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venerdì 6 aprile 2018

WEEK END DI PASQUA

Con un nutrito gruppo di vecchi amici e con tutta la mia numerosa famiglia, accomodati in due capienti van, venerdì scorso siamo partiti finalmente alla volta del sud ad esplorare bellezze mai viste prima.
CASTEL DEL MONTE
Prima tappa Castel del Monte, miracolo di simmetria e simbolismi, ottagonale castello svevo voluto da Federico II, stupor mundi.










TRANI: CATTEDRALE 
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Seconda tappa, il mare e Trani, gioiello pugliese di pietra chiara. La cattedrale, il castello, il palazzo di giustizia, le piazze, i palazzi gentilizi, tutto lastricato con la stessa materia,  ricchezza e simbolo del luogo.
TRANI: processione
Lì abbiamo mangiato pesce cotto e crudo e abbiamo assistito alla processione del venerdì santo: niente da invidiare alla famosa processione dei pasos di Siviglia.


MATERA
Terza tappa Matera.
Da anni desideravo visitare questo gioiello a lungo misconosciuto, osannato da Carlo Levi, scelto da Pasolini per giravi il "Vangelo secondo Matteo" e in seguito ancora set cinematografico di altre fortunate pellicole.
Matera, capitale della cultura 2019, è una città situata su un affioramento roccioso, per lo più un insieme di case scavate nella roccia calcarea con il sistema del "vuoto nel pieno", nel  Sasso Caveoso e nel Sasso Barisano, separati dal burrone Gravina, scavato dall'omonimo fiume.
La città vecchia è punteggiata di case, grotte e chiese rupestri ricche di affreschi. Appare come un presepe, affascinante di giorno, suggestivo al tramonto, magico la sera con le luci rosa e arancio che lo colorano di bagliori poetici.
Matera è stata dichiarata Patrimonio Mondiale dell'Umanità tutelato dall'UNESCO.
Lì abbiamo visitato anche il Museo Nazionale di Palazzo Lanfranchi e quello di Palazzo Midolo (la prima domenica di ogni mese l'entrata ai musei è gratuita), la Cattedrale, San Pietro e San Francesco. Animato di turisti il corso, affollati i ristoranti, noi abbiamo scelto le prelibatezze locali proposte da  Le Baccanti, un locale molto caratteristico dove ci hanno servito tra l'altro crema di fave e cicoria, piatto tipico del posto,  in uno spazio ricavato nella roccia viva.
Tavolata a Le Baccanti 

CASA NELLA ROCCIA SASSO CAVEOSO: ricostruzione 


Con gli amici 

giovedì 5 aprile 2018

L'ITALIA E GLI STRANIERI

(UN MIO SCRITTO PER LA PIATTAFORMA ARTE E CULTURA.COM)
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L’ITALIA VISTA DAGLI STRANIERI?
di
GIUDITTA DI CRISTINZI

Ho sempre l’impressione, soprattutto quando vado all’estero, che gli stranieri ci guardino in maniera del tutto preconcetta e parziale, come se ci vedessero dal buco della serratura e avessero di noi solo una  visione di prospettiva limitata.
Per molti siamo mafia e maccheroni, mandolino e mammoni, italiani brava gente, ma un po’ facili e imbroglioni, siamo ‘O sole mio o al massimo un popolo di navigatori, santi e poeti.
Ma non è così.
Siamo innanzitutto un popolo immerso nella più sfolgorante bellezza naturale e artistica. Se è vero che l’arte –in tutte le sue sfaccettature- sta all’uomo come la natura sta a Dio, noi siamo la genìa più profondamente ispirata. E basta fare un giro per le vie di Roma, per le calli di Venezia, le  strade di Firenze, affacciarsi sul golfo di Napoli, respirare il profumo delle zagare di Sicilia, mangiare un cannolo con la ricotta, assaporare in bocca la scioglievolezza di una lasagna alla bolognese o il gusto di una parmigiana di melanzane un po’ arrostita, inebriarsi con un bicchiere di un buon vino rosso per comprendere quanto l’assunto sia vero.
Ma l’Italia non è solo questo, no davvero. Questa è solo la facciata, il volto noto del Bel Paese, come ebbe a dire Petrarca. Gli italiani sono geniali, intelligenti, intraprendenti, intuitivi, lavoratori. Gli italiani hanno gusto, sono gentili e umani, allegri e originali, hanno il senso della famiglia e della solidarietà, dell’accoglienza e della beneficenza, hanno cultura e ingegno. Gli italiani sono quelli virtuosi della Ferrari e della Fiat, quelli che hanno inventato, a Napoli, capitale dell’anima, il caffè sospeso. E ancora,  sono quelli delle frequenti crisi di governo e della Costituzione più bella del mondo, sono gli eredi degli antichi romani, i pronipoti di Cesare, i figli di Roma caput mundi, sono quelli che vivono un po’ all’ombra del Papa, sono quelli che hanno alle spalle le Alpi e di fronte il mare e i chilometri di costa più belli del pianeta.   
No, non la penso come Dante, l’Italia non è serva di dolore ostello, nave senza cocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello.
L’Italia è patria e mamma, è casa e nido, è il bello e il buono ed io ne sono –forse anacronisticamente- figlia adorante e grata.


IL VERLASCE per L'ANTOLOGIA PERRONE L'ERUDITA IL MOLISE CHE ESISTE

IL VERLASCE
di
Giuditta Di Cristinzi

Risultati immagini per FOTO VERLASCE VENAFROLa mia cartolina viene da Venafro, città in cui sono nata e vivo, nobile e storica, aperta e vicina al Lazio e alla Campania, nodo stradale, trafficata, amena, baciata dal buon clima.
L’immagine, un po’ sbiadita,  è quella del Verlasce, antico anfiteatro romano posto al centro del quartiere in cui sono cresciuta. Dopo un passato glorioso che fa risalire la sua origine al primo secolo dopo Cristo e ce lo fa immaginare teatro di crude lotte tra gladiatori e fiere, incitati da migliaia di spettatori, negli anni “70, età in cui l’ho vissuto, era ridotto a un insieme, un’ellisse per la precisione, di stalle di proprietà di privati, contadini e allevatori del posto, in cui erano tenuti attrezzi e mezzi agricoli, polli, galline, tacchini, conigli, pecore, agnelli, asini e cavalli, mucche e maiali. Diciamo pure che l’odore che vi si aspirava non era dei più gradevoli, eppure quell’afrore mi è caro alla memoria.
Era diventato ormai il teatro dei giochi dei bambini del vicinato, svaghi semplici, fatti di niente ovvero di tanta fantasia: nascondino, gallo zoppo, giochi con le pietre e con le mani, scorribande e gare in bicicletta dopo le quali si finiva spesso in lacrime e con le ginocchia sbucciate.
I contadini che l’abitavano negli immediati dintorni erano persone per bene, grandi lavoratori, braccianti agricoli, gente all’antica che si alzava all’alba, al canto del gallo, che andava alla stalla a mungere le vacche e a raccogliere le uova fresche e che subito dopo si recava in campagna sulle trainelle, le antiche carrette di legno tirate da un cavallo o più spesso da un mulo recalcitrante.
Cresciuta e studentessa, dal mio cantuccio, dietro il vetro del balcone dove mi rannicchiavo a leggere e scrivere  li vedevo passare e li sentivo incitare o frenare gli animali con uno scudiscio e a versi: hiiii, haaaa.
Pelle abbronzata in tutte le stagioni dell’anno, mani grosse, rovinate di fatica, lavoro quotidiano mai interrotto da ferie, vacanze, ponti, festività o  malattie.
Nel Verlasce  si svolgevano straordinari e corali i riti della vendemmia a ottobre, dell’ammazzata del maiale a gennaio, della preparazione della conserva di pomodori ad agosto, della raccolta e della pulitura delle olive a novembre, della preparazione del mais messo ad asciugare sotto il sole, davanti le case,  mosso di tanto in tanto con un’apposita pala lunga e piatta.
Molti coltivavano il tabacco e lo rivendevano al monopolio di stato. Una volta raccolto, in lunghe foglie verdi, veniva messo ad essiccare. Mi piaceva partecipare a questa consuetudine estiva a casa o meglio nel fondaco dei genitori di un’amica. Si metteva una lunga pertica di legno tra una sedia e l’altra, si legava un spago da una parte e con un grosso e lungo ago, simile a quello che si usava per cucire i materassi, si infilavano le foglie di tabacco e le si lasciava cadere una a destra, un’altra a sinistra, fino ad arrivare all’altra estremità della pertica. In seguito queste corolle di fumo futuro venivano messe su in alto, in un deposito arieggiato ad essiccare.
Ormai tutto questo Verlasce non c’è più e anch’io sono andata via. I moderni e potenti trattori hanno preso il posto delle trainelle, gli animali sono scomparsi, allevati lontano dall’abitato, i polli che finiscono sulle nostre tavole non sono più quelli ruspanti ma quelli di batteria, le stalle travolte dal terremoto dell’ “84 sono ancora diroccate e solo alcune costruzioni sono state oggetto di restauro, tutti gli accessi sono chiusi alle macchine, nessun vecchio gioca più a morra sotto il pioppo secolare, nessun bambino corre in bici, la fontanella non manda più acqua per abbeverare i cavalli.
Quando torno al Verlasce a trovare mia madre rivedo la cartolina sbiadita negli anni, penso a chi non c’è più e vengo presa dalla malinconia. Chiudo gli occhi per un attimo, assaporo il gusto dolce amaro dei ricordi di giovane e bambina e vado avanti per il mio cammino.





I V’rlasc
r
Giuditta Di Cristinzi


I song r Sant R’nat e ri V’rlasc, quand i Verlasc eva V’lasc addaver, prima ri tarramot.
Nell’antichità eva n’anfiteatr romano, begl ruoss, c z traseva ra tre part, i  ra via Quinto Vibio.
I eva criatura, c pazziavam a nascondino, a vrecc, a uall zuopp, iavam incoppa all b’c’clette, pigliavam la rincorsa ra na sagliuta v’cin a n puagliar. N puagliar, e mica eva un sul! Tutt i Verlasc eva pagliar e stall. N’addor!!!
Caglin, uall, pecura, vacch, vicc, cunigl, puorc.
Ai mes r gennaj f’braij ogn tant z senteva alluccà, n’acut, stev’n a accir a n puorc, tutt’ insiem, un aiutava a nat e nat aiutava a un. Raccugliev’n l sang p fa i sang’nat e po’ magnav’n tutt nsiem.
Z P’ppin e z Catarina jev’n in campagna tutt le matin priest ncoppa a na trainella, semp a faticà, gent r na vota. ‘Ndrea e Assuntina, Maria e Cosm, tal e quale, brava gent, faticatur.
Nova p’gliavam l latt frisch ra lloro e l faciavam volle ncoppa ai gas, altro che pastorizzato! Prima ra Lsandr e Rosina e po’ appriess, rent alla stradina, in ordine, a man a man ca z l’vavn l vacch.
I V’rlasc eva pur na scorciatoia p nn passà pi sctop,  addò c sctevn semp tanta macc’n.
Gl’uom’n sott a n chiupp, v’cin alla funtanella,   jucav’n a morra o c l bocc o z tratt’nev’n rent a na cantina.
Z m’tteva man a turn p smaltì n poc r vin. E m’ttavam man pur nova, bastava na fraschtella for ai cuarag e z spargeva la voce. Mamma t’neva i quartin, i miez litr, i litr. Gl’uom’n jucava’n a cart, b’vevn, z magnavan che cosa r cuc’nat rall m’glier.
Mo i Verlasc n c scta cchiù. Ra quant è fatt i tarramot ri 1984, l stall so chius, gl’an’mal z gl’hann l’vat, scta tutt mman alle Belle Arti e chisa quand z fa journ!




QUALCUNO DICE DI ME...

Giuditta Di CristinziTra le scrittrici italiane che vi proponiamo oggi, Giuditta Di Cristinzi (Venafro 7/2/1967) emerge giorno dopo giorno per la molteplicità della sua espressione artistica che spazia dalla poesia alla prosa.  La scrittura in versi mostra la raffinatezza e la ricercatezza della parola che scava in profondità nelle pieghe dell’anima  catturandone momenti di sorriso e di pianto. Lo stupore nell’osservazione delle cose e nelle persone che ci circondano nel nostro quotidiano sembra confermare la sintonia e l’interdipendenza  misteriosa dei sentimenti  del creato. La madre, la moglie, la figlia, la sorella   rappresentano per Giuditta presenze e ruoli essenziali e irrinunciabili a cui ancorarsi nei tormentosi  percorsi della sua mente pellegrina nella ostinata ricerca di risposte a domande,  che spesso restano inevase. È proprio quando la tortura esistenziale l’allontana pericolosamente dalla realtà che un’energia insperata la riporta alla vita. La curiosità dell’artista, istigata e sorretta dalla sua attività di avvocato, orienta la prosa verso il genere poliziesco ove il gusto dell’indagine si rende scusa di approfondimento della  conoscenza dei lati oscuri dell’animo umano.
Tuttavia, come introduzione alle opere della scrittrice, vogliamo incominciare con il proporre alcune filastrocche destinate al mondo dell’infanzia rivelatrici di una purezza di sentimenti e di una competenza linguistica capace di affascinare sia il mondo dei piccoli che quello degli adulti.
I GIORNI DELLA MERLA
 Gennaio, con freddo e gelo,
alla bella merla
con piume di perla
faceva oltraggio e dispetto.

Ella, allora, sola col suo piccino,
per tre dì si rifugiò su di un tetto
e per scaldarsi entrò in un camino.

Ne uscì a febbraio,
tutta sporca e nera,
sperando fosse già primavera.

Quando dalla caccia tornò il suo merlotto,
non riconobbe la  sposa di botto,
ma, udito il suo canto, ben presto capì.
Le volò accanto  e  per amore frinì.

Sembrava però un gruppo assai strano,
lui tutto  bianco, l’altra ebano
Allora il merlo si tinse di nero,
in segno eterno di amore sincero


L’INVERNO
 Dicembre, gennaio, febbraio,
solo un pettirosso o il passero gaio
solcano il bianco del cielo.
Freddo, pioggia, neve e gelo.

C’è Natale a scaldare il cuore
e poi si ricomincia con più ardore
La casa,  la  scuola ed  il lavoro,
a tavola, il maiale con l’alloro,
polenta, cavoli, mandarini,
salsicce, broccoli e tagliolini

I giorni della merla, poi la Candelora
e si dice “l’inverno è fora”.
Ora il dì è più lungo, la notte più breve,
piano piano si scioglie  la neve

Finchè un giorno senti frinire.
Allegro, l’inverno sta per finire!

CARNEVALE                                                                                                                                            Natale ormai è passato,
un altr’anno è cominciato
Il freddo ci stringe, ma non frena
la vena   di allegria
e allora via, via ….Ecco arriva il Carnevale,
ora  ogni  scherzo  vale
Andiamo  a scuola e nelle strade
mascherati, per case e per contrade,
o meglio per Regioni,
Pulcinella e Pantaloni,
Colombine e Balanzoni,
balla Gianduia, canta Arlecchino,
seppure poverino.
Ma al giorno d’oggi i bambini
vogliono nuovi vestitini
Inediti costumi nati in Tivvù,
visti sui fumetti o nei cartoons
Ninja Turtles e  Topolina,
Power Rangers e   Paperina,
Harry Potter col  tondo occhialino
sfida il vecchio Mago Merlino.
Tutti insieme si fa chiasso e festa.
Coriandoli, stelle filanti e una trombetta desta.
Dolci tipici, croccanti e buoni,
Graffe farcite e bomboloni
Su un vassoio ecco  le castagnole,
con chiacchiere o frappe,  come dir si vuole
La scrittrice Giuditta Di Cristinzi
Tutti giocano in compagnia
Carnevale è la festa dell’allegria!

venerdì 16 marzo 2018

ancora animali nei proverbi



Non contare i polli prima che siano nati.

Non dire gatto finché non l’hai nel sacco.

Cane non porta soma e asino non caccia lepre (ad ognuno secondo le proprie competenze e inclinazioni).

La vespa punge anche da morta.

Anche le pulci hanno la tosse.

Gli asini litigano e i barili si sfasciano (talvolta le conseguenze della azioni ricadono su chi non ha colpa).

La cora è dura a scurtcà (in dialetto venafrano vuol dire: la coda è difficile, dura da scorticare. E’ un’espressione che si usa relativamente alla parte finale di un lavoro, spesso più complessa o faticosa).

Meglio un asino vivo che un medico morto.

Uccello nato l’aiuta il cielo.

Chi caccia due lepri non ne piglia nessuna.

Quand la volp nn arriva all’uva ric ch’è cerva (in dialetto venafrano vuol dire che la volpe, quando non arriva a cogliere e rubare l’uva, dice che è acerba. In effetti, il detto proviene dall’antica forma in latino non dum matura est, nolo acerbam sumere, tratta dalla versione di Fedro della famosa favola attribuita originariamente ad Esopo “La volpe e l’uva”, in cui la volpe, non potendo arrivare all’uva, piuttosto che ammettere la propria incapacità, preferisce disprezzare il frutto. Equivalente in napoletano è: 'A gatta quanno nun po' arriva a 'o lardo, dice che fete, la gatta quando non può arrivare al lardo dice che puzza).

Quando il gatto non c’è i topi ballano o anche dove manca il gatto, il sorcio balla.

I ciucc r Peppa F’chella, novantanove r’fiett e la cora frac’ra (in dialetto venafrano letteralmente significa: l’asino di Peppa Fichella, novantanove difetti e la coda fradicia. E’ un’espressione che si usa con riferimento ad una persona malaticcia, con tanti acciacchi).

'A femmena è comme 'a gatta: scippa e fuje (in dialetto napoletano, la donna è come il gatto: graffia e fugge).Risultati immagini per gatto immagini

'A gallina fa l'uovo e a 'o gallo ll'abbrucia 'o culo (
in dialetto napoletano la gallina fa l'uovo e il gallo soffre).

'A femmena nun se sposa 'o ciuccio pecchè le straccia 'e lenzole (in dialetto napoletano la donna non sposa un asino solo perché le straccerebbe le lenzuola).

'A gatta 'e zi' Maria nu poco chiagne e nu poco ride (in dialetto napoletano: la gatta di zia Maria non sa se ridere o piangere).

'A sciorta d''o piecoro: nasce curnuto e more scannato (in dialetto napoletano: la fortuna del montone: nasce cornuto e muore scannato).

A vocca 'nchiusa nun traseno mosche (in dialetto napoletano con la bocca chiusa non entrano mosche, ovvero non si dicono sciocchezze).

'A vipera ca muzzecaje a muglierema, murette 'e tuosseco (
in dialetto napoletano: la vipera che morse mia moglie, morì avvelenata).

L’uccello in gabbia, se non canta per amore, canta per rabbia  ovvero Auciello 'ngajola, canta p'arraggia e nun canta p'ammore, in dialetto napoletano.

Cu n'uocchio frije 'o pesce e cu n'ato guarda 'a gatta
(in dialetto napoletano  con un occhio frigge il pesce e con l'altro guarda il gatto).

Dicette 'o pappice 'nfaccia 'a noce: damme tiempo ca te spertoso pur a te (in dialetto napoletano significa letteralmente: disse il verme alla noce: dammi tempo che buco pure te. Dunque il verme della noce, che a Napoli assume un termine tutto suo, pappece per l’appunto, impiega diverso tempo prima di perforare il guscio della noce, per poi nutrirsene, data la sua durezza. Questo modo di fare è usato come allegoria della pazienza, dell’attendere con calma, prima di vedere i frutti del proprio operato. Ma questo  proverbio può  assumere  anche una connotazione più vendicativa. Può essere inteso come un invito ad attendersi qualcosa, una premeditata vendetta o uno sgarro a lunga durata).

Facimmo ambressa, ca 'o gallo canta matina (in dialetto napoletano significa: facciamo presto che il gallo canta in giungere della mattina, cioè sbrighiamoci).

Fa' 'o gallo 'ncoppa 'a munnezza (in dialetto napoletano  significa: fa' il gallo sulla spazzatura, si dice di persona che si vanta senza motivo).

giovedì 15 marzo 2018

...ancora gli animali nei proverbi


Olio di lume e lingua di cane guariscono ogni male.

Ogni scarrafone è bell 'a mamma soja (in dialetto napoletano significa che ogni scarafaggio è bello per la sua mamma. Famosissimo adagio partenopeo che fa riferimento all’amore materno, incondizionato, in virtù del quale ogni figlio è bello e caro per la mamma, indipendentemente dalla bellezza e, in senso lato, dalle qualità  oggettive).

Non si possono insegnare nuovi trucchi a un vecchio cane.

Cercar l’asino ed esserci a cavallo.

Quand i ciucc nn vo vev è inutl a ciufulià (in dialetto venafrano significa: quando l’asino non vuol bere è inutile fischiare, suonare il ciufolo -per convincerlo a fare il contrario-. Si suol dire, ad esempio, al cospetto di un ragazzo che non vuol studiare, non vuol capire, per cui è inutile adoprarsi. Si dice anche in napoletano "Si o ciuccio nun vo' bevere hai voglia e ciufulià" ).

Meglio un uovo oggi che una gallina domani.

Asino, campana e poltrone non si muovono senza bastone.

Da un asino ricavi un calcio e da uno stolto una cattiva risposta.

Attacca i ciucc addò ric i puatron (in dialetto venafrano significa lega l’asino dove ti dice il padrone, cioè esegui gli ordini che ti sono dati, senza discutere; si potrebbe aggiungere: anche se ti sembrano sbagliati).

I cuan r taverna nn fa ben a massaria (in dialetto venafrano il cane di taverna non vive bene in masseria, cioè il cane randagio, non si adatta a vivere presso una masseria, come animale domestico. Si dice di persona che fa vita di strada).

Chi nasce asino non raglia da mulo.

I ciucc viecch mor alla stalla ri fess (in dialetto venafrano vuol dire che  l’asino vecchio muore nella stalla del fesso, cioè bisogna disfarsi delle cose vecchie, ad esempio delle autovetture, prima che non funzionino più).

I ciucc porta la paglia e i ciucc z la magna (in dialetto venafrano vuol dire: l’asino porta la paglia e l’asino la mangia. Si dice di persona che agisce per se stessa, che si avvantaggia delle sue azioni).

L’asino raglia quando non ha né avena né paglia.


mercoledì 14 marzo 2018

...ancora gli animali nei proverbi

Gallina vecchia fa buon brodo.

Il lupo perde il pelo, ma non il vizio (le cattive abitudini tardano a morire).

Tale è il gregge qual chi lo regge.

Ch  tanta uall, ‘n z fa mai juorn (in dialetto venafrano vuol dire con tanti galli –a cantare- non fa mai giorno. Morale: quando sono troppi a comandare è difficile arrivare ad una  conclusione).

Chi va a caccia senza cane, torna a casa senza lepre.

Il gregge unito costringe il lupo al digiuno (l’unione fa la forza).

Chi è stato morso dalla vipera teme anche la lucertola.

Campa cavallo che l’erba cresce.

Chi acchiappa’ l pesc z’  mponne la cora (in dialetto venafrano vuol dire chi prende i pesci si bagna la coda, cioè stando a contatto con l’acqua si rischia di bagnarsi. E’ l’equivalente di chi va al mulino si infarina. Ovvero alcune cose sono diretta conseguenza di altre).

La gatta frettolosa fece i figli ciechi.

Chi ama il proprio cane deve amarne anche le pulci.

Z r’spetta i cuan p’ i puadron (in dialetto venafrano significa si rispetta il cane per il padrone. Cioè spesso bisogna sopportare una persona, nostro malgrado, per rispetto nei confronti di un'altra. Questo proverbio, come molti altri, ha il  suo corrispettivo in altri dialetti del sud  Italia, ad esempio Si rispetta u cani pa facci du patruni si dice in Calabria e Rispettà 'o cane p' 'o patrone in Campania).

Nell’olio, nel vino o nel mare il pesce vuol sempre nuotare.


L’uccello in gabbia, se non canta per amore, canta per rabbia.

I ciucc che nn cresc è semp p’l’triegl (in dialetto venafrano significa che l’asino che non cresce sembra sempre un puledrino. Le persone piccole di statura sembrano sempre giovani).


venerdì 23 febbraio 2018

GRANI DI SALE







CANI, GATTI E COMPAGNIA


Gli animali nei proverbi e nei modi di dire



  



Da Esopo a Fedro a La Fontaine e, in seguito, fino a noi, quante volte e con che vis espressiva comportamenti umani sono stati dipinti, descritti, capiti, ironizzati facendo raffronto con comportamenti e caratteristiche  animali?
Spesso. Perché l’uomo, che si arroga la superiorità assoluta in questo universo, sovente  è… incredibilmente e involontariamente bestiale!






A lavar la testa all’asino, si spende tempo, acqua e sapone.

A caval donato non si guarda in bocca.

Il verme tenero rode il legno duro (la costanza è premiata nel raggiungere anche gli obiettivi più ardui).

Tanto va la gatta al lardo, che ci lascia lo zampino.

I cuan moc’ca i sctracciat (in dialetto venafrano il cane morde lo straccione, cioè –in sostanza- guai su guai. Le persone o il destino si accaniscono contro i più deboli, contro coloro che appare più facile vincere).

Cuan e cuan n z moc’cn (in dialetto venafrano i cani non si mordono tra loro, ovvero i simili si usano riguardo, rispetto reciproco).

Can che abbaia non morde.

Z’han ‘ncuntrat ciegl e botta (in dialetto venafrano significa letteralmente si sono incontrati uccello e botto, colpo, s’intende a caccia; il proverbio indica una casualità fortunata, un evento che si è verificato senza merito di chi ne beneficia).

Chi pecora si fa, il lupo se la mangia.

Il gatto di credenza, quello che fa pensa (a volte si attribuisce agli altri il proprio modo di pensare e di fare, talvolta ingiustamente).

M si miss a cuavagl a n puorc (in dial. venafrano, significa mi hai messo a cavalcioni ad un maiale, cioè mi hai disonorato).
  



Umanità migrante

Moltissimi anni fa, forse non ero ancora sposata, prima che gli sbarchi divenissero un'emergenza, mi trovai a parlare con mio fratello c...