LIFE STYLE BENESSEREBELLESSERE AVVOCATOAMICO VIAGGI CUCINA MAMMA+FIGLI SCRITTURA LIBRIITALIAN STYLE

giovedì 5 aprile 2018

IL VERLASCE per L'ANTOLOGIA PERRONE L'ERUDITA IL MOLISE CHE ESISTE

IL VERLASCE
di
Giuditta Di Cristinzi

Risultati immagini per FOTO VERLASCE VENAFROLa mia cartolina viene da Venafro, città in cui sono nata e vivo, nobile e storica, aperta e vicina al Lazio e alla Campania, nodo stradale, trafficata, amena, baciata dal buon clima.
L’immagine, un po’ sbiadita,  è quella del Verlasce, antico anfiteatro romano posto al centro del quartiere in cui sono cresciuta. Dopo un passato glorioso che fa risalire la sua origine al primo secolo dopo Cristo e ce lo fa immaginare teatro di crude lotte tra gladiatori e fiere, incitati da migliaia di spettatori, negli anni “70, età in cui l’ho vissuto, era ridotto a un insieme, un’ellisse per la precisione, di stalle di proprietà di privati, contadini e allevatori del posto, in cui erano tenuti attrezzi e mezzi agricoli, polli, galline, tacchini, conigli, pecore, agnelli, asini e cavalli, mucche e maiali. Diciamo pure che l’odore che vi si aspirava non era dei più gradevoli, eppure quell’afrore mi è caro alla memoria.
Era diventato ormai il teatro dei giochi dei bambini del vicinato, svaghi semplici, fatti di niente ovvero di tanta fantasia: nascondino, gallo zoppo, giochi con le pietre e con le mani, scorribande e gare in bicicletta dopo le quali si finiva spesso in lacrime e con le ginocchia sbucciate.
I contadini che l’abitavano negli immediati dintorni erano persone per bene, grandi lavoratori, braccianti agricoli, gente all’antica che si alzava all’alba, al canto del gallo, che andava alla stalla a mungere le vacche e a raccogliere le uova fresche e che subito dopo si recava in campagna sulle trainelle, le antiche carrette di legno tirate da un cavallo o più spesso da un mulo recalcitrante.
Cresciuta e studentessa, dal mio cantuccio, dietro il vetro del balcone dove mi rannicchiavo a leggere e scrivere  li vedevo passare e li sentivo incitare o frenare gli animali con uno scudiscio e a versi: hiiii, haaaa.
Pelle abbronzata in tutte le stagioni dell’anno, mani grosse, rovinate di fatica, lavoro quotidiano mai interrotto da ferie, vacanze, ponti, festività o  malattie.
Nel Verlasce  si svolgevano straordinari e corali i riti della vendemmia a ottobre, dell’ammazzata del maiale a gennaio, della preparazione della conserva di pomodori ad agosto, della raccolta e della pulitura delle olive a novembre, della preparazione del mais messo ad asciugare sotto il sole, davanti le case,  mosso di tanto in tanto con un’apposita pala lunga e piatta.
Molti coltivavano il tabacco e lo rivendevano al monopolio di stato. Una volta raccolto, in lunghe foglie verdi, veniva messo ad essiccare. Mi piaceva partecipare a questa consuetudine estiva a casa o meglio nel fondaco dei genitori di un’amica. Si metteva una lunga pertica di legno tra una sedia e l’altra, si legava un spago da una parte e con un grosso e lungo ago, simile a quello che si usava per cucire i materassi, si infilavano le foglie di tabacco e le si lasciava cadere una a destra, un’altra a sinistra, fino ad arrivare all’altra estremità della pertica. In seguito queste corolle di fumo futuro venivano messe su in alto, in un deposito arieggiato ad essiccare.
Ormai tutto questo Verlasce non c’è più e anch’io sono andata via. I moderni e potenti trattori hanno preso il posto delle trainelle, gli animali sono scomparsi, allevati lontano dall’abitato, i polli che finiscono sulle nostre tavole non sono più quelli ruspanti ma quelli di batteria, le stalle travolte dal terremoto dell’ “84 sono ancora diroccate e solo alcune costruzioni sono state oggetto di restauro, tutti gli accessi sono chiusi alle macchine, nessun vecchio gioca più a morra sotto il pioppo secolare, nessun bambino corre in bici, la fontanella non manda più acqua per abbeverare i cavalli.
Quando torno al Verlasce a trovare mia madre rivedo la cartolina sbiadita negli anni, penso a chi non c’è più e vengo presa dalla malinconia. Chiudo gli occhi per un attimo, assaporo il gusto dolce amaro dei ricordi di giovane e bambina e vado avanti per il mio cammino.





I V’rlasc
r
Giuditta Di Cristinzi


I song r Sant R’nat e ri V’rlasc, quand i Verlasc eva V’lasc addaver, prima ri tarramot.
Nell’antichità eva n’anfiteatr romano, begl ruoss, c z traseva ra tre part, i  ra via Quinto Vibio.
I eva criatura, c pazziavam a nascondino, a vrecc, a uall zuopp, iavam incoppa all b’c’clette, pigliavam la rincorsa ra na sagliuta v’cin a n puagliar. N puagliar, e mica eva un sul! Tutt i Verlasc eva pagliar e stall. N’addor!!!
Caglin, uall, pecura, vacch, vicc, cunigl, puorc.
Ai mes r gennaj f’braij ogn tant z senteva alluccà, n’acut, stev’n a accir a n puorc, tutt’ insiem, un aiutava a nat e nat aiutava a un. Raccugliev’n l sang p fa i sang’nat e po’ magnav’n tutt nsiem.
Z P’ppin e z Catarina jev’n in campagna tutt le matin priest ncoppa a na trainella, semp a faticà, gent r na vota. ‘Ndrea e Assuntina, Maria e Cosm, tal e quale, brava gent, faticatur.
Nova p’gliavam l latt frisch ra lloro e l faciavam volle ncoppa ai gas, altro che pastorizzato! Prima ra Lsandr e Rosina e po’ appriess, rent alla stradina, in ordine, a man a man ca z l’vavn l vacch.
I V’rlasc eva pur na scorciatoia p nn passà pi sctop,  addò c sctevn semp tanta macc’n.
Gl’uom’n sott a n chiupp, v’cin alla funtanella,   jucav’n a morra o c l bocc o z tratt’nev’n rent a na cantina.
Z m’tteva man a turn p smaltì n poc r vin. E m’ttavam man pur nova, bastava na fraschtella for ai cuarag e z spargeva la voce. Mamma t’neva i quartin, i miez litr, i litr. Gl’uom’n jucava’n a cart, b’vevn, z magnavan che cosa r cuc’nat rall m’glier.
Mo i Verlasc n c scta cchiù. Ra quant è fatt i tarramot ri 1984, l stall so chius, gl’an’mal z gl’hann l’vat, scta tutt mman alle Belle Arti e chisa quand z fa journ!




QUALCUNO DICE DI ME...

Giuditta Di CristinziTra le scrittrici italiane che vi proponiamo oggi, Giuditta Di Cristinzi (Venafro 7/2/1967) emerge giorno dopo giorno per la molteplicità della sua espressione artistica che spazia dalla poesia alla prosa.  La scrittura in versi mostra la raffinatezza e la ricercatezza della parola che scava in profondità nelle pieghe dell’anima  catturandone momenti di sorriso e di pianto. Lo stupore nell’osservazione delle cose e nelle persone che ci circondano nel nostro quotidiano sembra confermare la sintonia e l’interdipendenza  misteriosa dei sentimenti  del creato. La madre, la moglie, la figlia, la sorella   rappresentano per Giuditta presenze e ruoli essenziali e irrinunciabili a cui ancorarsi nei tormentosi  percorsi della sua mente pellegrina nella ostinata ricerca di risposte a domande,  che spesso restano inevase. È proprio quando la tortura esistenziale l’allontana pericolosamente dalla realtà che un’energia insperata la riporta alla vita. La curiosità dell’artista, istigata e sorretta dalla sua attività di avvocato, orienta la prosa verso il genere poliziesco ove il gusto dell’indagine si rende scusa di approfondimento della  conoscenza dei lati oscuri dell’animo umano.
Tuttavia, come introduzione alle opere della scrittrice, vogliamo incominciare con il proporre alcune filastrocche destinate al mondo dell’infanzia rivelatrici di una purezza di sentimenti e di una competenza linguistica capace di affascinare sia il mondo dei piccoli che quello degli adulti.
I GIORNI DELLA MERLA
 Gennaio, con freddo e gelo,
alla bella merla
con piume di perla
faceva oltraggio e dispetto.

Ella, allora, sola col suo piccino,
per tre dì si rifugiò su di un tetto
e per scaldarsi entrò in un camino.

Ne uscì a febbraio,
tutta sporca e nera,
sperando fosse già primavera.

Quando dalla caccia tornò il suo merlotto,
non riconobbe la  sposa di botto,
ma, udito il suo canto, ben presto capì.
Le volò accanto  e  per amore frinì.

Sembrava però un gruppo assai strano,
lui tutto  bianco, l’altra ebano
Allora il merlo si tinse di nero,
in segno eterno di amore sincero


L’INVERNO
 Dicembre, gennaio, febbraio,
solo un pettirosso o il passero gaio
solcano il bianco del cielo.
Freddo, pioggia, neve e gelo.

C’è Natale a scaldare il cuore
e poi si ricomincia con più ardore
La casa,  la  scuola ed  il lavoro,
a tavola, il maiale con l’alloro,
polenta, cavoli, mandarini,
salsicce, broccoli e tagliolini

I giorni della merla, poi la Candelora
e si dice “l’inverno è fora”.
Ora il dì è più lungo, la notte più breve,
piano piano si scioglie  la neve

Finchè un giorno senti frinire.
Allegro, l’inverno sta per finire!

CARNEVALE                                                                                                                                            Natale ormai è passato,
un altr’anno è cominciato
Il freddo ci stringe, ma non frena
la vena   di allegria
e allora via, via ….Ecco arriva il Carnevale,
ora  ogni  scherzo  vale
Andiamo  a scuola e nelle strade
mascherati, per case e per contrade,
o meglio per Regioni,
Pulcinella e Pantaloni,
Colombine e Balanzoni,
balla Gianduia, canta Arlecchino,
seppure poverino.
Ma al giorno d’oggi i bambini
vogliono nuovi vestitini
Inediti costumi nati in Tivvù,
visti sui fumetti o nei cartoons
Ninja Turtles e  Topolina,
Power Rangers e   Paperina,
Harry Potter col  tondo occhialino
sfida il vecchio Mago Merlino.
Tutti insieme si fa chiasso e festa.
Coriandoli, stelle filanti e una trombetta desta.
Dolci tipici, croccanti e buoni,
Graffe farcite e bomboloni
Su un vassoio ecco  le castagnole,
con chiacchiere o frappe,  come dir si vuole
La scrittrice Giuditta Di Cristinzi
Tutti giocano in compagnia
Carnevale è la festa dell’allegria!

venerdì 16 marzo 2018

ancora animali nei proverbi



Non contare i polli prima che siano nati.

Non dire gatto finché non l’hai nel sacco.

Cane non porta soma e asino non caccia lepre (ad ognuno secondo le proprie competenze e inclinazioni).

La vespa punge anche da morta.

Anche le pulci hanno la tosse.

Gli asini litigano e i barili si sfasciano (talvolta le conseguenze della azioni ricadono su chi non ha colpa).

La cora è dura a scurtcà (in dialetto venafrano vuol dire: la coda è difficile, dura da scorticare. E’ un’espressione che si usa relativamente alla parte finale di un lavoro, spesso più complessa o faticosa).

Meglio un asino vivo che un medico morto.

Uccello nato l’aiuta il cielo.

Chi caccia due lepri non ne piglia nessuna.

Quand la volp nn arriva all’uva ric ch’è cerva (in dialetto venafrano vuol dire che la volpe, quando non arriva a cogliere e rubare l’uva, dice che è acerba. In effetti, il detto proviene dall’antica forma in latino non dum matura est, nolo acerbam sumere, tratta dalla versione di Fedro della famosa favola attribuita originariamente ad Esopo “La volpe e l’uva”, in cui la volpe, non potendo arrivare all’uva, piuttosto che ammettere la propria incapacità, preferisce disprezzare il frutto. Equivalente in napoletano è: 'A gatta quanno nun po' arriva a 'o lardo, dice che fete, la gatta quando non può arrivare al lardo dice che puzza).

Quando il gatto non c’è i topi ballano o anche dove manca il gatto, il sorcio balla.

I ciucc r Peppa F’chella, novantanove r’fiett e la cora frac’ra (in dialetto venafrano letteralmente significa: l’asino di Peppa Fichella, novantanove difetti e la coda fradicia. E’ un’espressione che si usa con riferimento ad una persona malaticcia, con tanti acciacchi).

'A femmena è comme 'a gatta: scippa e fuje (in dialetto napoletano, la donna è come il gatto: graffia e fugge).Risultati immagini per gatto immagini

'A gallina fa l'uovo e a 'o gallo ll'abbrucia 'o culo (
in dialetto napoletano la gallina fa l'uovo e il gallo soffre).

'A femmena nun se sposa 'o ciuccio pecchè le straccia 'e lenzole (in dialetto napoletano la donna non sposa un asino solo perché le straccerebbe le lenzuola).

'A gatta 'e zi' Maria nu poco chiagne e nu poco ride (in dialetto napoletano: la gatta di zia Maria non sa se ridere o piangere).

'A sciorta d''o piecoro: nasce curnuto e more scannato (in dialetto napoletano: la fortuna del montone: nasce cornuto e muore scannato).

A vocca 'nchiusa nun traseno mosche (in dialetto napoletano con la bocca chiusa non entrano mosche, ovvero non si dicono sciocchezze).

'A vipera ca muzzecaje a muglierema, murette 'e tuosseco (
in dialetto napoletano: la vipera che morse mia moglie, morì avvelenata).

L’uccello in gabbia, se non canta per amore, canta per rabbia  ovvero Auciello 'ngajola, canta p'arraggia e nun canta p'ammore, in dialetto napoletano.

Cu n'uocchio frije 'o pesce e cu n'ato guarda 'a gatta
(in dialetto napoletano  con un occhio frigge il pesce e con l'altro guarda il gatto).

Dicette 'o pappice 'nfaccia 'a noce: damme tiempo ca te spertoso pur a te (in dialetto napoletano significa letteralmente: disse il verme alla noce: dammi tempo che buco pure te. Dunque il verme della noce, che a Napoli assume un termine tutto suo, pappece per l’appunto, impiega diverso tempo prima di perforare il guscio della noce, per poi nutrirsene, data la sua durezza. Questo modo di fare è usato come allegoria della pazienza, dell’attendere con calma, prima di vedere i frutti del proprio operato. Ma questo  proverbio può  assumere  anche una connotazione più vendicativa. Può essere inteso come un invito ad attendersi qualcosa, una premeditata vendetta o uno sgarro a lunga durata).

Facimmo ambressa, ca 'o gallo canta matina (in dialetto napoletano significa: facciamo presto che il gallo canta in giungere della mattina, cioè sbrighiamoci).

Fa' 'o gallo 'ncoppa 'a munnezza (in dialetto napoletano  significa: fa' il gallo sulla spazzatura, si dice di persona che si vanta senza motivo).

giovedì 15 marzo 2018

...ancora gli animali nei proverbi


Olio di lume e lingua di cane guariscono ogni male.

Ogni scarrafone è bell 'a mamma soja (in dialetto napoletano significa che ogni scarafaggio è bello per la sua mamma. Famosissimo adagio partenopeo che fa riferimento all’amore materno, incondizionato, in virtù del quale ogni figlio è bello e caro per la mamma, indipendentemente dalla bellezza e, in senso lato, dalle qualità  oggettive).

Non si possono insegnare nuovi trucchi a un vecchio cane.

Cercar l’asino ed esserci a cavallo.

Quand i ciucc nn vo vev è inutl a ciufulià (in dialetto venafrano significa: quando l’asino non vuol bere è inutile fischiare, suonare il ciufolo -per convincerlo a fare il contrario-. Si suol dire, ad esempio, al cospetto di un ragazzo che non vuol studiare, non vuol capire, per cui è inutile adoprarsi. Si dice anche in napoletano "Si o ciuccio nun vo' bevere hai voglia e ciufulià" ).

Meglio un uovo oggi che una gallina domani.

Asino, campana e poltrone non si muovono senza bastone.

Da un asino ricavi un calcio e da uno stolto una cattiva risposta.

Attacca i ciucc addò ric i puatron (in dialetto venafrano significa lega l’asino dove ti dice il padrone, cioè esegui gli ordini che ti sono dati, senza discutere; si potrebbe aggiungere: anche se ti sembrano sbagliati).

I cuan r taverna nn fa ben a massaria (in dialetto venafrano il cane di taverna non vive bene in masseria, cioè il cane randagio, non si adatta a vivere presso una masseria, come animale domestico. Si dice di persona che fa vita di strada).

Chi nasce asino non raglia da mulo.

I ciucc viecch mor alla stalla ri fess (in dialetto venafrano vuol dire che  l’asino vecchio muore nella stalla del fesso, cioè bisogna disfarsi delle cose vecchie, ad esempio delle autovetture, prima che non funzionino più).

I ciucc porta la paglia e i ciucc z la magna (in dialetto venafrano vuol dire: l’asino porta la paglia e l’asino la mangia. Si dice di persona che agisce per se stessa, che si avvantaggia delle sue azioni).

L’asino raglia quando non ha né avena né paglia.


mercoledì 14 marzo 2018

...ancora gli animali nei proverbi

Gallina vecchia fa buon brodo.

Il lupo perde il pelo, ma non il vizio (le cattive abitudini tardano a morire).

Tale è il gregge qual chi lo regge.

Ch  tanta uall, ‘n z fa mai juorn (in dialetto venafrano vuol dire con tanti galli –a cantare- non fa mai giorno. Morale: quando sono troppi a comandare è difficile arrivare ad una  conclusione).

Chi va a caccia senza cane, torna a casa senza lepre.

Il gregge unito costringe il lupo al digiuno (l’unione fa la forza).

Chi è stato morso dalla vipera teme anche la lucertola.

Campa cavallo che l’erba cresce.

Chi acchiappa’ l pesc z’  mponne la cora (in dialetto venafrano vuol dire chi prende i pesci si bagna la coda, cioè stando a contatto con l’acqua si rischia di bagnarsi. E’ l’equivalente di chi va al mulino si infarina. Ovvero alcune cose sono diretta conseguenza di altre).

La gatta frettolosa fece i figli ciechi.

Chi ama il proprio cane deve amarne anche le pulci.

Z r’spetta i cuan p’ i puadron (in dialetto venafrano significa si rispetta il cane per il padrone. Cioè spesso bisogna sopportare una persona, nostro malgrado, per rispetto nei confronti di un'altra. Questo proverbio, come molti altri, ha il  suo corrispettivo in altri dialetti del sud  Italia, ad esempio Si rispetta u cani pa facci du patruni si dice in Calabria e Rispettà 'o cane p' 'o patrone in Campania).

Nell’olio, nel vino o nel mare il pesce vuol sempre nuotare.


L’uccello in gabbia, se non canta per amore, canta per rabbia.

I ciucc che nn cresc è semp p’l’triegl (in dialetto venafrano significa che l’asino che non cresce sembra sempre un puledrino. Le persone piccole di statura sembrano sempre giovani).


venerdì 23 febbraio 2018

GRANI DI SALE







CANI, GATTI E COMPAGNIA


Gli animali nei proverbi e nei modi di dire



  



Da Esopo a Fedro a La Fontaine e, in seguito, fino a noi, quante volte e con che vis espressiva comportamenti umani sono stati dipinti, descritti, capiti, ironizzati facendo raffronto con comportamenti e caratteristiche  animali?
Spesso. Perché l’uomo, che si arroga la superiorità assoluta in questo universo, sovente  è… incredibilmente e involontariamente bestiale!






A lavar la testa all’asino, si spende tempo, acqua e sapone.

A caval donato non si guarda in bocca.

Il verme tenero rode il legno duro (la costanza è premiata nel raggiungere anche gli obiettivi più ardui).

Tanto va la gatta al lardo, che ci lascia lo zampino.

I cuan moc’ca i sctracciat (in dialetto venafrano il cane morde lo straccione, cioè –in sostanza- guai su guai. Le persone o il destino si accaniscono contro i più deboli, contro coloro che appare più facile vincere).

Cuan e cuan n z moc’cn (in dialetto venafrano i cani non si mordono tra loro, ovvero i simili si usano riguardo, rispetto reciproco).

Can che abbaia non morde.

Z’han ‘ncuntrat ciegl e botta (in dialetto venafrano significa letteralmente si sono incontrati uccello e botto, colpo, s’intende a caccia; il proverbio indica una casualità fortunata, un evento che si è verificato senza merito di chi ne beneficia).

Chi pecora si fa, il lupo se la mangia.

Il gatto di credenza, quello che fa pensa (a volte si attribuisce agli altri il proprio modo di pensare e di fare, talvolta ingiustamente).

M si miss a cuavagl a n puorc (in dial. venafrano, significa mi hai messo a cavalcioni ad un maiale, cioè mi hai disonorato).
  



giovedì 22 febbraio 2018

GRANI DI SALE

GRANI DI SALE


Raccolta di Detti e Proverbi
  


Giuditta Di Cristinzi









A nonna Giuditta Rossi,
donna antica e saggia

  










PREFAZIONE

Adoro i modi di dire e i proverbi, vecchi e nuovi, in lingua italiana, in dialetto, in latino o in lingue straniere.

La parola proverbio viene dal latino proverbium, derivato a sua volta da verbum, «parola».
Come tutti sanno, il proverbio è un breve motto, di larga diffusione e di antica tradizione, che esprime, in forma stringata e incisiva, un pensiero o una regola desunti dall’esperienza.
Nei proverbi e negli aforismi si racchiude tanta verità, tanta saggezza spiccia.
Nella vita guai a fare banali generalizzazioni e manicheismi, a dividere con rigidità bene e male, verità e bugia, guai a rinunciare, in qualsiasi momento, al ragionamento, alle spiegazioni, al senso dell’evolversi  dei costumi, all’esperienza.
Ad ogni modo i proverbi aiutano, chiariscono, semplificano, sintetizzano, tramandano. Esprimono il senso comune o, meglio, tanto buon senso, tante collaudate verità, tanta saggezza popolare e antica. Insieme ai modi di dire, aiutano ad asserire, a colorire con intelligenza i discorsi, a trovare spiegazioni senza faticare troppo. Sono utile rinvio per l’oratore pigro e  per l’educatore tradizionale, stampella argomentativa e  sostegno dialettico a buon mercato,  filosofia di vita alla portata di tutti, cultura popolare, diffusa, non racchiusa nelle pagine dei libri, tra le mura degli atenei, nelle menti dei colti, non per questo meno pregevole. A volte più proverbi vanno nella stessa direzione, altre volte si contraddicono l’un l’altro.
Sono stata abituata in famiglia a farne  uso e consumo.
Mia madre e mia nonna, donne antiche e sagge, ne facevano (e mia madre ne fa ancora) largo utilizzo. Avevano sempre pronto quello giusto, calzante all’occasione o  alla persona, talvolta in base al mestiere svolto dal protagonista momentaneo del discorso. Spesso erano motti in dialetto venafrano, per lo più mutuati dalla vicina tradizione orale campana.
Per far loro omaggio, voglio provare a scriverne una raccolta, leggera, non pretenziosa, non esaustiva, non alfabetica o enciclopedica, seguendo un sottile filo conduttore, in base agli argomenti a me più cari o maggiormente significativi e ricorrenti.
Molti li conosco. Con l’occasione altri ne ho cercati.
La maggior parte dei proverbi e modi di dire raccolta è in lingua italiana; diversi sono in versione dialettale, più spesso venafrano-molisana o napoletana. Alcuni, assai pochi per la verità, sono in latino, in francese o in inglese. Altri  sono integrati da un pensiero, una riflessione, una spiegazione del tutto soggettiva.

Buona lettura!


                                                                           GDC




mercoledì 21 febbraio 2018

Voglia di scrivere

Ho voglia di scrivere e di pubblicare ancora.
Ma stavolta si tratterà di una cosa completamente diversa.
Una raccolta di proverbi.

martedì 20 febbraio 2018

CAMPAGNA ELETTORALE, PROMESSE DA MARINAI E DEBITO PUBBLICO

I PEGGIORI SONO QUELLI CHE PIACCIONO DI PIU’?

PROMESSE DA MARINAIO, CAMPAGNA ELETTORALE  E DEBITO PUBBLICO

La campagna elettorale per le elezioni del 4 marzo assomiglia sempre di più ad un concorso per alchimisti in cui, miracolosamente, a fronte di programmi di spesa miliardari si promette anche la riduzione del debito pubblico. Obiettivo contradditorio che ha attirato l’attenzione dell’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli e del suo Osservatorio sui conti pubblici presso l’Università cattolica di Milano.
L’economista, tornato in Italia dopo aver archiviato l’esperienza al Fondo monetario internazionale, si è preso la briga di analizzare i programmi dei principali schieramenti politici italiani e verificare se le promesse fatte sono realistiche oppure no. La conclusione dello studio non lascia spazio a dubbi: i sogni elettorali di questi giorni non solo non ridurranno il debito pubblico ma lo faranno ulteriormente crescere. 

Programma Pd: costo di 38 mld, rapporto debito/pil sale al 134,8% 

Secondo quanto affermato nei documenti depositati presso il ministero dell’Interno, il costo del programma elettorale del Partito democratico è di 38 miliardi di euro. Tra le misure più importanti figurano l’introduzione di un assegno mensile per i figli, l’allargamento degli interventi per contrastare la povertà, la riduzione della tassazione sulle imprese e dei contribuiti per i lavoratori a tempo indeterminato. Anche l’Osservatorio sui conti pubblici sostiene, analogamente a quanto fatto dall’economista Roberto Perotti, che le coperture non sono sufficientemente definite. Nonostante questo il Pd ha indicato tra i suoi obiettivi la riduzione del rapporto debito/pil dal 131,6% del 2017 al 118,4% nel 2022 e al 100% nel 2029. Obiettivi simili sarebbero possibili solamente in presenza di scenari decisamente ottimistici sul fronte dei tassi di interesse e della crescita economica. Secondo Cottarelli l’effetto più probabile del programma del Pd sarebbe quello di far crescere ulteriormente il rapporto debito-pil al 134,8% nel 2022, ovvero alla fine della prossima legislatura.

Programma Centrodestra: costo di 136 mld, rapporto debito/pil sale al 135,8%

Secondo quanto affermato nei documenti depositati presso il ministero dell’Interno, il costo del programma elettorale del Centrodestra è di ben 136 miliardi. Tra le misure più rilevanti figurano la flat tax, la riforma della legge Fornero sulle pensioni, l’aumento delle pensioni minime, l’introduzione del reddito di dignità, l’aumento delle risorse per la difesa e la sicurezza, il reddito di dignità, l’eliminazione dell’Irap. A fronte di coperture indicate per 82 miliardi il buco sarebbe di 54 miliardi. Sul fronte del rapporto debito/pil l’obiettivo di Berlusconi e alleati è quello di farlo scendere al 112,8% nel 2022. Questa miracoloso risultato sarebbe frutto dei mirabolanti effetti delle misure contenute nel programma sulla crescita economica. Effetti teorici e ovviamente tutti da verificare. Secondo Cottarelli lo scenario più realistico è invece quello di un aumento del rapporto debito-pil al 135,8%. Da notare infine che la Lega ha indicato obiettivi di finanza pubblica diversi da quelli dell’alleanza e decisamente meno attenti all’equilibrio dei conti pubblici. Per l’Osservatorio sui conti pubblici il programma di Salvini porterebbe il rapporto debito/pil al 135/140 per cento.

Programma M5s: costo 103,4 mld, rapporto debito/pil sale al 138,4% 

Secondo quanto affermato nei documenti depositati presso il ministero dell’Interno, il costo del programma elettorale del M5s è di 103,4 miliardi di euro. Le coperture indicate sono pari a 39,2 miliardi per un disavanzo di 64,2 miliardi. A differenza degli altri principali schieramenti i Cinquestelle non hanno pubblicato stime dettagliate sull’andamento dei conti pubblici per i prossimi 5 anni ma si sono limitati ad indicare l’obiettivo di riduzione del rapporto debito-pil più sfidante di tutti: 40 punti percentuali nel prossimo decennio. Nel 2028 l’indicatore dovrebbe dunque scendere sotto il 100% collocandosi al 91,6%. Per Cottarelli di fronte all’imponente disavanzo le stime di riduzione del rapporto debito/pil sarebbero possibili solo con una crescita media dell’economia italiana, nel prossimo decennio, del 5-6% all’anno. Scenario decisamente irrealistico che la stessa Cina ormai stenta a raggiungere. Per l’Osservatorio sui conti pubblici il programa dei Cinquestelle farebbe crescere il rapporto debito-pil al 138,4% nel 2022.

Servono 4 miliardi per soddisfare le richieste dell'Europa 

Nel frattempo Bruxelles tace per non influenzare l'esito delle elezioni ma ci aspetta al varco. Anche perché già lo scorso novembre aveva considerato non sufficienti gli obiettivi di riduzione del debito annunciati dal governo Gentiloni, lasciando intuire la necessità di una correzione dei conti da 4 miliardi di euro. Operazione che potrebbe essere dunque la prima incombenza del nuovo governo. Come questa possa conciliarsi con i pazzeschi programmi di spesa annunciati in questi giorni non è tema che preoccupa la nostra classe politica. Per il momento l’unica cosa che conta è far sognare gli italiani e conquistare voti ricorrendo ad una pratica antica: la demagogia.



lunedì 19 febbraio 2018

I FIGLI

IN ITALIA ALLEVARE UN FIGLIO COSTA QUANTO UNA FERRARI

L’Italia continua a retrocedere nella graduatoria della natalità. Anche nel 2017 l’Istat ha sentenziato una diminuzione del 2 per cento rispetto all’anno precedente. Nello specifico 464mila bambini in meno rispetto al 2016. E il dato risulta ancor più grave se consideriamo che dal 2008 la riduzione è costante anno dopo anno. Quali i motivi del preoccupante calo di nascite? Il dito va puntato in particolare sulle carenti politiche di sostegno alla famiglia, sulla mancanza di lavoro e sui costi economici che si legano alla crescita di un figlio.

Se un figlio costa più di una Ferrari

E’ istruttivo e interessante, da tale punto di vista, il servizio che la collega Giulia Cazzaniga pubblica su Libero. Si può spulciare in una tabella il costo relativo a varie voci di spesa correlate, di volta in volta, all’età del bambino o del ragazzo. Constatare - per esempio - che avere un figlio e sostenerlo fino ai 25 anni (almeno) costa in Italia quanto comprare una Ferrari 488 Spider, ovvero più di 247mila euro in totale.
A considerare le varie fasce d’età inoltre, quando il figlio ha 2 anni occorrono oltre 830 euro al mese, mentre quando compie 9 anni si viaggia sui 1000 e quando supera i 15 serve ancora di più. Per non parlare del periodo successivo alla maggiore età, allorché – si legge sempre sul quotidiano – parte l'equivalente di uno stipendio medio.
A calcolare gli esborsi in questione per il giornale di Feltri e Sallusti ci ha pensato Marino Maglietta dell'associazione Crescere Insieme. L’esperto ha elaborato le stime prendendo come riferimento una famiglia con un reddito complessivo di 3500 euro al mese. E i risultati sono illuminanti.

I primi tre anni

I primi tre anni di vita di un figlio sarebbero quelli più costosi. Ai costi normali del cibo, dell’abbigliamento e dei trasporti va aggiunta infatti (di solito) una spesa di circa 3mila euro tra baby sitter o asilo nido, carrozzine e pannolini. Per questa fascia di riferimento l’associazione Famiglie Numerose calcola una media di 8.300 euro all’anno per figlio.

Dopo i 18 anni

La situazione non si alleggerisce per le famiglie dopo il raggiungimento della maggiore età. Superati i 18 anni, infatti, moltissimi dei ragazzi sono costretti a rimanere a casa dei genitori. In pratica, stando alle stime di Eurostat, il 66 per cento dei giovani tra i 18 e i 34 anni restano sotto il tetto di mamma e papà. Una condizione nella stragrande maggioranza dei casi non voluta e indotta dalla disoccupazione, dalla inadeguatezza dell'indirizzo formativo, da un mercato del lavoro e da uno stato sociale che evidentemente non funzionano come dovrebbero. Così i "bamboccioni" – come qualcuno li ha impropriamente definiti – a 21 anni richiedono per il loro sostentamento una spesa mensile di 1.205 euro, mentre, qualora si tratti di un ragazzo che frequenta l’università, bisognerà aggiungere – secondo una stima diFederconsumatori - l'esborso di una cifra ulteriore quantificabile tra i 1425 e i 1660 euro all’anno. Cifra variabile, ovviamente, a seconda del reddito familiare.
Se poi si sceglie di frequentare una facoltà lontana da casa occorre calcolare – spiega sempre Libero – un ulteriore esborso di almeno 8mila euro all'anno per l’affitto di un alloggio. Da qui una spesa di 247mila euro (la famosa Ferrari) per un figlio se questo, complice la disoccupazione, rimane tra le mura domestiche fino a 25 anni.


domenica 10 settembre 2017

Mi hai fatta morire dentro di te
Crudo abbandono

GIUDITTA DI CRISTINZI: Ricetta

GIUDITTA DI CRISTINZI: Ricetta: Scaccia la paura e la paura della paura. Per qualche anno le cose basteranno. Il pane nel cassetto e il vestito nell’armadio. Non dire mio...

Ricetta



Scaccia la paura
e la paura della paura.
Per qualche anno le cose basteranno.
Il pane nel cassetto
e il vestito nell’armadio.
Non dire mio.
Hai preso le cose solo in prestito.
Vivi nel tempo e capisci
che poche cose ti servono.
Accasati.
E tieni pronta la valigia.
È vero quello che dicono:
ciò che deve succedere, succederà.
Non andare incontro alla pena.
E quando arriva,
guardala tranquillamente.
È effimera come la felicità.
Non aspettare nulla.
E abbi cura del tuo segreto.
Anche il fratello tradisce
se si tratta di te o di lui.
Prendi la tua ombra
come compagna.
Scopa bene la tua stanza.
E saluta il tuo vicino.
Aggiusta il recinto
e anche il campanello alla porta.
Tieni aperta la ferita dentro di te
sotto il tetto delle cose che passano.
Strappa i tuoi piani. Sii saggio
e credi nei miracoli.
Sono iscritti da tanto tempo
nel grande piano.
Scaccia la paura
e la paura della paura.

Mascha Kaleko

lunedì 17 luglio 2017

Un'intuizione

Capii che il nostro rapporto era malato di un male inguaribile e che la faccenda sarebbe stata risolta solo con la morte di una di noi due.
Capii che quello  era solo un anello di un'ininterrotta perversa  catena.

Umanità migrante

Moltissimi anni fa, forse non ero ancora sposata, prima che gli sbarchi divenissero un'emergenza, mi trovai a parlare con mio fratello c...