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venerdì 16 marzo 2018

ancora animali nei proverbi



Non contare i polli prima che siano nati.

Non dire gatto finché non l’hai nel sacco.

Cane non porta soma e asino non caccia lepre (ad ognuno secondo le proprie competenze e inclinazioni).

La vespa punge anche da morta.

Anche le pulci hanno la tosse.

Gli asini litigano e i barili si sfasciano (talvolta le conseguenze della azioni ricadono su chi non ha colpa).

La cora è dura a scurtcà (in dialetto venafrano vuol dire: la coda è difficile, dura da scorticare. E’ un’espressione che si usa relativamente alla parte finale di un lavoro, spesso più complessa o faticosa).

Meglio un asino vivo che un medico morto.

Uccello nato l’aiuta il cielo.

Chi caccia due lepri non ne piglia nessuna.

Quand la volp nn arriva all’uva ric ch’è cerva (in dialetto venafrano vuol dire che la volpe, quando non arriva a cogliere e rubare l’uva, dice che è acerba. In effetti, il detto proviene dall’antica forma in latino non dum matura est, nolo acerbam sumere, tratta dalla versione di Fedro della famosa favola attribuita originariamente ad Esopo “La volpe e l’uva”, in cui la volpe, non potendo arrivare all’uva, piuttosto che ammettere la propria incapacità, preferisce disprezzare il frutto. Equivalente in napoletano è: 'A gatta quanno nun po' arriva a 'o lardo, dice che fete, la gatta quando non può arrivare al lardo dice che puzza).

Quando il gatto non c’è i topi ballano o anche dove manca il gatto, il sorcio balla.

I ciucc r Peppa F’chella, novantanove r’fiett e la cora frac’ra (in dialetto venafrano letteralmente significa: l’asino di Peppa Fichella, novantanove difetti e la coda fradicia. E’ un’espressione che si usa con riferimento ad una persona malaticcia, con tanti acciacchi).

'A femmena è comme 'a gatta: scippa e fuje (in dialetto napoletano, la donna è come il gatto: graffia e fugge).Risultati immagini per gatto immagini

'A gallina fa l'uovo e a 'o gallo ll'abbrucia 'o culo (
in dialetto napoletano la gallina fa l'uovo e il gallo soffre).

'A femmena nun se sposa 'o ciuccio pecchè le straccia 'e lenzole (in dialetto napoletano la donna non sposa un asino solo perché le straccerebbe le lenzuola).

'A gatta 'e zi' Maria nu poco chiagne e nu poco ride (in dialetto napoletano: la gatta di zia Maria non sa se ridere o piangere).

'A sciorta d''o piecoro: nasce curnuto e more scannato (in dialetto napoletano: la fortuna del montone: nasce cornuto e muore scannato).

A vocca 'nchiusa nun traseno mosche (in dialetto napoletano con la bocca chiusa non entrano mosche, ovvero non si dicono sciocchezze).

'A vipera ca muzzecaje a muglierema, murette 'e tuosseco (
in dialetto napoletano: la vipera che morse mia moglie, morì avvelenata).

L’uccello in gabbia, se non canta per amore, canta per rabbia  ovvero Auciello 'ngajola, canta p'arraggia e nun canta p'ammore, in dialetto napoletano.

Cu n'uocchio frije 'o pesce e cu n'ato guarda 'a gatta
(in dialetto napoletano  con un occhio frigge il pesce e con l'altro guarda il gatto).

Dicette 'o pappice 'nfaccia 'a noce: damme tiempo ca te spertoso pur a te (in dialetto napoletano significa letteralmente: disse il verme alla noce: dammi tempo che buco pure te. Dunque il verme della noce, che a Napoli assume un termine tutto suo, pappece per l’appunto, impiega diverso tempo prima di perforare il guscio della noce, per poi nutrirsene, data la sua durezza. Questo modo di fare è usato come allegoria della pazienza, dell’attendere con calma, prima di vedere i frutti del proprio operato. Ma questo  proverbio può  assumere  anche una connotazione più vendicativa. Può essere inteso come un invito ad attendersi qualcosa, una premeditata vendetta o uno sgarro a lunga durata).

Facimmo ambressa, ca 'o gallo canta matina (in dialetto napoletano significa: facciamo presto che il gallo canta in giungere della mattina, cioè sbrighiamoci).

Fa' 'o gallo 'ncoppa 'a munnezza (in dialetto napoletano  significa: fa' il gallo sulla spazzatura, si dice di persona che si vanta senza motivo).

giovedì 15 marzo 2018

...ancora gli animali nei proverbi


Olio di lume e lingua di cane guariscono ogni male.

Ogni scarrafone è bell 'a mamma soja (in dialetto napoletano significa che ogni scarafaggio è bello per la sua mamma. Famosissimo adagio partenopeo che fa riferimento all’amore materno, incondizionato, in virtù del quale ogni figlio è bello e caro per la mamma, indipendentemente dalla bellezza e, in senso lato, dalle qualità  oggettive).

Non si possono insegnare nuovi trucchi a un vecchio cane.

Cercar l’asino ed esserci a cavallo.

Quand i ciucc nn vo vev è inutl a ciufulià (in dialetto venafrano significa: quando l’asino non vuol bere è inutile fischiare, suonare il ciufolo -per convincerlo a fare il contrario-. Si suol dire, ad esempio, al cospetto di un ragazzo che non vuol studiare, non vuol capire, per cui è inutile adoprarsi. Si dice anche in napoletano "Si o ciuccio nun vo' bevere hai voglia e ciufulià" ).

Meglio un uovo oggi che una gallina domani.

Asino, campana e poltrone non si muovono senza bastone.

Da un asino ricavi un calcio e da uno stolto una cattiva risposta.

Attacca i ciucc addò ric i puatron (in dialetto venafrano significa lega l’asino dove ti dice il padrone, cioè esegui gli ordini che ti sono dati, senza discutere; si potrebbe aggiungere: anche se ti sembrano sbagliati).

I cuan r taverna nn fa ben a massaria (in dialetto venafrano il cane di taverna non vive bene in masseria, cioè il cane randagio, non si adatta a vivere presso una masseria, come animale domestico. Si dice di persona che fa vita di strada).

Chi nasce asino non raglia da mulo.

I ciucc viecch mor alla stalla ri fess (in dialetto venafrano vuol dire che  l’asino vecchio muore nella stalla del fesso, cioè bisogna disfarsi delle cose vecchie, ad esempio delle autovetture, prima che non funzionino più).

I ciucc porta la paglia e i ciucc z la magna (in dialetto venafrano vuol dire: l’asino porta la paglia e l’asino la mangia. Si dice di persona che agisce per se stessa, che si avvantaggia delle sue azioni).

L’asino raglia quando non ha né avena né paglia.


mercoledì 14 marzo 2018

...ancora gli animali nei proverbi

Gallina vecchia fa buon brodo.

Il lupo perde il pelo, ma non il vizio (le cattive abitudini tardano a morire).

Tale è il gregge qual chi lo regge.

Ch  tanta uall, ‘n z fa mai juorn (in dialetto venafrano vuol dire con tanti galli –a cantare- non fa mai giorno. Morale: quando sono troppi a comandare è difficile arrivare ad una  conclusione).

Chi va a caccia senza cane, torna a casa senza lepre.

Il gregge unito costringe il lupo al digiuno (l’unione fa la forza).

Chi è stato morso dalla vipera teme anche la lucertola.

Campa cavallo che l’erba cresce.

Chi acchiappa’ l pesc z’  mponne la cora (in dialetto venafrano vuol dire chi prende i pesci si bagna la coda, cioè stando a contatto con l’acqua si rischia di bagnarsi. E’ l’equivalente di chi va al mulino si infarina. Ovvero alcune cose sono diretta conseguenza di altre).

La gatta frettolosa fece i figli ciechi.

Chi ama il proprio cane deve amarne anche le pulci.

Z r’spetta i cuan p’ i puadron (in dialetto venafrano significa si rispetta il cane per il padrone. Cioè spesso bisogna sopportare una persona, nostro malgrado, per rispetto nei confronti di un'altra. Questo proverbio, come molti altri, ha il  suo corrispettivo in altri dialetti del sud  Italia, ad esempio Si rispetta u cani pa facci du patruni si dice in Calabria e Rispettà 'o cane p' 'o patrone in Campania).

Nell’olio, nel vino o nel mare il pesce vuol sempre nuotare.


L’uccello in gabbia, se non canta per amore, canta per rabbia.

I ciucc che nn cresc è semp p’l’triegl (in dialetto venafrano significa che l’asino che non cresce sembra sempre un puledrino. Le persone piccole di statura sembrano sempre giovani).


venerdì 23 febbraio 2018

GRANI DI SALE







CANI, GATTI E COMPAGNIA


Gli animali nei proverbi e nei modi di dire



  



Da Esopo a Fedro a La Fontaine e, in seguito, fino a noi, quante volte e con che vis espressiva comportamenti umani sono stati dipinti, descritti, capiti, ironizzati facendo raffronto con comportamenti e caratteristiche  animali?
Spesso. Perché l’uomo, che si arroga la superiorità assoluta in questo universo, sovente  è… incredibilmente e involontariamente bestiale!






A lavar la testa all’asino, si spende tempo, acqua e sapone.

A caval donato non si guarda in bocca.

Il verme tenero rode il legno duro (la costanza è premiata nel raggiungere anche gli obiettivi più ardui).

Tanto va la gatta al lardo, che ci lascia lo zampino.

I cuan moc’ca i sctracciat (in dialetto venafrano il cane morde lo straccione, cioè –in sostanza- guai su guai. Le persone o il destino si accaniscono contro i più deboli, contro coloro che appare più facile vincere).

Cuan e cuan n z moc’cn (in dialetto venafrano i cani non si mordono tra loro, ovvero i simili si usano riguardo, rispetto reciproco).

Can che abbaia non morde.

Z’han ‘ncuntrat ciegl e botta (in dialetto venafrano significa letteralmente si sono incontrati uccello e botto, colpo, s’intende a caccia; il proverbio indica una casualità fortunata, un evento che si è verificato senza merito di chi ne beneficia).

Chi pecora si fa, il lupo se la mangia.

Il gatto di credenza, quello che fa pensa (a volte si attribuisce agli altri il proprio modo di pensare e di fare, talvolta ingiustamente).

M si miss a cuavagl a n puorc (in dial. venafrano, significa mi hai messo a cavalcioni ad un maiale, cioè mi hai disonorato).
  



giovedì 22 febbraio 2018

GRANI DI SALE

GRANI DI SALE


Raccolta di Detti e Proverbi
  


Giuditta Di Cristinzi









A nonna Giuditta Rossi,
donna antica e saggia

  










PREFAZIONE

Adoro i modi di dire e i proverbi, vecchi e nuovi, in lingua italiana, in dialetto, in latino o in lingue straniere.

La parola proverbio viene dal latino proverbium, derivato a sua volta da verbum, «parola».
Come tutti sanno, il proverbio è un breve motto, di larga diffusione e di antica tradizione, che esprime, in forma stringata e incisiva, un pensiero o una regola desunti dall’esperienza.
Nei proverbi e negli aforismi si racchiude tanta verità, tanta saggezza spiccia.
Nella vita guai a fare banali generalizzazioni e manicheismi, a dividere con rigidità bene e male, verità e bugia, guai a rinunciare, in qualsiasi momento, al ragionamento, alle spiegazioni, al senso dell’evolversi  dei costumi, all’esperienza.
Ad ogni modo i proverbi aiutano, chiariscono, semplificano, sintetizzano, tramandano. Esprimono il senso comune o, meglio, tanto buon senso, tante collaudate verità, tanta saggezza popolare e antica. Insieme ai modi di dire, aiutano ad asserire, a colorire con intelligenza i discorsi, a trovare spiegazioni senza faticare troppo. Sono utile rinvio per l’oratore pigro e  per l’educatore tradizionale, stampella argomentativa e  sostegno dialettico a buon mercato,  filosofia di vita alla portata di tutti, cultura popolare, diffusa, non racchiusa nelle pagine dei libri, tra le mura degli atenei, nelle menti dei colti, non per questo meno pregevole. A volte più proverbi vanno nella stessa direzione, altre volte si contraddicono l’un l’altro.
Sono stata abituata in famiglia a farne  uso e consumo.
Mia madre e mia nonna, donne antiche e sagge, ne facevano (e mia madre ne fa ancora) largo utilizzo. Avevano sempre pronto quello giusto, calzante all’occasione o  alla persona, talvolta in base al mestiere svolto dal protagonista momentaneo del discorso. Spesso erano motti in dialetto venafrano, per lo più mutuati dalla vicina tradizione orale campana.
Per far loro omaggio, voglio provare a scriverne una raccolta, leggera, non pretenziosa, non esaustiva, non alfabetica o enciclopedica, seguendo un sottile filo conduttore, in base agli argomenti a me più cari o maggiormente significativi e ricorrenti.
Molti li conosco. Con l’occasione altri ne ho cercati.
La maggior parte dei proverbi e modi di dire raccolta è in lingua italiana; diversi sono in versione dialettale, più spesso venafrano-molisana o napoletana. Alcuni, assai pochi per la verità, sono in latino, in francese o in inglese. Altri  sono integrati da un pensiero, una riflessione, una spiegazione del tutto soggettiva.

Buona lettura!


                                                                           GDC




mercoledì 21 febbraio 2018

Voglia di scrivere

Ho voglia di scrivere e di pubblicare ancora.
Ma stavolta si tratterà di una cosa completamente diversa.
Una raccolta di proverbi.

martedì 20 febbraio 2018

CAMPAGNA ELETTORALE, PROMESSE DA MARINAI E DEBITO PUBBLICO

I PEGGIORI SONO QUELLI CHE PIACCIONO DI PIU’?

PROMESSE DA MARINAIO, CAMPAGNA ELETTORALE  E DEBITO PUBBLICO

La campagna elettorale per le elezioni del 4 marzo assomiglia sempre di più ad un concorso per alchimisti in cui, miracolosamente, a fronte di programmi di spesa miliardari si promette anche la riduzione del debito pubblico. Obiettivo contradditorio che ha attirato l’attenzione dell’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli e del suo Osservatorio sui conti pubblici presso l’Università cattolica di Milano.
L’economista, tornato in Italia dopo aver archiviato l’esperienza al Fondo monetario internazionale, si è preso la briga di analizzare i programmi dei principali schieramenti politici italiani e verificare se le promesse fatte sono realistiche oppure no. La conclusione dello studio non lascia spazio a dubbi: i sogni elettorali di questi giorni non solo non ridurranno il debito pubblico ma lo faranno ulteriormente crescere. 

Programma Pd: costo di 38 mld, rapporto debito/pil sale al 134,8% 

Secondo quanto affermato nei documenti depositati presso il ministero dell’Interno, il costo del programma elettorale del Partito democratico è di 38 miliardi di euro. Tra le misure più importanti figurano l’introduzione di un assegno mensile per i figli, l’allargamento degli interventi per contrastare la povertà, la riduzione della tassazione sulle imprese e dei contribuiti per i lavoratori a tempo indeterminato. Anche l’Osservatorio sui conti pubblici sostiene, analogamente a quanto fatto dall’economista Roberto Perotti, che le coperture non sono sufficientemente definite. Nonostante questo il Pd ha indicato tra i suoi obiettivi la riduzione del rapporto debito/pil dal 131,6% del 2017 al 118,4% nel 2022 e al 100% nel 2029. Obiettivi simili sarebbero possibili solamente in presenza di scenari decisamente ottimistici sul fronte dei tassi di interesse e della crescita economica. Secondo Cottarelli l’effetto più probabile del programma del Pd sarebbe quello di far crescere ulteriormente il rapporto debito-pil al 134,8% nel 2022, ovvero alla fine della prossima legislatura.

Programma Centrodestra: costo di 136 mld, rapporto debito/pil sale al 135,8%

Secondo quanto affermato nei documenti depositati presso il ministero dell’Interno, il costo del programma elettorale del Centrodestra è di ben 136 miliardi. Tra le misure più rilevanti figurano la flat tax, la riforma della legge Fornero sulle pensioni, l’aumento delle pensioni minime, l’introduzione del reddito di dignità, l’aumento delle risorse per la difesa e la sicurezza, il reddito di dignità, l’eliminazione dell’Irap. A fronte di coperture indicate per 82 miliardi il buco sarebbe di 54 miliardi. Sul fronte del rapporto debito/pil l’obiettivo di Berlusconi e alleati è quello di farlo scendere al 112,8% nel 2022. Questa miracoloso risultato sarebbe frutto dei mirabolanti effetti delle misure contenute nel programma sulla crescita economica. Effetti teorici e ovviamente tutti da verificare. Secondo Cottarelli lo scenario più realistico è invece quello di un aumento del rapporto debito-pil al 135,8%. Da notare infine che la Lega ha indicato obiettivi di finanza pubblica diversi da quelli dell’alleanza e decisamente meno attenti all’equilibrio dei conti pubblici. Per l’Osservatorio sui conti pubblici il programma di Salvini porterebbe il rapporto debito/pil al 135/140 per cento.

Programma M5s: costo 103,4 mld, rapporto debito/pil sale al 138,4% 

Secondo quanto affermato nei documenti depositati presso il ministero dell’Interno, il costo del programma elettorale del M5s è di 103,4 miliardi di euro. Le coperture indicate sono pari a 39,2 miliardi per un disavanzo di 64,2 miliardi. A differenza degli altri principali schieramenti i Cinquestelle non hanno pubblicato stime dettagliate sull’andamento dei conti pubblici per i prossimi 5 anni ma si sono limitati ad indicare l’obiettivo di riduzione del rapporto debito-pil più sfidante di tutti: 40 punti percentuali nel prossimo decennio. Nel 2028 l’indicatore dovrebbe dunque scendere sotto il 100% collocandosi al 91,6%. Per Cottarelli di fronte all’imponente disavanzo le stime di riduzione del rapporto debito/pil sarebbero possibili solo con una crescita media dell’economia italiana, nel prossimo decennio, del 5-6% all’anno. Scenario decisamente irrealistico che la stessa Cina ormai stenta a raggiungere. Per l’Osservatorio sui conti pubblici il programa dei Cinquestelle farebbe crescere il rapporto debito-pil al 138,4% nel 2022.

Servono 4 miliardi per soddisfare le richieste dell'Europa 

Nel frattempo Bruxelles tace per non influenzare l'esito delle elezioni ma ci aspetta al varco. Anche perché già lo scorso novembre aveva considerato non sufficienti gli obiettivi di riduzione del debito annunciati dal governo Gentiloni, lasciando intuire la necessità di una correzione dei conti da 4 miliardi di euro. Operazione che potrebbe essere dunque la prima incombenza del nuovo governo. Come questa possa conciliarsi con i pazzeschi programmi di spesa annunciati in questi giorni non è tema che preoccupa la nostra classe politica. Per il momento l’unica cosa che conta è far sognare gli italiani e conquistare voti ricorrendo ad una pratica antica: la demagogia.



lunedì 19 febbraio 2018

I FIGLI

IN ITALIA ALLEVARE UN FIGLIO COSTA QUANTO UNA FERRARI

L’Italia continua a retrocedere nella graduatoria della natalità. Anche nel 2017 l’Istat ha sentenziato una diminuzione del 2 per cento rispetto all’anno precedente. Nello specifico 464mila bambini in meno rispetto al 2016. E il dato risulta ancor più grave se consideriamo che dal 2008 la riduzione è costante anno dopo anno. Quali i motivi del preoccupante calo di nascite? Il dito va puntato in particolare sulle carenti politiche di sostegno alla famiglia, sulla mancanza di lavoro e sui costi economici che si legano alla crescita di un figlio.

Se un figlio costa più di una Ferrari

E’ istruttivo e interessante, da tale punto di vista, il servizio che la collega Giulia Cazzaniga pubblica su Libero. Si può spulciare in una tabella il costo relativo a varie voci di spesa correlate, di volta in volta, all’età del bambino o del ragazzo. Constatare - per esempio - che avere un figlio e sostenerlo fino ai 25 anni (almeno) costa in Italia quanto comprare una Ferrari 488 Spider, ovvero più di 247mila euro in totale.
A considerare le varie fasce d’età inoltre, quando il figlio ha 2 anni occorrono oltre 830 euro al mese, mentre quando compie 9 anni si viaggia sui 1000 e quando supera i 15 serve ancora di più. Per non parlare del periodo successivo alla maggiore età, allorché – si legge sempre sul quotidiano – parte l'equivalente di uno stipendio medio.
A calcolare gli esborsi in questione per il giornale di Feltri e Sallusti ci ha pensato Marino Maglietta dell'associazione Crescere Insieme. L’esperto ha elaborato le stime prendendo come riferimento una famiglia con un reddito complessivo di 3500 euro al mese. E i risultati sono illuminanti.

I primi tre anni

I primi tre anni di vita di un figlio sarebbero quelli più costosi. Ai costi normali del cibo, dell’abbigliamento e dei trasporti va aggiunta infatti (di solito) una spesa di circa 3mila euro tra baby sitter o asilo nido, carrozzine e pannolini. Per questa fascia di riferimento l’associazione Famiglie Numerose calcola una media di 8.300 euro all’anno per figlio.

Dopo i 18 anni

La situazione non si alleggerisce per le famiglie dopo il raggiungimento della maggiore età. Superati i 18 anni, infatti, moltissimi dei ragazzi sono costretti a rimanere a casa dei genitori. In pratica, stando alle stime di Eurostat, il 66 per cento dei giovani tra i 18 e i 34 anni restano sotto il tetto di mamma e papà. Una condizione nella stragrande maggioranza dei casi non voluta e indotta dalla disoccupazione, dalla inadeguatezza dell'indirizzo formativo, da un mercato del lavoro e da uno stato sociale che evidentemente non funzionano come dovrebbero. Così i "bamboccioni" – come qualcuno li ha impropriamente definiti – a 21 anni richiedono per il loro sostentamento una spesa mensile di 1.205 euro, mentre, qualora si tratti di un ragazzo che frequenta l’università, bisognerà aggiungere – secondo una stima diFederconsumatori - l'esborso di una cifra ulteriore quantificabile tra i 1425 e i 1660 euro all’anno. Cifra variabile, ovviamente, a seconda del reddito familiare.
Se poi si sceglie di frequentare una facoltà lontana da casa occorre calcolare – spiega sempre Libero – un ulteriore esborso di almeno 8mila euro all'anno per l’affitto di un alloggio. Da qui una spesa di 247mila euro (la famosa Ferrari) per un figlio se questo, complice la disoccupazione, rimane tra le mura domestiche fino a 25 anni.


domenica 10 settembre 2017

Mi hai fatta morire dentro di te
Crudo abbandono

GIUDITTA DI CRISTINZI: Ricetta

GIUDITTA DI CRISTINZI: Ricetta: Scaccia la paura e la paura della paura. Per qualche anno le cose basteranno. Il pane nel cassetto e il vestito nell’armadio. Non dire mio...

Ricetta



Scaccia la paura
e la paura della paura.
Per qualche anno le cose basteranno.
Il pane nel cassetto
e il vestito nell’armadio.
Non dire mio.
Hai preso le cose solo in prestito.
Vivi nel tempo e capisci
che poche cose ti servono.
Accasati.
E tieni pronta la valigia.
È vero quello che dicono:
ciò che deve succedere, succederà.
Non andare incontro alla pena.
E quando arriva,
guardala tranquillamente.
È effimera come la felicità.
Non aspettare nulla.
E abbi cura del tuo segreto.
Anche il fratello tradisce
se si tratta di te o di lui.
Prendi la tua ombra
come compagna.
Scopa bene la tua stanza.
E saluta il tuo vicino.
Aggiusta il recinto
e anche il campanello alla porta.
Tieni aperta la ferita dentro di te
sotto il tetto delle cose che passano.
Strappa i tuoi piani. Sii saggio
e credi nei miracoli.
Sono iscritti da tanto tempo
nel grande piano.
Scaccia la paura
e la paura della paura.

Mascha Kaleko

lunedì 17 luglio 2017

Un'intuizione

Capii che il nostro rapporto era malato di un male inguaribile e che la faccenda sarebbe stata risolta solo con la morte di una di noi due.
Capii che quello  era solo un anello di un'ininterrotta perversa  catena.

mercoledì 17 maggio 2017

GUAZZABUGLIO DI GENTE E PENSIERI RECENSIONE DEL PROF. GIUSEPPE NAPOLITANO A "SOLO UNA DONNA"

Guazzabuglio di gente e di pensieri

Curiosa del mondo e dell’uomo che lo abita, affacciata alla finestra del mondo di tutti i giorni (peraltro, anche per l’incombente necessità del suo lavoro), non perde tuttavia il contatto con la vita privata: Giuditta Di Cristinzi sa bene come esporsi, come mostrarsi, come manifestarsi, conservando comunque la consapevolezza della sua natura – la propria femminilità vissuta senza conflitti, anzi nel pieno rispetto delle esigenze che la vita reclama (anima e corpo, e – si licet  ethos ed eros). Così scrive per affermare e confermare – ce ne fosse ancora bisogno, considerando la miopia di certa umanità con la quale si convive e con la quale ci si confronta e bisogna fare i conti – che, malgrado donna, o per fortuna, ha voglia di vivere in una sua dimensione, e difenderla, e parteciparla.
La famiglia ha un posto predominante, nella sua produzione poetica, ma è vissuta non senza fastidio per i momenti (vivi nella memoria e nel presente) che minano quella che si vorrebbe una pace protettiva, trasformando invece il familiare cantuccio pascoliano in un “nido dorato di spine” (o un “carcere dorato”, addirittura). Giuditta non ha paura di confessare le sue debolezze, ma nemmeno teme (quando lo sente necessario, per amore di onestà intellettuale) dire le cose come stanno se non stanno bene – almeno come lei vorrebbe che andassero per andare bene. È capace, se occorre, “di inventare bugie colorate di fiaba”, come fa con i suoi bambini (quando hanno paura), ma sente pure la forza di “stracciare le convenzioni”, se la opprimono troppo (e le fanno paura). Perché ha la forza di una personalità formata con l’impegno della conquista, ed ora non vuole perdere il suo posto nel mondo: poeta e donna, professionista rispettata e mamma adorata, ma comunque se stessa, sempre.
Non capisce la logica del compromesso, non sa che farsene di vuote formule d’occasione, tanto meno quando scrive poesie. “Quanto di tempo ho perso / e di me, per assecondare gli altri?” – non è una domanda retorica e non lo ritiene giusto, nemmeno con i familiari, con le persone che ama, poiché da tutti si aspetta la stessa disponibilità che lei stessa offre agli altri. Anche in poesia, perciò, può affermare di essere libera, di porsi al di là delle mode e delle convenzioni – “nel cielo eterno” della poesia sente di dover “spiccare il volo” e proiettarsi oltre il confine dei giorni comuni.
Sa purtroppo di essere “solo una donna” (ma “sono solo una donna che scrive poesie” – può sembrare un alibi: è una bandiera), sa di essere – e spesso di essere ingiustamente considerata – debole, addirittura inaffidabile, ma reagisce con fermezza e convinzione. Di fronte, a volte, avverte “un muro di gomma”, anche dove non lo si crederebbe, anche in presenza di chi si conosce e si fa sfuggente per un malinteso. Allora bisogna recuperare, ricostruire con pazienza i fili di un rapporto. Mai cedere, mai cadere. Se pure minaccia di ritirarsi “in un guscio / e abitare i miei pensieri”, sa che non lo farà, pronta ancora a sopportare e respingere altri attacchi, a sfidare la vita proprio quando non le dà quel che si aspetta. D’altronde, gli anni passano “volando, come un battito di ciglia”, e perdere tempo (a chi più sa, più spiace) è da sciocchi. Ogni ora va vissuta, e meritata.
Perciò non si butta niente, anche se la vita è una successione di “parentesi” più o meno assaporate, qualche volta di fretta, qualche volta sciupate… ma si va “avanti / seguendo il solco del mio solito cammino” (riconoscendo le proprie orme, ripercorrendo i propri passi, riacquistando sicurezza dagli errori). La vita è quella che si vive, infatti, non quella che ci sarebbe piaciuto e non abbiamo saputo o potuto o voluto… La vita è quello che facciamo. È quello che siamo (“guazzabuglio di gente e di pensieri”, scrive Giuditta). La poesia di Giuditta Di Cristinzi è “un parto” lacerante, “ma si impone” – le si presenta cioè inalienabile, e chiede, impone, di uscire, di essere affidata, parola che urge, alle onde magnetiche sulle quali scorre il pensiero quando si fa messaggio, comunicazione, comunione.
Il poeta sa che non può esimersi dal trasmettere continuamente i segni del codice, fidando nella sua leggibilità – nelle capacità di decodifica che hanno i suoi destinatari –, anche a scapito della chiarezza profonda, perché non sempre colui che si connette ha la chiave per aprire davvero, e si limita a cogliere appena la superficie delle parole che riceve. Peccato: se la poesia è tale, parla di uno e parla a tutti; racconta una vita sola che può valere per altre vite; dice quel che non tutti sanno come dire. Giuditta chiude il suo libro con una serie di “Epigrammi e motti”, e quasi in chiusura mette un “Aforisma” di icastica densità espressiva, una dichiarazione di guerra a chi non sa (o non ricorda più) di essere uomo: “Chi non è sereno, sparge veleno”. Lei, ovviamente, ben conscia della sua natura umana, con i pregi e i difetti che la contraddistinguono, e tuttavia disposta (passio et ratio) a misurarsi a misura d’uomo (col manzoniano juicio!), custodisce il suo equilibrio, sparge miele d’amore sulle ferite del mondo, e dona – nel darsi con parole di poesia – tutta se stessa, a chi sappia accoglierla con fiducia.

Giuseppe Napolitano


    

venerdì 12 maggio 2017

L'ispettore Costa va a scuola...

Aggiungi didascalia
Con grande piacere, dopo aver presentato il mio primo romanzo giallo ad un pubblico adulto nelle città di Venafro, Isernia, Monteroduni e Cassino, porterò la mia creatura, l'ispettore Costa, a passeggio nelle scuole italiane a incontrare gli studenti.
Sabato 13 maggio, infatti, si terrà presso l'Aula Magna dell'ISISS A. GIORDANO una conferenza con i ragazzi frequentanti il VA e il VB del Liceo Scientifico dal titolo "Incontro con l'autore".
Parlerò della genesi del giallo, dell'ambientazione in terra di Molise nel primo dopoguerra, dei segreti della scrittura di genere e risponderò alle curiosità dei ragazzi.
Nelle prossime settimane porterò il giallo nelle scuole di Cassino ove è stato adottato come libro di narrativa.

Su STRAGE D'ANIME

Pubblico di seguito la nota che Amerigo Iannacone, scrittore, poeta e critico letterario, ha voluto scrivere sulla mia ultima raccolta di versi. Recensione pubblicanda sul FOGLIO VOLANTE. Lo ringrazio "pubblicamente". 


Strage d’anime

Una delle piú gravi tragedie di questo scorcio di terzo millennio, forse la piú grave, è quella dei profughi che fuggono dalle guerre, dalla povertà, dalla fame, e vengono a morire nel mare Nostrum. Una tragedia di fronte alla quale nessuno può rimanere indifferente. Tanto meno una persona sensibile come Giuditta Di Cristinzi. Ed ecco che, appunto, la poetessa  venafrana dà alle stampe una nuova raccolta di poesie, la sesta, dal titolo emblematico Strage d’anime.
Messi ad esergo, questi versi: «La poesia del viandante è triste / Come è triste il cuore / Di chi / Lascia casa e va / Senza sapere dove approderà.»
«Il sangue che arrossa ogni giorno le acque del Mediterraneo – scrive Beppe Costa in postfazione e non si può che condividere – ha la sua complessa, orribile, disumana ragion d’essere nella enorme ricchezza economica di pochi. Questa poesia non teme di schierarsi al fianco, vicino al cuore, degli ultimi, gli umiliati, gli offesi, i rifiutati, le cui vite vengono spente con una indifferenza che fa rabbrividire. Tuttavia proprio questa poesia ci fa affermare che fino a quando ci saranno poeti disposti a cantare la sofferenza, il dolore e la morte, e a riviverli in sé facendoli propri fino in fondo, in modo tale che la vita e l’umanità possano infine vincere in ciascuno di noi, non ci vergogneremo di dirci esseri umani.»
Ecco, Giuditta Di Cristinzi si schiera dalla parte di chi non ha nulla, dalla parte di quei poveri cristi che sperano nella vita e spesso trovano la morte.
Il linguaggio è semplice, volutamente semplice, quasi da articolo di cronaca.
Ed ecco, sotto il titolo “Notte”, una poesia che quasi ci fa vedere un ragazzo durante l’angosciosa traversata: «Sento di avere la febbre / Dentro questa notte di luna piena / Tremo e ho sete / Disteso, coperto / Solo da pallide stelle / Le onde paiono cullare / Il mio tormento / Ho paura / Giungerò / Alla fine di questa notte?»


Giuditta Di Cristinzi, Strage d’anime, L’Erudita, Roma 2017, pp. 66, € 12,00. Poesie. ISBN 978-88-6770-209-1.

mercoledì 10 maggio 2017

L'amicizia

"L’uomo d’animo sincero vive soprattutto nella saggezza e nell’amicizia, l’una bene morta­le, l’altra bene immortale. L’amicizia è un bene che non ha limiti e si diffonde ovunque, percorre danzando la terra, recando a noi tutti l’appello di aprire gli occhi sulla felicità. Il panorama di un mondo sen­za frontiere si spalanca di fronte al valore dell’amicizia, un bene che non conosce limiti né distanze. 
La necessità della vita o la richiesta di fa­vori possono far nascere un’amicizia, ma ciò che la mantie­ne salda sono i rapporti coltivati all’interno della comunità.
Un gruppo di persone che si vogliono bene in modo sincero genera fiducia in chi vi partecipa, perché le dimostrazioni reciproche di affetto e la conversazione aperta assicurano pace e serenità mentale.
L’amicizia regala un senso di sicurezza, ma non è tan­to dell’aiuto degli amici che noi abbiamo bisogno, quanto della fiducia che essi ci aiuterebbero nel caso ne avessimo bisogno.
L’amicizia coltivata non si riduce a un semplice legame affettivo, ma implica specifiche responsabilità.
Amici e amiche devono esercitare la parrasia, uno sti­le di vita già noto e praticato dalla filosofia greca classica, che prevede l’obbligo di dire sempre la verità, spiegarsi con chiarezza e parlare liberamente. Questo impegno non riguarda solo la libertà di espressione, ma anche il dovere di mettere sempre al primo posto la verità in nome del bene comune, anche quando la sincerità possa risultare molesta. La parrasia rientra appunto tra i rischi da correre in una buona amicizia.
La pratica della parrasia esige una franchezza assoluta, vieta­ la falsità e anche l’omissione, preferisce la critica ragionata all’adulazione vanitosa. Ascoltare la verità — e affermarla — è un dovere morale da anteporre a qualunque interesse o ambizione personale.
(Epicuro – Il fine ultimo della filosofia è raggiungere la felicità)"
Maurizio de Tilla, napoletano, presidente dell'Organismo Unitario dell'Avvocatura
Presidente A.N.A.I.

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