LIFE STYLE BENESSEREBELLESSERE AVVOCATOAMICO VIAGGI CUCINA MAMMA+FIGLI SCRITTURA LIBRIITALIAN STYLE

venerdì 24 gennaio 2014

GIULIO E IO











GIULIO ED IO

Racconto

Giuditta Di Cristinzi














Dedicato a tutte le mamme del mondo,
 particolarmente alle mamme di figli speciali

















CAPITOLO  I

            Mi svegliai nel cuore della notte. C’era tanto vento. Sibilava forte tra i rami. Mi innervosiva. Mi alzai e scesi giù. Il vento scuoteva tutto, anche i miei pensieri. Tutto il mio essere. Minacciava pioggia. Uscii fuori nel buio e raccolsi i panni stesi ad asciugare dal giorno prima. Andai in bagno. Avevo uno stimolo continuo. Cercai di fare un po’ di training, di respirazione, ma invano. Ero completamente preda dell’ansia. Risalii su, andai di nuovo in bagno. Un dolore dietro l’altro. Svegliai Franco.
            “Sto male, è ora di andare.”
            Ci vestimmo in fretta; Franco prese la valigia, ormai pronta da qualche settimana, e andò a prendere mia madre. Fece in un attimo, mentre io mi torcevo dal dolore, sempre più incalzante, sul divano. L’utero si contraeva. Sentivo che voleva liberarsi in fretta. Era il mio secondo figlio e sapevo che avrei avuto un travaglio meno lungo e doloroso che per Aurora. Franco rientrò in casa con mamma, che lasciammo in casa a vegliare sulla piccola.
            “In bocca al lupo, cara, andrà tutto bene, vedrai. Ormai sei una supermamma.”
            “Crepi, mamma, grazie. Ci vediamo domattina. Appena possibile, in orario di visite, mando Franco a prendere te ed Aurora. Ciao.”            
            Arrivammo in ospedale. Ero pronta. Mi sistemarono velocemente e mi portarono direttamente in sala parto.
            “E uno, e due, e tre, alla prossima!”
            Alla seconda spinta venne alla luce il mio Giulio. Fece appena un piccolo nghè. Era piccolo, nero, bagnato, sporco. Tenero tenero. Ero stanca e felice. Avevo coronato i miei sogni di ragazza. Una bella casetta a due piani con un po' di giardino, un marito tranquillo, due figli, una femminuccia e un maschietto, un lavoro.
Pensieri, ricordi, sensazioni mi attraversavano la mente. Mentre lavavano e preparavano Giulio, il dottore sistemò me con due punti di sutura sull'episiotomia. Mi riportarono in camera. Ero stanca morta e chiesi di poter dormire un poco. Il riposo durò poco e fu solo un leggero dormiveglia. Nella stanza in penombra non ero sola.
Voci, figure, campanelli, sogni, immagini. Alle dodici circa, aprirono le porte del reparto e iniziò la processione delle visite. Mamma con Aurora, Franco con mia suocera, mio fratello, mia sorella, Carla, Anna Rita,... Avevo tanta fame, ma non volevo dar fastidio. Avrei aspettato il rancio dell'ospedale e avrei mangiato quello. Sicuramente, pensavo,  mi toccherà una dispersione di pastina in brodo della più tipica, ospedaliera e scotta, e una fetta di carne arrosto con insalata. Evviva! Un bel caffè, ecco cosa volevo davvero. Un caffè bollente per tirarmi su. L’avrei chiesto a Franco se non fosse scivolato via dalla stanza, alla prima occasione, prima degli altri, col pretesto di riaccompagnare la madre a casa. Ma sì, in fondo sapevo che più che il mio compagno era come un altro figlio, il più grande, il più bisognoso di cure, il più insofferente. Lui, il lavoro, il bar e il calcetto. E, naturalmente, la mamma. Il suo mondo era circoscritto in questi angusti confini. Tutto sommato l'avevo sempre saputo. Come sapevo che c'era di peggio nel panorama maschile, dunque dovevo accontentarmi.
Quando tutti furono andati via, la nurse mi portò Giulio, con la sua bella tutina nuova, avvolto in un soffice telo, le manine scure, raggrinzite, chiuse a pugno. Lo presi in braccio e fu subito amore e lacrime di commozione. Tirai fuori un seno e glielo offrii e lui, piccino piccino, non tardò a capire. L'odore, forse, lo inebriò prima di ogni cosa, occhi socchiusi, boccuccia secca, trovò il capezzolo e si attaccò succhiando d’istinto. I nostri ormoni facevano il loro lavoro. L'ossitocina mi stava facendo sciogliere in un rivolo di latte, di rilassatezza, di amore che, nato in quel momento, sarebbe solo cresciuto e non avrebbe visto mai più fine.

CAPITOLO II


Aurora prendeva Giulio per mano  e tentava di portarlo fuori in giardino. Voleva giocare col suo fratellino, ma lui scappava via; non ne voleva sapere. Lei, sempre ciarliera e allegra, faceva l'ultimo anno di asilo. A settembre anche Giulio avrebbe cominciato con la scuola dell'infanzia. Io mi barcamenavo tra loro due, la casa e il lavoro part-time.


... 

giovedì 23 gennaio 2014

LAVORO - ULTIMI DATI ILO

Lavoro, “oltre 200 milioni di disoccupati nel mondo, in aumento continuo”

L'Organizzazione internazionale per il lavoro (Ilo) segnala che il tasso di occupazione globale è sceso al 55,7%, quasi un punto percentuale in meno rispetto ai livelli pre-crisi. Il numero delle persone senza impiego è destinato ad aumentare al ritmo di 2,5 milioni unità l'anno, almeno fino al 2018

domenica 19 gennaio 2014

QUANDO MORIRO’



Quando tra cent’anni morirò,
figli miei,
stringetemi la mano finchè calda
e poi lavatemi e asciugatemi,
come io ho fatto con voi
mille e mille volte

Mettetemi l’abito più bello
e donatemi un libro di poesie
per il riposo dell’eternità
e la dissolvenza dell’essere,
ma lasciatemi vivere per sempre
in voi,
finchè vivrete


venerdì 17 gennaio 2014

FRATELLI DIVERSI

FRATELLI DIVERSI

di

GIUDITTA DI CRISTINZI
  
            Ero quasi euforico. Andai in ufficio ben presto e cercai di liberarmi il prima possibile. Passai dal bar a prendere un latte caldo e mi avviai con l’automobile verso Elbasan. Dopo pochi kilometri, cominciò a nevicare. Entrai nella prima aria di servizio che trovai sulla via e feci montare le catene da neve. Avevo avvertito Erika che non sarei tornato per il pranzo. Avevo tanta voglia di rivedere mio fratello. Speravo davvero stesse meglio. Poverino, povero Gazlind. La sua fragilità di sempre, la sua sensibilità erano state minate alle fondamenta da troppi scossoni. La guerra, i disagi, la morte di mamma e di papà. Eravamo rimasti soli, soli nella nostra grande casa. Adulti, sì, ma segnati dai lutti e dalle scene orribili cui avevamo dovuto assistere. Io avevo ancora gli incubi. Spesso Erika mi svegliava nel cuore della notte:
- Adamat, Adamat, svegliati. Va tutto bene, è finita, stai solo sognando.
Mi svegliavo, l'incubo si dissolveva. Bevevo un po' d'acqua, ma i rospi  che l'inconscio aveva riportato alla memoria non andavano giù. Chissà cosa doveva passare Gazlind  se io stesso stavo ancora così male, mi chiedevo, avanzando verso la meta, con prudenza, considerate le condizioni della strada, man mano che salivo in altitudine. Povero Gazlind. Ma forse, finalmente, ne stavamo venendo fuori. Speravo nell'esito della nuova terapia. L'avrei riportato a casa con me, se non oggi stesso, qualche giorno prima del Natale.
Mio fratello non aveva resistito, non aveva retto a tutti gli urti della vita, lui, una persona sopra le righe, sempre con la testa tra le nuvole, tra le sue note, sensibile, delicato. Gazlind aveva studiato al conservatorio di Tirana e si era diplomato col massimo dei voti in Pianoforte e Composizione. Solo, schivo, riservato. Eternamente single. Poi era arrivata la guerra. I serbi avevano distrutto le nostre vite, turbato giorni e notti. Avevamo dovuto arruolarci. Gazlind, per orgoglio, per lealtà verso la patria, la famiglia e l'onorabilità del nostro buon nome, non volle nemmeno tentare di essere riformato, di fare il servizio civile ed era partito per il fronte, una settimana prima di me. Per tutto il tempo aveva scritto alla mamma una lettera alla settimana. In coda ad ogni lettera, le aveva dedicato una canzone, una melodia, una sinfonia, motivando la scelta con poche, dolci, appropriate  parole di figlio tenero e devoto. Ma la guerra lo dilaniava dentro. Ogni granata, ogni sparo, ogni esplosione spappolava un pezzo d'anima di Gazlind. Lui taceva, si isolava sempre più,  incamerava dignitosamente. Ma dentro di lui si era aperta una come voragine, nascosta all'esterno da riserbo e buona educazione. Poi la mamma era stata attinta da una fucilata a tradimento, all'uscita dalla chiesa; papà, l'anno dopo, era stato stroncato da un infarto ed io, fratello più piccolo, avevo cercato di raccogliere i cocci delle nostre vite e di ricominciare tutto da capo con Gazlind.  Iniziai a svolgere la professione di avvocato e a lui procurai  lezioni private. Quando suonava il piano o  insegnava  il solfeggio ai ragazzini, Gazlind si rianimava, riviveva. Lo stimolai a fare il concorso per entrare nell'orchestra del Teatro Nazionale. Aveva difficoltà a studiare, a reggere il ritmo di lezioni, studio ed  esami. Ma riuscì. Gazlind era troppo bravo. Le sue dita volavano sui tasti dando vita ad arie di ogni genere. Al piano il ragazzo magro, sottile, diafano, con i capelli corti e neri e  la pelle chiara e trasparente diveniva tutt’uno con la sua musica, ora forte e fragorosa, ora struggente e leggera, ora potente e penetrante. Acquistava personalità. Intanto, a teatro Gaz aveva conosciuto Mirlinda, un’étoile del corpo di ballo. Si erano innamorati e sposati nel giro di soli sei mesi. Tutto sembrava andare per il meglio, quando Gazlind cominciò ad avere i suoi primi disturbi. A volte si chiudeva in se stesso, a volte aveva crisi quasi convulsive e faceva scenate, oppure accusava malori e restava tutto il giorno a letto. I fantasmi della guerra, che in me  erano quasi dissolti, nella sua testa avevano ripreso corpo, anzi, lo possedevano. Nel giro di due mesi, Gaz perse lavoro e amore. Fu licenziato dal teatro e Mirlinda  lo lasciò, partendo per una tournée. Egli esplose. Io non capivo come gestire la cosa e lo feci ricoverare. Dopo tre settimane di degenza in ospedale a Tirana, il dottor FUSJI, lo psichiatra  che lo aveva in cura, proposte di tentare a sbloccare la situazione e di praticargli  l'elettroshock. Rimasi perplesso, mi documentari, consultai altri professionisti. Era l'ultima chance per cercare di farlo riavere, di  tornare in sé. Così firmai l'autorizzazione.
La mattina fissata per l'intervento ero lì in ospedale per sostenere mio fratello. Fu terribile. Gazlind rimase prostrato e sedato  per tutto il giorno, delirando, nella stanzetta dell'ospedale,  al buio,  con me che gli tenevo la mano, come avrebbero fatto i nostri genitori, se ci fossero stati ancora.
L'indomani ebbi il permesso di portarlo a casa per un periodo di riposo. Dopo qualche settimana di convalescenza, senza grossi risultati, i dottori mi consigliarono di ricoverarlo nell'ospedale psichiatrico di Elbasan per un periodo di riabilitazione.
I pensieri e i ricordi mi avevano fatto compagnia ed intanto ero pressoché arrivato in prossimità dell'ospedale. Avrei prima parlato col dottor Bosi, poi sarei  andato a prendere Gaz per portarlo a fare  un giro nel parco della città e riaccompagnarlo in ospedale,  dopo pranzo, per il pomeriggio.
Quando arriva in ospedale, il dottore era occupato. L'infermiera mi condusse direttamente nella stanza di Gazlind.
Lo salutai e dopo poche battute rimasi sconcertato. Aveva tra le mani un foglio, un'inserzione scritta a mano, che mi consegnò perché la facessi pubblicare nella Gazeta.

Uniformi militari acquistò fino al 1945 in contanti da privati e commercianti berretti elmettii caschi coloniali elmi colbacchi cavalleria fez cinturoni spalline medaglie frecce distintivi  militari d'epoca fotografie e documenti ecc. max serietà riservatezza telefono 3683225507

- Sto preparando la nostra riscossa, Adamat, io stesso guiderò le truppe e tu sarai il mio secondo, mi disse convinto, con gli occhi spiritati.

Fu un colpo allo stomaco. No, Gazlind non  era guarito, come avevo sperato all’inizio del mio viaggio. Presi coscienza della cosa in un attimo e lo condussi fuori di lì. Avrei amato per sempre e comunque il mio fratello diverso.




* * * * * 

ALLE ARMI!!!

ALLE ARMI

di

GIUDITTA DI CRISTINZI

Mi svegliai molto  presto. Aprii la finestra e tra le barre degli infissi vidi il panorama imbiancato. Durante la notte aveva nevicato copiosamente. I rami dei larici e dell'abete vicino all'ingresso erano piegati dal peso soffice bianco della neve. Dunque, avremmo dovuto aspettare ancora  un bel po’, mi dissi. Tutto il tempo del disgelo. La cosa mi faceva rabbia, ma dovevo stare tranquillo e guardare solo l'aspetto positivo. Del resto cosa avrebbe potuto accadere in meno di tre mesi?  Potevano guadagnare altre posizioni, forse. Ma no. In realtà, il freddo, il gelo, avevano lo stesso peso per noi e per loro. Io avrei avuto più tempo per l'addestramento e la preparazione dell'attacco a sorpresa. Il mio battaglione di civili, impreparati e disperati, faticava a metabolizzare l'ordine e la disciplina. Talvolta, vi erano episodi di insubordinazione. Ma nella vecchia casamatta nascosta nel bosco, ero io a comandare, questo era certo.  Avevo ripreso in pieno lo scettro del comando. Al mattino obbligavo il plotone H ad un paio d'ore di ferreo allenamento del parco.
Mentre ero immerso nelle mie riflessioni e mi accingevo a fare un po' di lavoro di strategia a tavolino con le carte, prima del risveglio di tutta la truppa, qualcuno bussò con energia alla porta.
- Chi è?- tuonai infastidito - avanti!
Sentii l’uscio scattare ed entrò il dottor Bosi, facendo capolino tra lo stipite e la porta.
- Buongiorno, colonnello. Come va oggi? Cosa fa? -
- Riposo, comandante, riposo.
- Bene.
- Ha nevicato. L'inverno sferra il suo primo attacco, minaccia di chiuderci in una morsa come e più dei serbi. Ma noi useremo questo tempo per l'addestramento.
- Certo, colonnello. Lei sa cosa fare.
- Può ben dirlo. Da quando il generale si è lasciato, il mese scorso, tutte le responsabilità di dirigere le operazioni grava su di me, che però ho  le spalle larghe. E lei cosa vuole a quest'ora?
- Visitarla e  provvedere alla terapia. Non trascuri se stesso.
- Certo, non lo farò. Non tanto per me, quanto per la mia gente. Dopo la battaglia di Vukovar, la cattura e le botte prese in testa, ho dolori lancinanti. Qui, alle tempie.
- Faccia vedere, si distenda sul letto. Intanto le prendo la pressione.
- Si sbrighi dottore. Dopo la colazione ordinerò e dirigerò io stesso due ore  buone di addestramento sulla neve. Il freddo ci temprerà.
- Sì, ma ci vada piano. Non è alle prese con dei professionisti.
- Lo so bene. A volte il plotone si sfalda. Questi civili non sanno cos'è la disciplina. Li punirei, alcuni dovrebbero andare ferri, ma lei è troppo indulgente.
- Sissignore. Ora ascolti. Devo cambiarle alla terapia. Prenderà solo tre pasticche al giorno. Il Depakon  mattino a sera e l’Eustat  dopopranzo. Chiaro? Vedrà, l'aiuteranno con i dolori alla testa.
- So sopportare, diavolo se so sopportare.
- Non lo fa per sé, signore, ma per il suo popolo, per la patria. Prenda questa, la prenda ora, subito, davanti a me.
Finalmente il comandante medico Bosi mi lasciò solo. Raccolsi le idee e feci una prima bozza dell'itinerario da seguire. Poi mi preparai, misi il cappello e mi avviai verso il refettorio. Avevo l'abitudine di fermarmi sull'uscio ed attendere che,  ad uno ad uno,  i coscritti entrassero e prendessero posto ai tavolacci per fare la colazione. Quando erano entrati tutti, controllavo di persona che ognuno avesse il necessario. Dovevano nutrirsi per bene, per quanto possibile,  tenersi in forze. Appena fatta la colazione, al ritmo della marcia trionfale dell'Aida, li rifacevo allineare e procedere verso l'esterno. Vassilji Dinieski, il mio secondo, si occupava degli uomini più grandi; io, naturalmente, dei più giovani e prestanti.
-         Attenti-a – urlavo  con tono avvertito - Forza rammolliti, dieci giri di corsa attorno la casa. Poi tutti qui. Devo parlarvi.
Sentivo tutta la responsabilità del comando e della missione da compiere. L'istruzione l'addestramento dovevano essere perfetti.

La campana suonò l'adunata. Mi riebbi da un attimo di stordimento. Dal momento della cattura, non vi era stato un solo giorno in cui non avessi ricordato e rivissuto il crollo e la sconfitta. Fui separato dagli altri, catturato, legato stretto, immobilizzato nella stanza delle torture, invitato a parlare poi, terribile, arrivò la prima scossa, la seconda, la terza. Mi accasciai sotto gli impulsi elettrici. Poi il vuoto. Ricordo solo del momento in cui mi ritrovai con mio fratello che era riuscito ad entrare in quella casa di pazzi e a portarmi via. La fuga fu veloce. Mio fratello Adamat mi fece stendere sul sedile posteriore dell'automobile. Come per magia il cancello elettrico lampeggiò e si aprì per permettere il nostro passaggio. Poi si richiuse subito dietro di noi. Chissà quando aveva dovuto pagare! Scappammo via nel buio della notte. Ricordo solo la musica dello stereo a tutto volume che faceva da colonna sonora alla nostra fuga.

Quel momento terribile  oramai era solo ricordo, spiacevole, doloroso, ma solo un ricordo. Grazie a mio fratello, che sospettavo facesse una sorta di doppio gioco tra noi e loro, trovai nelle settimane successive l'attuale ricovero e il nuovo gruppo di combattenti. Gli internati, nascosti lì come me, aumentavano di giorno in giorno. Adamat era amico di Bosi  e faceva la spola tra Barat e Zagari, in base alle sue possibilità. Alla prossima visita gli avrei consegnato l'annuncio da pubblicare sulla Gazeta per il reperimento di tutto l'equipaggiamento a noi necessario. In serata, dopo l'addestramento e il rancio della sera, avrei preparato l'avviso. Avevamo bisogno di cose svariate, non necessariamente del medesimo colore, che potessero mettere il nemico in confusione, riflettevo ascoltando le note della Dieppen Marsch. Ecco, l'annuncio era perfetto così

Uniformi militari acquistò fino al 1945 in contanti da privati e commercianti berretti elmettii caschi coloniali elmi colbacchi cavalleria fez cinturoni spalline medaglie frecce distintivi  militari d'epoca fotografie e documenti ecc. max serietà riservatezza telefono 3683225507

I giorni scivolavano via, l'uno dopo l'altro, tutti uguali, come una bugia raccontata al tempo. Scandivano il ritmo monotono del nostro ritiro i risvegli, i pasti,  gli addestramenti, le mie lezioni, le fastidiose interruzioni di Munash Bosi e della sua Galina, con pasticche e iniezioni. Spesso pensavo alla mia Mirlinda. La mia dolce compagna era sparita in un giorno di marzo, un po' prima della mia cattura. Non avevo saputo difenderla, non avevo  saputo tenerla stretta a me. Cosa era accaduto alle nostre vite? Ricordavo in modo confuso un teatro, una lettera, una discussione con Mirlinda. Poi tutto era andato alla deriva. La vedevo ancora davanti a me, alta e magra, coi lunghi capelli lisci e castani, appena ramati, gli occhi verdi, il viso aperto e pulito, senza trucco, la pelle bianchissima e perfetta di tutto il corpo. Dove sei adesso, tesoro mio, dove sei?

Il dottor Bosi mi aveva avvertito che l’indomani sarebbe venuto a prendermi Adamat. Sarei andato  a casa con lui per il Natale, almeno per quattro giorni. La cosa mi infastidiva. In fondo stavo bene lì. Mi ero abituato, avevo la mia camera, i mei colleghi, gli spazi comuni e gli allenamenti. Ma avremmo tutti sospeso l’addestramento per un paio di settimane, tanto valeva accontentare Adamat.
Il mattino successivo venne a prendermi Galina  che mi condusse nell’ufficio del comandante medico Bosi. Questi come al solito mi visitò con scrupolo e mi fece le solite domande e le note raccomandazioni. Detestavo ricevere ordini, anche sotto forma di consigli medici.
-         Ecco, colonnello, tenga questa e aspetti ancora un po’ qui che venga suo fratello. Non tarderà.
-         Cos’è questa roba?
-         Le sue medicine per i giorni in cui sarà fuori e dei documenti da consegnare ad Adamat.
-         Che documenti? E’ roba riservata?
-         Certo, la dia a lui. Vi servirà.
-         Capisco, è per la mia copertura.
-         Sì, colonello, la copertura – mi fece eco il medico scuotendo il capo. Per un attimo mi sembro avvilito.
Appena uscì dalla stanza, aprì la busta gialla e lessi. E sì che l’avevano pensata bella! Ma come potevano aver fatto!?







OSPEDALE PSICHIATRICO DI  ELBASAN
CARTELLA CLINICA 1997 1 IN

PAZIENTE:             GAZLIND PRELJOCARY  di anni 37
PROFESSIONE:        MUSICISTA, già direttore d’orchestra del Teatro Nazionale di Tirana
REGIME RICOVERO:  residenziale
ONERE DEGENZA:       statale
REPARTO:                      Psichiatria
DIRETTORE: dr. M. BOSI
DIAGNOSI DI INGRESSO:   psicosi maniaco depressiva , disturbo post-traumatico da stress, delirio, allucinazioni, sdoppiamento della personalità
DATA : 30 novembre 1997             ORA  :    08.33

DIARIO: Si accoglie in CRT, in regime di residenzialita', il signor PRELJOCARY, noto presso i servizi territoriali e con in anamnesi precedenti ricoveri presso SPDC di questo ospedale. Inquieto ed a tratti verbalmente aggressivo e clamoroso. 
Non dispercezioni nell'attualita', non disturbi del contenuto del pensiero, fatto salvo un certo grado di persecutorieta' del tutto non strutturata. Eloquio a tratti stereotipato, ripete a volte le parole gergali militari. A tratti fatuo, severo, umore elevato nel senso dell'euforia, emotivita' labile e direttamente agitata.
Attualmente  convinto di essere un ufficiale dell’esercito.
Di recente è rimasto sconvolto dal suo licenziamento dal teatro nazionale e dall’abbandono da parte della moglie, eventi traumatici seguiti ai fatti di guerra e agli esordi della malattia.
L'accoglimento in CRT e' considerato utile al fine di stimolare le capacita' residue favorendo la risocializzazione e l'autocontrollo delle  crisi dissociative.


NOTE: in maggio ha subito terapia elettroconvulsivante presso l’OSPEDALE PUBBLICO di TIRANA, sotto l’assistenza del Prof. Arkan
UTILIZZI:
FARMACI: come in terapia  
PROVENIENZA: TRASF. OSP. PUBBLICO
PSICHIATRA DI RIF: Dr. Oscar FUSJI
ALTRI RECAPITI: il fratello ADAMAT    
TEL.                                                                                INDIRIZZO

Diario Infermiere
    
Data : 12.12.1997 ora: 12 min: 08


Diario:
<--------> Oggi il paziente ha collaborato nell'assunzione dei farmaci ed e' tranquillo


Utilizzi:
1inferm OP



 
SOMMINISTRAZIONE FARMACI






* * * * 

venerdì 10 gennaio 2014

CAPODANNO

CAPODANNO


Capodanno inizia l’anno
Avvolto in un bel panno
Bianco di soffice neve
Notte di fuochi, giorno breve

Bilanci, sogni e progetti
Umani desideri imperfetti
Attesa dell’anno venturo
Cosa ci riserva il futuro?

In casa ancora albero e doni
Vischio, presepe e panettoni
Giochi a carte e tombolate
Risa, auguri e tavolate

Tutti insieme, grandi e piccini,
Genitori, nonni e nipotini
L’anno nuovo porti a chi chiederà
Salute, amore e serenità!












                                                                                     27 gennaio 2006





LA BEFANA

LA BEFANA



La Befana vien di notte
Con le scarpe tutte rotte

Porta i doni ai bimbi buoni
Giochi, calze e torroni
 
Ai grandi porta altre cose
Dolci strenne spiritose

Questa è l’Epifania
Da passare in compagnia

Tutti a casa, grandi e piccini
Tacchino, brodo e tortellini

Se le feste porti via,
Lascia pace e amore a casa mia!























27 gennaio 2006


venerdì 15 novembre 2013

mercoledì 13 novembre 2013



Un giorno forse le macchine riusciranno a risolvere tutti i problemi, ma mai nessuna di esse potrà porne uno. Albert Einstein

martedì 12 novembre 2013

INSETTI



Sei un grillo,
parlante, urlante,
a tratti esasperante.
Se vuoi il potere, dillo!!!!

M.R.



GOVERNA FIRENZE,
MA VUOLE LA NAZIONE.
DIVIDE IL PD IN LENZE
IN ATTESA DELLA CONVENZIONE!

IL SILENZIO E' D'ORO

Amo chi tace.
Chi pensa molto e parla poco
è più sagace
e virtuoso chi spegne il fuoco!

LA PETTEGOLA

Usa solo petto e gola
e mai il cervello.
E' una povera donna sola,
di molti si fa zimbello.
Fa del pettegolezzo
l'unico suo vezzo.
POESIA DEDICATA A D'ANNUNZIO CON LA QUALE HO VINTO E PARTECIPATO AL X PREMIO NAZIONALE DI POESIA "CITTA' DI COLONNA LA TRIDACNA"





FUOCO 

Cantò l’acqua, il Vate,
con quinari di rime baciate.
Io per lui canto il fuoco,
come se fosse un gioco,
in onore dell’esteta,
uomo, soldato e poeta.
Il fuoco dell’amore e dell’arte,
il fuoco che muove chi parte
e brucia chi resta, solo, tutto testa.
Il fuoco della poesia,
anima Sua e mia,
il fuoco dedicato alla Duse,
la maggiore delle Sue muse.
Fuoco di fico, rito antico,
fuoco d’olivo, sempre vivo,
fuoco di scintille,
fuoco di faville,
fuoco de Il Piacere,
poesie di Primo Vere,
fuoco che arde, che brucia, che schizza,
che scalda, che scotta e ti fa rubizza,
fuoco che divampa
in chi di passioni campa,
 tra Fata Verde e Venere
e riduce tutto in cenere!



                                                       Venafro, 13 giugno 2013
Chi non è sereno, sparge veleno.

RE GIORGIO



RE GIORGIO








Voleva star con Clio a godersi la pensione,
ma lo hanno richiamato a presieder la Nazione.
Tiene duro il nonno, si destreggia,
anche se Di Pietro o Grillo lo dileggia.
Berlu per la grazia lo tira dalla giacchetta,
lui ignora i messaggi e si attiene all'etichetta,
perché passerà alla storia.
Questa è la comune opinione,
Re Giorgio che succede a Napolitano
per la prima volta nell'ordinamento italiano.





                                                                                      Scauri, 28 agosto 2013

martedì 29 ottobre 2013

C'E' QUALCUNO CHE PUO' INSEGNARMI A POSTARE FOTO E IMMAGINI QUI SU?????

RECANATI-FRANCOFORTE: ANDATA E RITORNO





Mio figlio Ale sta studiando Leopardi. Io, ieri sera, ho cominciato a leggere Goethe. Benchè si tratti di artisti lontani tra loro, mi è sembrato di poter tracciare un parallelo. Vi sono tanti aspetti della vita dell'uno che rimandano all'altro. Goethe nacque a Francoforte sul Meno, cinquanta anni prima di Leopardi, che ebbe i natali a Recanati, entrambi da famiglie ricche, patrizie, nobili. Bambini precoci, enfants prodige, studiarono moltissimo, spesso in casa, nelle ricchissime biblioteche di famiglia, e incominciarono le loro produzioni letterarie in un'età in cui i nostri bambini frequentano le elementari e saprebbero a malapena scrivere un'ode maccheronica al loro idolo calcistico. Poliglotti tutti e due: Goethe studiò il tedesco, il latino, il greco, il francese, l'italiano, l'inglese l'ebraico. Leopardi studiò l'italiano, il latino, il greco, l'ebraico, il francese (lingua nella quale probabilmente lesse la prima versione del Faust), il sanscrito, l'inglese, lo spagnolo. Romantici, entrambi lessero i classici e Byron e Shelley e ne furono influenzati. Il primo fu un genio assoluto, universale, poeta, letterato, scienziato, pensatore, panteista e naturalista. Il nostro fu grande poeta, letterato, pensatore sensista, materialista, pessimista, esistenzialista. Forse non si conobbero e non ebbero modo di incontrarsi mai, ma sia l'uno che l'altro produssero pagine e pagine, affascinanti ed attuali, classiche. Entrambi morirono nel 1837.

SORELLE IL DOPPIO O SORELLE A META'?

C'è una parola molto brutta nel vocabolario italiano che definisce la mia condizione: sorellastra. A lungo ne ho portato il peso, sentendomi spesso una sorella di serie B. Chi mi conosce, sa la mia storia e quella della mia famiglia. Il mio povero babbo aveva sposato in prime nozze, ad Edimburgo, la signora Rose Cimorelli. La loro unione fu benedetta dalla nascita dei miei fratelli, Adriana, Iva e Umberto. La signora Rose, debole di cuore, lasciò questa vita a soli 40 anni, in un triste giorno di giugno di cinquanta anni fa. Il mio babbo restò solo e dopo un lungo periodo di lutto, come usava a quei tempi, specie in paese, pensò di trovare una nuova compagna, con la quale dividere i giorni della vita futura, le gioie e gli affanni e le responsabilità di genitore. Scelse mia madre, Titina, una donna seria e buona, di altri tempi, una semplice maestra di scuola. Una donna cui la nostra lingua ha serbato un altro brutto nome, matrigna. Le fiabe son piene di matrigne cattive. Ebbene, la realtà ben può essere diversa e spesso supera la fantasia. La mia mamma non è stata la matrigna, ma la fata buona che ha fatto incantesimi d'amore, dedizione e sacrificio. Dunque, ora, noi quattro fratelli, o fratellastri che dir si voglia, siamo grandi, "sistemati", sposati, lontani. Ognuno di noi vive la sua vita, ma siamo legatissimi. Giorni fa riflettevo sul rapporto con mia sorella Iva, la migliore tra noi, quanto a bontà. Pensavo alla nostra salute e a quanto io sia stata male, anche fisicamente, quando lei ha avuto un infarto, circa tre anni fa. Pensavo che, in passato, ci siamo entrambe ammalate alla tiroide ed, ora, entrambe alle corde vocali, insieme. Tutte e due abbiamo una disfonia, che stiamo curando con la stessa logopedia. Mi chiedevo, se questo non è amore, non è empatia, cos'è? Pensavo, siamo sorelle a metà, solo perchè abbiamo due mamme biologiche diverse? No, noi siamo sorelle il doppio. E non è retorica. Perchè Iva ha due mamme, la sua, quella che l'ha partorita tanti anni fa, e la mia che l'ha cresciuta, l'ha sostenuta, le è stata accanto nella vita. E anch'io ho due mamme, la sua e la mia. La mia che mi ha messo al mondo e che per grazia di Dio mi cammina ancora affianco e la sua, Rose, della quale ho apprezzato ed ereditato, tramite i miei fratelli, lo stile, la bontà, l'educazione, la signorilità. Così come ho sei nonni, i miei materni, quelli comuni paterni e i nonni dei miei fratelli, nonno Felice e nonna Cristina, che non ho conosciuto se non attraverso le foto, i ricordi, le parole, ma molte idee, molti miei comportamenti, molti valori, molti sentimenti, lo so, li ho mutuati da loro. La nostra è una famiglia molto all'antica, ma allargata come quelle più moderne. Quando tra qualche giorno si commemoreranno i morti, al cimitero saluterò anche la signora Rose e lascerò un fiore ed una preghiera anche per lei, che riposa insieme a babbo, per nonno Felice e nonna Cristina. Ci ho messo molto tempo per elaborare, ma non mi sento più la sorellastra di nessuno.

venerdì 18 ottobre 2013

FINCHE' MORTE NON CI SEPARI

Finchè morte non ci separi ed oltre... Questa mattina a Venafro si è celebrato un funerale tristissimo, ma anche singolare: le esequie congiunte di due anziani coniugi. Pare che, dopo moltissimi anni di matrimonio e vita comune, figli, vicissitudini, alterne vicende, lui si fosse ammalato. La moglie, benchè anziana e anch'essa malferma in salute, ha assistito il coniuge a lungo, in casa. L'altro ieri lui è venuto a mancare. Erano stati già fissati i funerali quando si è verivicata una cosa non comune: dopo poche ore dal decesso del marito, è morta anche la moglie. I funerali sono stati rinviati e fissati "insieme". La camera ardente ha visto entrambi gli sposi, uniti nella vita, come nella morte. Ieri ho visto esposto per le strade del paese il necrologio "matrimoniale" e me ne sono stupita; mi sono fermata, l'ho letto, ho chiesto informazioni. Non conoscevo personalmente le persone in questione. Posso immaginare il dolore e il disappunto dei figli nel sostenere una doppia perdita, nel celebrare in un momento i funerali del padre e della madre insieme. Tuttavia, nel fatto di per sè dolorosissimo, vi è del bello e del buono: l'amore immenso, totalizzante di questi due sposi, che dopo una vita insieme, nonostante le trame superiori del fato, non hanno voluto separarsi. L'eterno riposo a Loro...

domenica 13 ottobre 2013

LA NOSTRA VITA

La vita è dura perchè ci affanniamo a cercare cose imposte dagli schemi, familiari, sociali. Se cercassimo solo di essere noi stessi, di scoprire e affermare il nostro essere, la nostra essenza più intima e vera, la vita potrebbe essere più felice, leggera. Guardarci dentro, essere qui ed ora, osservare le cose, lasciar fluire l'esistenza, godere il tempo e renderlo pieno, piuttosto che fuggevole, ecco questa dovrebbe essere la meta. e non raggiungere una certa posizione, una promozione, un maggior guadagno, uno status. Ma chi se ne frega di tutto ciò!? Faccio ammenda, io per prima ho sbagliato, sulla mia pelle, dandomi il tormento per anni. Prima la laurea, poi l'abilitazione, la professione, il matrimonio, l'indipendenza economica e via così discorrendo all'infinito. Ora basta. Voglio lavorare meno, stare coi miei ragazzi, godere della loro compagnia, aiutarli a fare i compiti, stare più tempo a casa, leggere e scrivere, ... Sì, è vero, bisogna pur sempre guadagnarsi la pagnotta, il benedetto pane quotidiano e avere a che fare con gli altri, in scambio continuo, in rapporti e relazioni talvolta complesse, difficili, finanche dolorose, ma l'errore è volere troppo ed aspettarsi dagli altri delle cose. Illudersi per poi rimanere sempre, almeno in parte, delusi. Gli altri sono solo compagni di strada, ora l'uno, ora l'altro, ora nel bene, ora nel male. E tutti ci usiamo a vicenda. Pare una triste realtà, ma è ovvio, è normale, ci usiamo tutti, perchè non siamo fatti per star soli. Ognuno ha in sè dei bisogni concreti ed un gran vuoto da colmare per attraversare i flutti incerti dell'esistenza. Tuttavia, si può riuscire ad allentare le morse dei pensieri, dei diktat alieni. E allora via, buona vita a tutti noi!!!

lunedì 7 ottobre 2013

CELEBRERO' NOZZE!!!!


Ieri gli amici Teresa e Gaetano sono venuti a farmi una gradita visita a casa per consegnarmi l'invito alle loro nozze. Ne sono stata lieta e sorpresa, perchè da molti anni convivono e la loro unione è stata allietata dalla nascita di un figlio, oggi sedicenne. Ma, sorpresa nella sorpresa, mi hanno chiesto di essere io a celebrare le nozze!!!!! Ne sono lieta e onorata. Dunque il 26 ottobre nella Sala Consiliare del nostro Municipio, fascia tricolore addosso, Ufficiale di Stato Civile per un po', celebrero' le nozze degli amici. Evviva gli sposi!!!!!

IL GIUDIZIO DELLA GIURIA

Per l'intensa dedica regalata al tema e al concetto ed espressa in maniera evocativa e calzante tramite immagini di somiglianza e parole disposte in modo da creare fili diretti con il nucleo centrale d'ispirazione. Per l'intensità dello stato d'animo poetico posto in rilievo tramite echi che, seppur inseriti nell'ordine dei versi, paiono espandersi all'infinito.

FUOCO

POESIA DEDICATA A D'ANNUNZIO CON LA QUALE HO VINTO E PARTECIPATO AL X PREMIO NAZIONALE DI POESIA "CITTA' DI COLONNA LA TRIDACNA"

  FUOCO 

Cantò l’acqua, il Vate,
con quinari di rime baciate.
Io per lui canto il fuoco,
come se fosse un gioco,
in onore dell’esteta,
uomo, soldato e poeta.
Il fuoco dell’amore e dell’arte,
il fuoco che muove chi parte
e brucia chi resta, solo, tutto testa.
Il fuoco della poesia,
anima Sua e mia,
il fuoco dedicato alla Duse,
la maggiore delle Sue muse.
Fuoco di fico, rito antico,
fuoco d’olivo, sempre vivo,
fuoco di scintille,
fuoco di faville,
fuoco de Il Piacere,
poesie di Primo Vere,
fuoco che arde, che brucia, che schizza,
che scalda, che scotta e ti fa rubizza,
fuoco che divampa
in chi di passioni campa,
 tra Fata Verde e Venere
e riduce tutto in cenere!



                                                       Venafro, 13 giugno 2013

mercoledì 2 ottobre 2013

La fine

Le fine di un uomo, la fine di un partito, la fine di un'epoca. Il tempo politico in Italia spesso si misura in ventenni. Non indice di luce e di democrazia. Anzi. Ieri B aveva il volto tirato e sofferente dell'uomo definitivamente sconfitto. Commosso, vecchio, marginalizzato, disconosciuto dai sui. Umanamente dispiace. Razionalmente si può sperare che finisca l'epoca del conflitto d'interessi, del partito padronale, delle strumentalizzazioni delle istituzioni. L'Italia è un grande Paese, sotto molti punti di vista. Ora deve ritrovare se stesso, la sua vera dimensione di importante interlocutore europeo e internazionale. Forse, con B costretto a farsi da parte, possiamo farcela!

Da finalista a vincitrice

Sabato 28 sono stata a Colonna, una bella cittadina dei castelli romani. Bel paesaggio curato, borgo antico pulito e ameno. Festa di paese. Sala consiliare addobbata a festa, meravigliosi padroni di casa il sindaco e gli assessori, in particolar modo le signore Luisella Pasquali, professoressa e assessore alla cultura e Antonella Gentili, scrittrice e membro della giuria. Dal municipio siamo passati al palchetto allestito in piazza. Li è avvenuta ala premiazione, sezione per sezione. Arrivati alla sezione H, quella per cui sapevo di essere finalista, ho avuto un sussulto perchè è stato nominato tal Fausto X di Colonna, per una composizione in vernacolo, Chillu ca scriveva. Ecco, ho pensato, è uno di qui e mi ha "fregato" il premio. Invece no. Era solo una menzione speciale. Vincitrice della sezione sono stata io, con la poesia Fuoco e con un giudizio meraviglioso che esso stesso è poesia. Ne sono lieta. È il primo riconoscimento alla mia attività di poeta e scrittrice. È un incentivo a continuare su questa strada.

Umanità migrante

Moltissimi anni fa, forse non ero ancora sposata, prima che gli sbarchi divenissero un'emergenza, mi trovai a parlare con mio fratello c...