolario)  ὅλος che significa  «tutto, intero, totale».

Secondo Treccani olismo è la "Tesi secondo cui il tutto è più della somma delle parti di cui è composto. Questo principio generale è stato variamente articolato in diverse discipline...".

Ebbene, concordo. 

la bellezza dei fiori 

l'arte

una bella casa 

l'amore reciproco dei nostri cuccioli 

l'amore 

cane e gatto: amici

yoga, vibrazioni e campane tibetane 

le terme 

le terme: BAGNO VIGNONI

le coccole tra genitori e figli 

il mare, i viaggi, la natura 

limpidezza e benessere 

la dieta 









































Noi siamo pensiero, ma non solo pensiero, noi siamo il corpo, ma non solo il corpo, noi siamo emozioni, ma non solo emozioni, noi siamo sentimento, ma non solo sentimento e così via e, messi insieme tutti questi elementi, siamo altro. 

Queste parole si ripetono in molte delle mie mediazioni preferite e servono a fermare il rimuginio della mente, a guardare i pensieri, a prenderne il giusto distacco.

Dunque per un benessere totale e duraturo nel tempo è importante curare la propria salute, fare periodici controlli clinici e diagnostici, evitare fumo e alcool, passeggiare all'aria aperta, nel verde, adottare una sana dieta mediterranea non eccessivamente calorica, praticare uno sport, avere uno o più hobbies ai quali dedicarsi con regolarità e piacere,  leggere, aggiornarsi, fare giochi enigmistici, fare trattamenti estetici e massaggi, accettare le proprie emozioni, anche quelle negative, guardarle e accettarle infatti è il primo passo per superarle, attingere al sé e ai sogni, circondarsi di persone positive, affetti e amici, prendersi cura di un animale che a sua volta si prenderà con affetto cura di noi. 

Questi i segreti. E' difficile? Non abbiamo tempo di fare tutto ciò? Non importa, uno9 stile di vita corretto non si adotta in un giorno ma avere uno sguardo sempre benevolo su noi stessi, prenderci cura, volerci bene aiuta ed è il primo passo per il BENESSERE A 360 GRADI


lunedì 6 marzo 2023

Chi ti crea problemi ti aiuta a crescere

 Se non avessi studiato diritto forse avrei studiato psicologia. 

Mi affascinano i meccanismi della mente umana e mi piace leggere di Freud e Jung, ascoltare Morelli e Recalcati, ricercare la ragione di certi comportamenti. 

Nell'ultimo periodo ho riflettuto sugli amori controversi e sofferti, sempre al centro delle conversazioni delle donne. 

Quando sono con le amiche non facciamo che parlare dei comportamenti degli uomini e di come a volte facciano soffrire; diveniamo ripetitive e sterili, sciocche e lagnose. 

Un giorno mi sono imbattuta in una frase bellissima e in un articolato pezzo che propone una spiegazione alle pene d'amore, una spiegazione che mi ha convinta. 2019

"CHI CI CREA PROBLEMI E’ IL NOSTRO PIU’ GRANDE ALLEATO

La fonte della nostra infelicità è spesso da cercare dentro di noi e più precisamente nelle nostre resistenze interiori. Più necessitiamo di portare un cambiamento nella nostra vita perché la realtà che ci siamo costruito intorno ci sta stretta, e più un perverso meccanismo ci impedisce di muoverci e portare a termine quell’azione necessaria a portarci fuori dalla nostra prigione dorata fatta di routine, noia, insoddisfazione e frustrazione. Per fortuna, una parte di noi si attiva con intelligenza per fare appello a un aiuto esterno, aiuto che spesso non riconosciamo come tale se cerchiamo di identificarlo in una persona precisa invece che come un processo, un “qualcosa” che succede mentre interagiamo con l’altro. Inserendo nella nostra realtà questo “altro” scelto con “incosciente consapevolezza”, ci diamo una possibilità di rompere gli argini e attuare quel cambiamento di cui abbiamo così tanto bisogno, andando finalmente oltre quelle resistenze disfunzionali. Sarà indolore? Dipenderà da noi e dalle nostre scelte: resisteremo con forza, ancora e ancora, oppure apriremo gli occhi e accoglieremo il cambiamento? Quando i problemi ci aiutano a rimetterci in movimento

Il rischio che corriamo quando una parte di noi teme il cambiamento, è quello di congelarci sulle nostre posizioni, di cristallizzarci a tal punto da impedirci di cambiare, di seguire il flusso della nostra vita, se non con l’intervento di qualcosa (o qualcuno) che ci scuota come un terremoto, con l’effetto di rimescolare tutte le carte in tavola.

È la crisi benefica, quella che ci permette di uscire da uno stato in cui tutto sommato non ci possiamo lamentare ma che non ci rende felici perché quella realtà che abbiamo costruito non ci corrisponde nemmeno un po’, e viviamo da comparsa in quella messa in scena che finirà soltanto alla nostra morte.

L’agente della nostra crisi, facendoci crollare tutto addosso, ci obbliga a muoverci, o almeno così richiederebbe il nostro istinto di sopravvivenza, ma spesso facciamo resistenza credendo in bugie che ci raccontiamo per evitare di cambiare, perché questo significherebbe accettare di aver fatto in passato quella serie di scelte che ci avevano allontanato da noi stessi.

“Siamo irresistibilmente attratti da chi ci creerà i problemi che ci servono per la nostra evoluzione personale.”
Alejandro Jodorowsky

Facciamo resistenza perché ci siamo affezionati all’immagine della realtà, perdendo di vista la vita vera. Ecco perché occorre rompere l’immagine, riuscire a mandarla in frantumi e accettare di guardare al di là dello specchio. Ovviamente, se già facciamo resistenza all’aprire gli occhi sulla realtà virtuale nella quale ci siamo invischiati, figuriamoci riuscire a rompere lo specchio; che fare allora? Andare in cerca di un aiuto, una persona che riuscirà a bypassare i sistemi d’allarme delle nostre resistenze e che ci darà quello scrollone di cui abbiamo bisogno per tornare in movimento. Siamo noi a scegliere gli agenti della crisi nella nostra vita. Per evitare di raggiungere il punto di cristallizzazione perenne che ci impedirebbe di effettuare qualsiasi cambiamento utile alla nostra evoluzione (e fioritura personale), la nostra intelligenza ci spinge all’ incontro con gli agenti della crisi, gli attori del periodo della nostra vita che vivremo come una sfida; vestendo i panni degli antagonisti, essi creano gli ostacoli necessari per aiutarci a uscire da quella pericolosa routine che finirebbe per fagocitare ogni desiderio di rinnovamento utile alla vita stessa, ogni tentativo di esplorazione di nuovi orizzonti, ogni impulso creativo.

Questi agenti della crisi ci aiutano in una maniera semplice ed efficace, rispondendo all’assurda, ma fin troppo umana, inclinazione a dare valore a ciò che si perde: usando il principio di scarsità per fare leva sui nostri reali desideri, i nostri antagonisti ci spingono a capire cosa conta davvero per noi e a uscire dalla nostra bolla di vetro per difendere ciò che ci è caro.

È spingendoci fuori dalla nostra zona grigia, fatta di abitudini e sentimenti vissuti a metà, che ci aiutano a capire cosa conta davvero per noi, a cosa non siamo disposti a rinunciare perché è troppo importante per noi e cosa dobbiamo lasciarci alle spalle. Scegliendo i nostri agenti della crisi, ci obblighiamo senza rendercene conto a prendere posizione, ad agire nella nostra vita invece che subirla.

Se prima vivevamo da semplice comparsa quasi sempre dietro le quinte, in un ultimo tentativo di riprendere le redini in mano ci cerchiamo un antagonista per aiutarci a diventare protagonista della nostra realtà. Cerchiamo l’azione esterna che causerà la nostra re-azione. È questo movimento da attore passivo ad attivo che forse cerchiamo quando attiriamo nella nostra vita quelle determinate persone che ci causano problemi su problemi.

Una parte di noi sa che non faranno parte del nostro cammino per sempre e che la loro presenza riveste un significato particolare per noi; il guaio è quando tentiamo di includere questi agenti della crisi dentro la nostra zona grigia, provando a farli entrare nella nostra routine e rifiutando di vedere che loro sono qui, a tempo determinato, per aiutarci ad uscire dal circolo perverso che “ci fa male ma non troppo”. E no, non sono loro a dover entrare in maniera permanente nella nostra piccola bolla evitandoci così di uscire allo scoperto!

Loro sono la goccia che serve a far traboccare il vaso, sono il colpo di vento che fa crollare il castello di carte, sono l’antagonista che distrugge l’immagine della realtà alla quale ci eravamo affezionati e che rifiutavamo di lasciar andare.

 

Riducono in piccoli frammenti lo specchio per spingerci a guardare il mondo e non più il suo riflesso. È vero, a volta fa molto male, ma quel dolore è causato dalle nostre resistenze perché trattenere ciò che deve sparire e non fa parte di noi fa male, fa molto più male che accettare di lasciar andare; e la crisi serve a questo: è un ponte tra uno stato e l’altro, è il momento intermedio tra uno stato giunto alla sua completezza e un nuovo inizio.

Agli agenti della crisi spetta il compito di tracciare una linea netta tra passato e presente; a noi spetta quello di andare avanti e di non di rimanere incastrati nel nostro limbo interiore."

Sandra “Eshewa” Saporito
Autrice e operatrice in discipline Bio-Naturali

 


sabato 5 novembre 2022

Abbi il coraggio
Aperto 
Di non amarmi più 
Infliggimi
L'ultima sofferenza
Quella dell'abbandono
Aspro
Quando la strada
Declinava
Quando io
Tutto ho compiuto
Abbi il coraggio
Bambino scalpitante
Giovane irragionevole
Uomo prepotente
Abbi il coraggio
Di non amarmi
Vivi da solo

giovedì 3 novembre 2022

Ci sono poesie che più d'altre muovono le corde del cuore

 

Margherita Guidacci

margherita-guidacci
All’ipotetico lettore

Ho messo la mia anima fra le tue mani.
Curvale a nido. Essa non vuole altro
che riposare in te.
Ma schiudile se un giorno
la sentirai fuggire. Fa’ che siano
allora come foglie e come vento,
assecondando il suo volo.
E sappi che l’affetto nell’addio
non è minore che nell’incontro. Rimane
uguale e sarà eterno. Ma diverse
sono talvolta le vie da percorrere
in obbedienza al destino.

 

Anelli del tempo (Edizioni Città di Vita, 1993)

domenica 18 luglio 2021

Noi

 Claudio ed io ci siamo scelti, tanti anni fa, a fine "93. Ci siamo scelti per condividere la vita. Ci siamo innamorati, forte forte, l'uno dell'altra, abbiamo deciso di dare a questa unione la forma convenzionale del matrimonio, come più usava a quei tempi. Abbiamo avuto tre figli, li abbiamo cresciuti ed educati come abbiamo potuto. 

E ora sono tre splendidi ragazzi dei quali andiamo orgogliosi. 

Abbiamo vissuto insieme la quotidianità, le feste, le vacanze, il lavoro, le malattie, i patemi d'animo, le liti, i dispiaceri e siamo approdati al podio delle nozze d'argento. 

Le abbiamo fortemente volute e festeggiate in privato, come il Covid ha imposto, circondati dall'affetto di alcuni e dal distacco di altri che credevo cari. Me ne sono molto dispiaciuta. 

Ora siamo qua, fianco a fianco, mano nella mano, soli, sul divano, a vedere un film in TV. E mi rendo conto che questo argento è un traguardo e una partenza. 

Perché noi ci vogliamo ancora. 

Vogliamo vivere la nostra vita insieme. 

lunedì 31 agosto 2020

La memoria selettiva


C'è chi ricorda tutto o quasi, chi non ricorda nulla, chi ricorda solo quello che gli pare. 

Intendo, in particolar modo, le ricorrenze. 

C'è chi è compito e ricorda quasi tutto, telefona, pensa, fa regali. C'è chi proprio non riesce, è uno sbadato nato e autentico e chi invece ricorda i fatti propri, si aspetta che gli altri gli tributino un pensiero, ricorda le ricorrenze delle persone che più ama, che hanno, a torto o a ragione, un posto speciale nel suo cuore, un numero ristretto di privilegiati e non ricorda o finge di non ricordare le cose che riguardano alcuni comprimari della vita affettiva, riposti, chissà perché, in un angolino buio 🌑del cuore. 

Perché? 

Ci penso e interpreto questa trascuratezza affettiva come un limite mnemonico scusabile ovvero come una rimozione inconscia emotivamente inescusabile. 

Io ricordo tutto, con l'andare degli anni un po' meno forse, ma sono un 📅calendario. 

Comprendo i primi, condanno gli altri  soprattutto nella misura in cui non vi è reciprocità ed equità affettiva. 

domenica 15 marzo 2020

PAOLA E FRANCESCO


Paola e Francesco, amore lontano, amore vicino.

Paola era alla finestra a guardare un po' distratta, un po' attonita, lo spettacolo della pioggia battente. In genere le restava indifferente, ma in quella serata solitaria la faceva indulgere a pensieri agrodolci. Pioveva sempre più forte, l'acqua batteva violenta sui vetri, scorreva sui tetti rossi, puliti, scrosciava dai canali, cadeva schizzando nelle grosse pozzanghere sulla via.
Aveva mille pensieri, prosaici e poetici, tutti insieme, affastellati nella testa insieme agli impegni per il giorno dopo e l'idea del suo ennesimo compleanno, serie “anta”, che si avvicinava. Tempo di bilanci e ancora di qualche progetto.
Solo la tv le faceva un po' compagnia e il suono di un vecchio refrain di trent’anni prima, l’avvolse nell'ala malinconica del ricordo. E così Paola volò lontano, ancora una volta a quell'estate magica e irripetibile del “67,  tempo in cui l'ardore della giovinezza e la voglia di vita dominavano i giorni.
Appena chiusa la scuola, come sempre, Paola si era trasferita in Toscana, nella villa di campagna dei nonni, con la mamma e il fratello Giulio. Il papà, rimasto in città per lavoro, andava a trovarli ogni fine settimana. Sembravano attenderli i soliti giorni tranquilli, vuoti, scanzonati e un po' noiosi di tutte le estati. Ogni anno si celebravano gli stessi riti: le passeggiate in bici, le partite a ping pong, l'andare tutti insieme alla  messa festiva delle undici, per poi tornare a casa per il pranzo domenicale e, infine, la grande scampagnata di ferragosto. Cominciava a stufarsi della routine estiva e già desiderava finire il liceo per iscriversi all'Università, a Firenze, alla facoltà di filosofia, sua passione da sempre, per andare via di casa e conoscere cose e persone nuove. Ma quell’estate fu inaspettatamente diversa.  Giulio, di due anni più grande, doveva prepararsi per gli esami di maturità e così portò con sé in campagna l'amico Francesco, per studiare insieme. I due trascorrevano la gran parte del tempo, quasi dieci ore al giorno, sui libri. E Paola si sentiva ancora più sola e annoiata. Si alzava tardi, il sole già alto, passeggiava un po' col nonno, aiutava la mamma fare le marmellate per l'inverno e leggeva romanzetti di Delly. Quando nel pomeriggio, in cerca di un po’ di fresco, si sedevano sotto il portico, tutti presi dalle chiacchiere e dalle piccole faccende, sentivano le voci di Giulio e Francesco che recitavano Cicerone e Euripide. I ragazzi al tramonto si concedevano un'ora di svago, prima di cena. Si allontanavano un po' da casa per dare due calci al pallone e scaricarsi correndo, stancandosi fisicamente, per riposare la mente. Francesco a Paola cominciava  a piacere e del resto prendersi una piccola cotta e fantasticare un po' era  un modo per annoiarsi di meno. Si conoscevano da anni ormai, ma quell'estate, priva di altre occupazioni, lo scoprì. Lui era carino, l'affascinava. Scuro di pelle, con gli occhi neri neri, i  capelli un po' lunghi e disordinati. Intelligente, educatissimo, eppure non convenzionale, garbato, ma ferreo negli impegni di studio. Dopo i primi giorni di quasi indifferenza, Paola cominciò a chiedersi se lui si fosse realmente accorto almeno della sua esistenza, del suo essere cioè una ragazza loro coetanea, peraltro abbastanza carina e non un elemento quasi inanimato di quel tranquillo paesaggio di campagna. Cominciò ad avere un po' più di cura nel vestirsi e nell’aggiustarsi i capelli. Ma Francesco e Giulio continuavano a stare chiusi in camera a studiare. Una domenica pomeriggio, sul tardi, andarono al fiume per una nuotata e l'invitarono ad andare con loro. Si divertirono a schizzarsi a vicenda con l'acqua corrente, gelata. Mentre si asciugavano, Paola e Francesco incrociarono gli sguardi. Un tuffo al cuore, un'emozione che forse la fece arrossire. Non era più solo una cotta e forse non era unilaterale, pensò. Lo svago serale dei ragazzi, intanto, si era trasformato in passeggiate nel pioppeto o in chiacchiere sul dondolo, sotto il portico, mentre attendevano la cena. Paola conobbe meno meglio Francesco. Era tenero, ma fermo, giocoso e allegro, ma tanto determinato. Aveva grandi progetti per il futuro. Laurearsi in medicina e diventare cardiochirurgo. Ma anche in lui l'ambizione spesso lasciava spazio all'insicurezza di riuscire e forse questo alternarsi di pensieri e umori lo rendeva ancora più affascinante e determinato. Una di quelle sere, mentre Giulio era col nonno nell’orto, finalmente Francesco la baciò, sotto il glicine e quell’inebriante profumo si fuse al suo.
Che emozione. Prima, vera, primavera della sua vita!
Inatteso si dichiarò a lei facendole cento, mille promesse, senza tener conto che non si può essere totalmente padroni della propria vita e che tante cose oltre l'amore erano tra loro. Gli altri, la scuola, gli studi futuri, l'età, i progetti.
-          Paola, ti amo. Mi sono innamorato di te. Non so più da quando, ma sai, tuo fratello, i tuoi… Sono entrato in casa vostra come amico di Giulio e non volevo mancare di rispetto a nessuno. Vedrai, lo dirò io a tuo padre…


Un lampo e il fragore d'un tuono, la pioggia che si faceva più insistente, riportarono Paola alla realtà, così diversa. Quanto tempo era passato.
Si stiracchiò, passò davanti allo specchio, si rimirò facendosi una smorfia e scivolò, sola e stanca tra le lenzuola. Al mattino fu svegliata dalla luce che s'insinuava fastidiosa nella stanza e dal profumo del caffè servito al letto, premura resa.
Suo marito, rientrato dal lavoro, d'abitudine la svegliava così, dolcemente, ormai da anni. Paola doveva vestirsi, fare qualche faccenda e andare a scuola, perché aveva compito di storia e  due ore di lezione di filosofia, tutta da spiegare. Infine, nel pomeriggio, doveva andare  a prendere i suoi ragazzi di ritorno da una gita scolastica. Ma tutto questo non prima di aver scambiato quattro chiacchiere con suo marito, stanco di una notte di lavoro al policlinico, reparto cardiochirurgia.
Sì, ce l'avevano fatta. L'ansia di vivere era ormai vita vissuta e l'amore di adesso ancora lo stesso di allora.
Come fosse la prima volta, come buongiorno, Paola baciò... Francesco

giovedì 12 marzo 2020

TALEBANA D'AMORE L'EPILOGO


Risultato immagini per parigi
...SEGUE 
Sabato mattina mi svegliai presto ed uscì a fare colazione. Lasciai Rossella che dormicchiava. Ci ritrovammo nella hall dell'albergo solo verso le 10.30. Era gasatissima.
- Guarda mi ha mandato un SMS. “Mi ha fatto piacere conoscerti. Mi piacerebbe rivederti”.-
- Oddio, e non dirmi che gli hai risposto. Andiamo al Louvre, smettila.-
- Laura, gli ho risposto. Lo vedo tra un'ora. Non mi dire  niente. È la mia vita. Siamo sole qui, solo tu ed io. Per un giorno sono libera e voglio essere solo me stessa e fare una cosa che mi fa piacere e basta-.
Controbattere sarebbe stato inutile. Rossella aveva deciso di vivere il weekend parigino a modo suo. Nulla avrebbe potuto fermarla. Forse solo Roberto in carne ed ossa, ma non il pensiero di lui. Si erano fatti troppo male, a vicenda, negli ultimi tempi. Litigavano in continuazione. E se io non facevo qualcosa del genere, né lo desideravo, era solo perché sono fondamentalmente diversa, pigra, passiva, schematica. E perché ho tanta paura di soffrire. Rossella, invece, era sempre stata una donna inquieta. Generosa, sveglia, vivace, passionale, problematica, cervellotica, imprevedibile, volubile. Gli anni erano passati. Lei aveva fatto scelte di vita adulta, aveva rinunciato a tante cose per il lavoro e per la famiglia. Ma, nel profondo di sé, credeva di  aver solo adempiuto ad una sorta di mandato sociale e familiare. È una persona fuori le righe. A suo modo geniale e contraddittoria. Era stata profondamente innamorata di Roberto. Me lo ricordavo bene. Ma ora qualcosa tra loro si era spezzato. Quella specie di contratto stipulato quasi venti anni prima, si era rivelato insoddisfacente per lei. Quante volte mi aveva detto e ripetuto che non aveva funzionato, che lei aveva dato e fatto tutto ciò che ci si aspettava da lei, ma che non aveva ricevuto altrettanto. Ed era delusa, dispiaciuta, ma anche arrabbiata, come se Roberto l'avesse truffata, come se le avesse tolto qualcosa a tradimento. Con la metro arrivammo alla stazione del  Louvre e ci sedemmo all'aperto, fuori da un bar, a prendere un caffè. Io volevo rivedere con calma tutto il museo. Lei avrebbe fatto la sua passeggiata con questo Jean Claude. Alle 11.30 precise lo vedemmo spuntare dall'uscita della metro, di fronte a noi, vestito in maniera più formale che il giorno prima. Aveva una camicia a righini sul rosa, leggermente sbottonata e senza cravatta, jeans e scarpe sportive, con  una giacca blu chiaro su. Lo invitammo a sedere con noi, ma lui propose di andare. Li salutai e li vidi allontanarsi nel viale, sotto i platani. Subito dopo si diedero la mano. Poi lui le mise un braccio intorno alle spalle. Rossella si rifugiò, si rilassò in quell'abbraccio e insieme sparirono all'orizzonte.
* * * * *
- Allacciate le cinture di sicurezza e chiudete i tavolini di fronte a voi, s’il vous plait-, raccomandò un'hostess truccatissima e attempata.
- Ross, ti prego, spegni il cellulare, smettila, torna in te. Tra poco saremo a casa.- Rossella mi guardò con gli occhi pieni di lacrime.
- Guarda, guarda che SMS  mi ha mandato... “Plus une chose est parfaite, d'autant plus parce que le plaisir et la douleur”. Quanto più una cosa è perfetta, tanto più causa piacere e dolore. Dio, Laura, Jean Claude è una persona meravigliosa. Come posso tornare a casa e far finta di nulla? È stato tutto così, ... così bello.-
- Rossella, se ti ho permesso di fare una cosa del genere è perché sapevo come tu fossi in crisi. Ho pensato che, in fondo, una distrazione ti avrebbe fatto bene. Ma ora basta. È finita. Tienilo con un bel ricordo, un segreto tra noi, come quando eravamo ragazze. Una cosa bella cui pensare quando sei giù.-
- Tu non mi capisci.-
- Ti capisco, ma così non va, cara, sei caduta in una storia impossibile. E lo sai.-
- Come farò, come farò ora.-
Decollammo e mentre io pensavo al rientro a casa, Rossella guardava giù. Parigi si allontanava e si faceva sempre più piccola. Anche il ricordo avrebbe dovuto  affievolirsi col tempo, come il panorama  rimpiccioliva con la distanza, ma la mia amica era preda dei suoi fumi. Non la vedevo così da tanto tempo. Tutto il viaggio di ritorno fu racconto, lacrime, pensieri, domande, evocazioni, attimo per attimo, di quelle magiche ventiquattrore trascorse con Jean Claude. Mi raccontò tutto, ma non per mettermi a parte dei suoi segreti, quanto piuttosto per fissare nella sua memoria ogni attimo.
Jean Claude l'aveva abbracciata ed aveva subito cominciato a parlarle. Si erano detti tutto l'uno dell'altra, per quanto possibile in poche ore. Lui aveva 51 anni e di cognome faceva Peeters, come il padre, un belga che non vedeva da più di trent'anni. La madre e il padre si erano separati quando lui e la sorella erano piccoli. Ne aveva tanto sofferto. La madre,  parigina doc, li aveva tirati su da sola, con mille sacrifici. Lui aveva cominciato a lavorare a diciassette anni, continuando a studiare. Si era laureato. Ora lavorava in un'ottima compagnia di servizi alberghieri, dov'era stimato e ben pagato. Era un immobiliarista, o meglio così si era definito. Forse, aveva pensato Rossella, comprava immobili, per colmare le sue insicurezze di ragazzo. Per un lungo periodo, intorno ai quarant'anni, aveva lavorato nel Canada francese, dove aveva comprato una casa. Altri due appartamenti li aveva a Parigi, in centro, uno a villa Montmorency, in ristrutturazione, dove si sarebbe trasferito in estate, un altro al Marais.  Jean Claude era single,  aveva la passione per il cinema e per l'italiano. Da autodidatta aveva imparato a parlare piuttosto bene.
- È stato come se lo avessi conosciuto da sempre. Credevo che i francesi fossero più chiusi, più riservati rispetto a noi italiani, invece mi ha detto tutto di sé, con naturalezza, con tanta voglia di parlare, di aprirsi. Subito dopo esserci incontrati, ha chiamato un taxi e mi ha detto che mi avrebbe portata in un caffè chic, dove si beveva un buon espresso all'italiana. Entrati nel locale, mi ha fatto sedere, mi ha preso la mano e  ha continuato a parlarmi. Mi ha mostrato un anello d'oro, che portava al mignolo della mano destra, con le sue iniziali, ultimo regalo della madre anziana. Anch'io ho cominciato a parlargli di me, del mio matrimonio triste, arido, degli egoismi di Roberto, delle sue assenze, del mio daffare quotidiano, della mia solitudine. Però ero perplessa. Non ho mai tradito. “Must be happy”, mi ha detto lui con candore, con convinzione. Siamo usciti dal caffè, mano nella mano. Ci siamo fermati ad un semaforo ad aspettare il verde per attraversare, ci siamo guardati negli occhi e ci siamo dati un bacio. Laura, mi sono persa in quel bacio. Ho perso la nozione del tempo, dello spazio. Quando ho riaperto gli occhi, gli ho detto: “Andiamo a casa tua”.
“Vuoi venire da me? Sicuro?”, mi ha chiesto appena sorpreso.
“Si”.
Siamo passati dall'altro lato della strada. Ha chiamato un taxi, ha dato l'indirizzo. Ci siamo seduti ed io ho cominciato a toccarlo, ho infilato le dita tra i bottoni della camicia, ho preso a sfiorargli il petto. Ho perso la testa completamente. Appena arrivati, siamo scesi, ero come inebriata. Ha cercato le chiavi del portone. Ingresso, scale strette, porte, ancora scale, ancora chiavi. Finalmente ha aperto, siamo entrati ed è stato di una tenerezza unica.
 “Sai, è la casa di un uomo solo, di uno scapolo, c'è disordine”.
Sono entrata nella sua stanza,  in penombra, ho slacciato le scarpe, lo lasciate in un angolo. Poi ci siamo avvicinati sul lettone bianco e ci siamo spogliati completamente, con foga. Lui ha cominciato a baciarmi dappertutto ed io mi sono sciolta, persa in un piacere dimenticato o mai provato prima, non so. Abbiamo provato una, due, tre volte,  ma lui non è riuscito.
“Scusa, sono emozionato.”
Poi si è abbandonato a me ed ha letteralmente perso i sensi, ripetendo qualcosa di incomprensibile, mentre io facevo tutto da sola. Ci siamo trattenuti un po' sotto il piumone. Mi ha sussurrato nell'orecchio parole dolci, in francese, sfiorandomi la pelle, graffiandomi dolcemente, muovendo le unghie e i polpastrelli in circolo.
“Ma chère, mon amour, c’è feeling, n’est ce pas?”.
“Oui, c’è feeling, come faremo? Come farò?”.
Dio, Laura. È stato così, così... Alle tre dovevo ritrovarmi con te  in albergo. Gli  ho chiesto di accompagnarmi, così ci siamo preparati e siamo venuti in hotel. Poi  non ricordo più nulla. So solo che abbiamo preso la metro. Ci siamo seduti,  io mi sono appoggiata al suo petto, come incantata. Lui mi lisciava i capelli in silenzio.-
- Rossella, hai fatto bene, non dico di no. Ti sei concesso un bel momento, di pura evasione, ma ora non devi pensarci più, devi andare avanti. Devi guardare alla tua vita, a casa, a Roberto. Devi pensare a quello che di lui ti piace, che ti è sempre piaciuto, quello che ha fatto innamorare.-
- Non lo so più, ora mi fa solo arrabbiare, ho lasciato correre troppe cose, per troppo tempo.-
- Ma che vorresti fare, lasciare tutto e tutti e correre dal tuo Jean Claude? Lasciare le ragazze, vivere a Parigi, sola con lui o pensi che ti seguirebbero? Ragiona. E poi credi che Jean Claude ti vorrebbe a Parigi con sé?
- Uffa, ragiona, ragiona. E quello che mi ha ripetuto lui stamattina. Che dobbiamo ragionare, che siamo persone adulte .-
- Vedi, anche lui ti dice di essere razionale, di mettere da parte le emozioni. In poche ore, ha cambiato registro.-
- Forse, ma se è davvero una persona affidabile e coscienziosa come credo, come sembra, cos'altro dovrebbe dire? Però è stato lui, quando ieri alle tre mi ha riaccompagnato in albergo, a chiedermi di dormire insieme. Ed è stato magico. Mi sono sentita così in colpa con te, Laura. Ti lasciata da sola per tanto tempo.-
- Non importa. Siamo stati insieme abbastanza. Tutto il pomeriggio di ieri e poi a cena. Ma mi rendevo conto che eri troppo inquieta, che morivi dalla voglia di rivederlo.-
- Sì, è vero, non resistevo, non volevo perdere un solo minuto. Scusami.-
- Ma dai. Mi avete ficcato in quel taxi e voi, dove siete andati?-
- Oh, da nessuna parte. Anch'io credevo mi portasse in un locale, a bere qualcosa. Ma abbiamo preso la metro e siamo andati subito da lui. In casa, aveva lasciato le luci e la tv accese su un canale  italiano. Ci siamo seduti sul divano e ha cominciato di nuovo a parlarmi di sé. Mi ha detto tante cose;  poi ha tirato fuori dal frigo una bottiglia di champagne.
“Ti va di bere qualcosa? Sai,  solo per rilassarci un po'”.
“Sì, certo.”
Poi ci siamo messi a letto, verso le  due,  dopo aver chiacchierato tanto. Abbiamo fatto l'amore a lungo. Lui era disteso,  tranquillo e mi è sembrato bravissimo, esperto. Nulla era casuale. Credo non fosse solo l'esperienza del cinquantenne, ma le sue riflessioni, le sue letture, l’attenzione per me. In un angolo della stanza aveva una libreria piena di volumi, anche in italiano. Poi ci siamo addormentati, così, nudi e abbracciati. Anzi, in realtà, io non ho dormito affatto. Ero così presa, così ansiosa. Avevo caldo, avevo freddo. Gli ho dato il tormento per tutta la notte, credo, ma lui è stato così opportuno in tutto. Oh, Laura, non puoi capire. Come farò?-
- Ma come farai Ross. È stata un'avventura, un flirt. Basta, è finita, andata. Stamattina ti ha riportato in hotel e vi siete salutati, stop. Chiuso. Dai, stiamo atterrando.-
Dopo pochi minuti atterrammo a Roma. Rossella mi accompagnò a casa con la sua macchina e rientrò.
Ebbe per giorni un umore  altalenante. Ci sentivamo spesso. A volte guardava finanche le figlie con  senso di fastidio. Le riteneva in qualche modo responsabili delle sue rinunce. Altre volte guardava la sua bella casa con giardino e pensava che tutto ciò che aveva in fondo era meglio di quel che avrebbe potuto avere con Jean Claude. Lui le aveva detto di dover lavorare ancora per circa dieci, dodici anni,  poi aveva intenzione di vivere un po' Parigi,  un po' in Canada, un po' di Costa azzurra, dove stava acquistando un'altra casa. Rossella era affascinata da tutto ciò. Si immaginava già come la  matura signora Peeters, cosmopolita, pronta a girare il mondo, ad arredare le case di Jean Claude, a  parlare in francese o in inglese. Continuò a tartassarlo con telefonate, messaggi e mail, fin a quando lui smise di rispondere.
Lei, un po' a causa delle continue liti con Roberto e della sua infantile delusione, un po' a causa del  temperamento romantico, gli scriveva cose eccessive, assurde. Con me si confidava, ma credo, per pudore,  solo in parte. Faceva riferimenti assurdi a Madame Bovary, ad Anna Karenina, alla passione bruciante che provava, simile ad Attrazione fatale. Il poverino le rispose in modo molto sensato e  sempre più laconico.
“Dobbiamo ragionare, grazie delle belle parole, grazie di tutti i tuoi complimenti, non credo di meritarli. Non sappiamo se, frequentandoci, se stando insieme, saremmo andati d'accordo... . Devi pensare alle tue figlie... . Non voglio essere la causa della tua rovina”.
Gli inopportuni riferimenti letterari alle sue eroine, suicide per passione, avevano colto nel segno o, meglio, avevano messo in fuga il bel francese. Ma Rossella è un'integralista d'amore. È stata così. Per lei non ci sono  mezze misure.
Voleva tutto, tutto subito. Per tutta la sua inquieta e tormentosa estate, continuò a mandargli messaggi eccessivi, messaggi che rimasero puntualmente senza risposta. Grazie a Dio, il belga aveva buon senso per tutti e due o, forse, era spaventato dall'enfasi di Rossella e dall'idea di potersi scontrare  con un geloso marito italiano. Rossella e Roberto continuarono a litigare. Lei tirò fuori tutto il veleno, tutto il rancore accumulato in venti anni. Rinfacciò a Roberto le sue uscite, i suoi viaggi da scapolo, le sue disattenzioni. Lui si sentì colpito, ferito, seccato, dispiaciuto e colpevole. Si difese, poi  reagì chiudendosi a riccio.
Le cose sembravano dover precipitare da un momento all'altro.
Io, da buona amica, cercai di parlare con entrambi, di ricordare le loro responsabilità di genitori e i bei tempi andati, il loro amore dei primi giorni, l'elettricità che sprigionavano. Poi chiesi a Nicola di parlare con Roberto, da uomo ad uomo.
Una sera Rossella mi invitò ad uscire a cena.
I nostri mariti erano presi dalle partite di Champion.
- Sai, mi disse Rossella, abbiamo parlato. Roberto ha smesso di resistermi, di controbattere. Mi ha detto che cercherà di starmi più vicino, di essere più presente in casa. Vogliamo andare avanti. Cercheremo di ritagliarci un po' di tempo per noi, tra i tanti impegni di lavoro e di famiglia. Ed io ho capito che lo amo ancora. Amo solo lui, così diverso da me. Jean Claude è stato solo un vento di primavera. Nulla in sé e per sé, ma solo l'occasione che mi ha risvegliata all'amore, alla passione, che mi ha fatto sentire di nuovo donna, desiderata, viva. Ma questa cosa, la voglio vivere solo con mio marito.-          - Sono felice per te Rossella. Non poteva andare meglio. Hai combattuto, hai strillato, litigato, recriminato. Volevi  tutto o niente e hai vinto. Alla fine hai avuto ragione tu. Talebana  d'amore. -

E CONTINUANO I VIAGGI

      Altro filo conduttore della mia vita sono divenuti i viaggi.  Adoro viaggiare e cerco di farlo come posso, con Claudio, con tutta la f...